
Torno volentieri a parlare della PAC, poiché il taglio di 90 miliardi di euro (combinato con il Green Deal e l’accordo UE-Mercosur) delinea, nell’attuale congiuntura internazionale, un’Europa destinata alla desertificazione. Si badi bene: parlo di "Europa" e non solo di "UE", perché la questione investe ormai la sopravvivenza dei singoli Stati membri, ben oltre la loro sovrastruttura comunitaria. Non è un tema marginale: l’agricoltura è stata il cemento di ogni progetto di unità europea fin dagli anni ’50, e la PAC rappresenta tuttora la voce principale del bilancio UE, coprendo il 33% della spesa totale.
Se il piano 2023-2027 era già orientato al Green Deal, la programmazione 2028-2034 ne segnerà l'integrazione totale con cambiamenti radicali. Il criterio di assegnazione dei fondi non sarà più basato sugli ettari coltivati, ma diventerà "Performance-based": i sussidi saranno legati a risultati specifici in termini di sostenibilità ambientale e riduzione di fertilizzanti e pesticidi chimici. Sulla carta potrebbe apparire un progresso, ma la realtà è ben diversa: certe colture, senza l’ausilio di tali prodotti, semplicemente non rendono. Ciò significa che, come Continente, stiamo deliberatamente abdicando all'agricoltura industrializzata, l’unica in grado di garantire l'autosufficienza alimentare. Siamo già importatori netti e lo saremo sempre di più.
Un altro pilastro della nuova PAC prevede che i Paesi membri abbiano maggior potere decisionale su fondi però drasticamente ridotti. Il risultato è prevedibile: agricolture nazionali sempre più scoordinate e un aumento dei conflitti fratricidi in sede comunitaria, dove ognuno agirà contro l'interesse dell'altro. Verosimilmente, esploderanno gli aiuti di Stato per tamponare le emergenze, a tutto vantaggio dei grandi gruppi industriali e a danno dei piccoli produttori. Questa dinamica innescherà una concorrenza sleale feroce, guidata dai paesi con più spazio fiscale, come la Germania, a discapito di nazioni più fragili come Italia o Grecia. Il termine esatto per definire questo processo è uno solo: destrutturazione.
La coincidenza tra i 90 miliardi tagliati alla PAC e i 90 miliardi destinati a Kiev non è casuale, ed è la scintilla che ha portato agricoltori e allevatori a invadere Bruxelles. La Commissione si trincera dietro il burocratese della "riorganizzazione del bilancio pluriennale", ma è una retorica che non incanta chi vive nel mondo reale. Non è un mistero che la Commissione abbia investito (in modo estremamente rischioso) le risorse economiche dei cittadini nel conflitto ucraino, precarizzando le proprie sorti finanziarie. I tagli alla PAC servono, né più né meno, a salvaguardare la "tripla A" dell'Unione. Si crea "spazio fiscale" per coprire le garanzie sul debito emesso per Kiev e per finanziare una transizione industriale verde che, dietro fittizie argomentazioni ambientaliste, nasconde deindustrializzazione e impoverimento. Agricoltura e industria vengono usate come bancomat per ambizioni geopolitiche irrealistiche e per alimentare la nuova bolla speculativa del riarmo europeo. Pensare il contrario significa vivere fuori dal mondo.
In Francia, primo beneficiario della PAC, questi tagli decreteranno la fine di migliaia di aziende, specialmente nel settore dell'allevamento, già piagato da epidemie come la dermatite nodulare e dalle conseguenti campagne di abbattimento forzato. Le malattie, tanto negli animali quanto nelle piante, sono cicliche e frequenti; è facile intuire quanto diventeranno precarie le sorti delle imprese agricole europee con il progressivo venir meno dei sostegni. In Italia si stimano già perdite per almeno 9 miliardi di euro tra il 2028 e il 2034 (il 10% del taglio totale), con contraccolpi devastanti per i settori cerealicolo e olivicolo, ambiti già oggi in sofferenza critica. In paesi come Romania o Polonia, l’impatto sarà invece un dramma sociale: intere aziende familiari sopravvivono solo grazie ai sussidi. L'idea che queste debbano chiudere mentre l'UE spalanca le porte ai prodotti ucraini (esentati dagli obblighi e dagli standard della PAC) suona come una vera condanna a morte.
Nella congiuntura globale odierna, l'Europa si trova di fronte a una minaccia esistenziale che si è costruita con le proprie mani. Tagliando le gambe ai propri produttori, diverrà sempre più dipendente dalle importazioni da USA, Mercosur o dalla stessa Ucraina (ormai considerata un "investimento" irrinunciabile), proprio mentre le rotte commerciali sono sconvolte da guerre e crisi regionali, come nel Mar Rosso. A peggiorare il quadro c'è il sabotaggio dei rapporti con mercati vitali come Russia e Cina. Si tratta, in sostanza, di una marcia forzata verso una vulnerabilità internazionale senza precedenti.
Infine, restano i timori per il futuro ingresso dell'Ucraina nell'UE: con le regole attuali, essa assorbirebbe da sola l'intero bilancio agricolo, lasciando agli altri membri meno delle briciole. Ma anche restando fuori dalla PAC, l'Ucraina rimarrà un "membro scomodo" per la salute della nostra agricoltura: non è solo una questione di concorrenza sleale, ma di qualità dei prodotti, in un'Europa che ormai importa massicciamente di tutto, partendo troppo spesso dal peggio.
