
Il mondo è sempre stato multipolare anche quando ci si sforzava ad immaginarlo in tutt'altro modo. Se dal Secondo Dopoguerra le Nazioni Unite fotografavano un'immagine del mondo in cui tutti avevano pari dignità e diritto di parola attraverso l'Assemblea Generale, e le potenze vincitrici un superiore ruolo decisionale incarnato dal Consiglio di Sicurezza, anche in precedenza non era comunque andata diversamente: che si parli del Primo Dopoguerra, del XIX Secolo o dell'Europa uscita dalla Pace di Westfalia. Possiamo tornare sino alle più remote epoche della storia, letteralmente ai primordi dell'Umanità, ritrovando sempre un mondo diviso in vari attori più o meno interdipendenti tra loro, tanto autonomi quanto vincolati dalla rispettiva esistenza. Del pari, anche la globalizzazione è sempre esistita: l'interdipendenza di quei grandi, medi e piccoli attori geopolitici dipendeva dai loro reciproci contatti, dai transiti e dalle rotte che alimentavano lunghe reti commerciali e catene del valore ante litteram, dall'antica Via della Seta di plurimillenaria memoria, capace di giungere sino al Mediterraneo, alle carovane che dal cuore dell'Africa e della Penisola Arabica portavano oro, avorio e tessuti ai grandi regni dall'Egitto alla Lidia, dall'Assiria alle poleis greche, e via dicendo. Ancora in epoca preistorica, quando ovunque l'Uomo ergeva i grandi manufatti dell'era megalitica, nel tardo Mesolitico e nel Neolitico, l'ambita ambra del Baltico giungeva nella nostra Penisola, venendo scambiata con altri prodotti della nostra economia: non esisteva ancora la moneta e vigeva il principio del baratto, eppure il commercio e il mercato erano concetti tutt'altro che ignoti. Anche i testi epici, come quelli omerici, o religiosi, come la Bibbia, pur non presi alla lettera possono a loro modo fornirci qualche spunto interpretativo in più. Lo stesso studio delle religioni antiche, dei miti e delle leggende che le accompagnano e talvolta uniscono, costituiscono a loro volta un imprescindibile contributo al lavoro degli storici. Tutto questo per dire che mai il mondo è davvero stato diverso da una sua naturale ed inevitabile struttura multipolare.
Proprio per questo, non aveva un ordine bipolare il mondo novecentesco, all'indomani della Seconda Guerra Mondiale, giacché Stati Uniti ed Unione Sovietica erano sì le due superpotenze o potenze “con maggioranza relativa” negli equilibri internazionali, ma ben lungi dal poterli controllare in toto. Accanto a loro vi erano pur sempre altre potenze con un grande ruolo ereditato dal passato, come Francia ed Inghilterra, seppur in parte fagocitato dalle due superpotenze predominanti; e nuovi poli che s'andavano affermando e che, anche per una loro nazionale e culturale dignità, rivendicavano propri spazi d'autonomia, dalla Cina all'India, oltre ad alcuni attori del Mondo Arabo, dell'Africa o dell'America Latina, ugualmente dediti a perseguire una propria via. La storia c'insegna che, scontando una loro “debolezza relativa”, talvolta alcuni di questi vecchi e nuovi poli finirono loro malgrado risucchiati da uno dei due blocchi predominanti o che in alcuni casi vi si dovettero comunque appoggiare, magari puntando su uno dei due proprio per meglio tutelare quella loro “autonomia relativa” dalle mire dell'altro. Però sempre la storia ci dice che quei fenomeni furono transitori, con quei paesi tornati, chi prima e chi poi, a gravitare intorno alla propria orbita, indicando quanto innaturale fosse stata quella transitoria forzatura: l'Iran si liberò nel 1979 dal controllo americano, l'India pur affiancandosi al gigante sovietico non venne mai meno alla sua autonomia, la Cina fu sempre in grado d'esprimersi come un grande blocco a sé sia in pieno bipolarismo che nel successivo unipolarismo a guida americana, e così via con tanti altri casi analoghi in ogni parte del mondo, dall'Asia all'America Latina. Tutte queste dinamiche si sono consumate in un'epoca in cui grandi, medi e piccoli attori del mondo, affermando dignità ed autonomia, davano vita ad un progetto la cui lungimiranza e temerarietà suscita ammirazione oggi ancor più d'allora, quello dei Non Allineati sorto con la Conferenza di Bandung del 1955. Né sotto il bipolarismo sancito dalla contrapposizione tra Stati Uniti ed Unione Sovietica, né sotto il successivo unipolarismo a guida americana affermatosi dopo l'implosione sovietica, abbiamo assisto ad un mondo davvero controllato in toto da chi, all'opinione pubblica, raccontava invece di detenerne le chiavi. Il mondo, per non parlar poi dell'universo, dello spazio a cui si rivolgono le nuove mire geopolitiche, è infinitamente più grande d'ogni ambizione umana.
Proprio gli Stati Uniti, che sin qui hanno fatto di tutto per convincere l'opinione pubblica mondiale di un loro predominio naturale ed incontrastato, dato da una predestinazione ed un'indispensabilità che costituivano molto dell'eccezionalismo americano, sembrano oggi a loro volta accettare le inaggirabili dinamiche multipolari che da sempre regolano il mondo. Non lo ammettono apertamente, e mai lo farebbero giacché equivarrebbe ad ammettere al mondo intero la propria sconfitta, ma in qualche modo ne prendono atto. Ne abbiamo una prova nei contenuti delle tante versioni ormai circolanti del testo della National Security Strategy, che da questo punto di vista sempre più sembra configurarsi come una ben concepita provocazione, volta a sondare il terreno presso tutti quegli attori ed interlocutori che a vario titolo vi sono menzionati. Gli Stati Uniti, in pratica, comprendono la realtà dei fatti, ben lontana da tutte le narrazioni per decenni imposte a suon d'esibizioni muscolari e prodotti hollywoodiani; e si ritrovano loro malgrado ad essere coprotagonisti, insieme ad altri, di un multipolarismo a cui senza dubbio avrebbero preferito l'unipolarismo dove potevano essere unici ed assoluti protagonisti, per quanto contestati. Ma intendono con tutto ciò recitare quel ruolo di coprotagonisti con forza, prospettando una loro architettura per quell'ormai innegabile multipolarismo, cercando un dibattito che susciti una reazione in quanti nel testo sono nominati. Ad esempio, facendo riferimento all'Unione Europea, ne viene fotografata la riluttanza ad accettare tale fisiologica realtà, ma al contempo anche il destino di crescente marginalità negli equilibri mondiali, dettato da politiche interne di carattere suicida. Per gli Stati Uniti, lungi dal costituire un problema, l'Unione Europea appare più un intralcio, a cui augurare una rapida implosione, facendo perno soprattutto su paesi come l'Ungheria, la Polonia, l'Austria o l'Italia, guidati da forze sovraniste o similari. A parziale discolpa dell'Unione Europea, circondata dalla delusione di molti suoi cittadini dell'Ovest e anche dai primi ripensamenti di quelli dell'Est, che certamente nel caso di una sua scomparsa non ne sentiranno una particolare mancanza, si può perlomeno dire che su molte di quelle sue politiche interne di carattere suicida, e così pure estere e strategiche, abbia pesato la scarsa sovranità proprio nei confronti degli Stati Uniti che oggi, pure con un certo disprezzo, se ne liberano; e che oltretutto ne hanno da sempre e a proprio vantaggio sovrinteso alla formazione e selezione delle élites dominanti: politiche, economiche, militari o culturali che fossero.
Anche l'idea di un Core5 o C5, sempre contenuta nella nuova ed ampliata versione della National Security Strategy, conferma l'impressione che tale testo sia davvero una ben pensata provocazione per saggiare le reazioni dei destinatari. Accettando i nuovi equilibri multipolari, gli Stati Uniti ne propongono unilateralmente una loro interpretazione, espressa proprio dal Core5, un grande tavolo internazionale con la Cina, la Russia, l'India e il Giappone. In questo novero di grandi potenze emergenti, la presenza giapponese suscita una stridente curiosità, motivata unicamente dal bisogno americano d'applicare un contenimento alla forza soprattutto cinese e in minor misura russa nel Pacifico. Proprio in questi giorni, peraltro, Tokyo è in tensioni crescenti con Pechino, e non è un mistero che a sciogliere le briglie a certe sue frustrazioni nazionaliste provveda proprio Washington, che al contempo anima anche certe velleità filippine: in entrambi i casi con esiti piuttosto ingloriosi, almeno a giudicare dai continui sviluppi. Anche l'India, a cui di certo non si può dir di no data la sua oggettiva rilevanza, nel Core5 sembra far presenza con finalità di contenimento verso la Cina, tanto a livello continentale quanto marittimo (ovvero nell'Indo-Pacifico, come spesso dicono gli analisti di "marca" americana). Dopotutto, malgrado la riaffermata e crescente vicinanza di New Delhi con Mosca e Pechino, per Washington l'India resta un interlocutore e partner essenziale, pilastro dell'IMEC oltre che delle stesse strategie di contenimento cinese nell'Oceano Indiano e Pacifico. E' però qua che sorgono gli interrogativi su tutte le altre assenze: dopotutto, non si contemplano altri attori tra partner storici di Washington e altri ancora che si vorrebbe elevare o riconoscere ad interlocutori inaggirabili, dal Pakistan all'Arabia Saudita, o ancora l'Egitto, per non parlar poi dell'Iran, o l'Indonesia per cui analogamente le stime future prospettano un indiscusso ruolo di superpotenza nel Pacifico. Restano inoltre fuori, da un organismo ipotetico dove comunque si riconosce il grande peso oggi recitato negli attuali equilibri internazionali dall'Asia, anche altri attori di rilievo come ad esempio il Brasile o il Messico con cui, ad onor del vero gli Stati Uniti non sembrano intrattenervi i rapporti migliori. Con questo testo, Washington punta ad accantonare l'idea del G7, scelta realistica nelle nuove geometrie internazionali, mentre sabota quella del G20, che mai ha davvero gradito; ma a regnare su tutto è in ogni caso l'impressione che dopo una simile proposta molti altri discorsi e riproposizioni, revisioni e quant'altro, dovranno seguire.
