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Col 2023 si chiude un anno record per la Cina e la sua economia, e non solo

2024-02-08 14:00

Filippo Bovo

Col 2023 si chiude un anno record per la Cina e la sua economia, e non solo

Nelle settimane di gennaio sono progressivamente emersi i dati relativi all'andamento dell'economia cinese nell'anno appena trascorso, a consegnare ag

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Nelle settimane di gennaio sono progressivamente emersi i dati relativi all'andamento dell'economia cinese nell'anno appena trascorso, a consegnare agli osservatori un bilancio indubbiamente da record. Contrariamente alle previsioni o alle letture più nefaste che circolavano soprattutto presso molta stampa nostrana, e che del resto tuttora continuano a prodursi nel tentativo invero piuttosto goffo di mascherare l'evidenza, Pechino è sembrata affacciarsi sullo scenario internazionale con una solidità ed un'importanza ben maggiori rispetto anche alle pur generose prospettive che i suoi ambienti politici ed economici s'erano dati prima del 2023. La non facile congiuntura internazionale, che in misura diversa ha impattato sulle economie di numerosi paesi, nel caso cinese non s'è dunque rivelata propriamente perniciosa. 

 

Sono stati ad esempio superiori rispetto agli obiettivi previsti tutti i vari indicatori economici nazionali, a cominciare dal PIL pari a 126058,2 miliardi di yuan (grossomodo 17.700 miliardi di dollari), a determinare un considerevole +5,2% di crescita rispetto al 2022. Ne deriva anche una sempre maggior spinta all'economia globale, che oltretutto va a beneficiare proprio molti settori di punta dell'industria cinese: si pensi ad esempio all'elettronica, dove la “top ten” mondiale vede una salda e crescente presenza dei suoi produttori. Pechino ha coltivato negli anni questi settori, ed in particolare proprio quello del 3C (computer, cellulari e comunicazione), oltre a quello dell'automotive o ancora della salute, su cui soprattutto l'amministrazione di Shanghai negli anni ha deciso di puntare in misura vieppiù maggiore coinvolgendo numerosi attori internazionali. In generale tutto questo non dovrebbe meravigliare, considerando la forte interconnessione dell'economia e del sistema paese cinese col resto del mondo, in un più ampio quadro che non andrebbe unicamente descritto secondo i termini della globalizzazione. 

 

Nuovi brand cinesi s'affermano ogni giorno tanto nel mercato nazionale quanto in quello estero, con un'offerta in termini quantitativi, qualitativi e tecnologici di primissimo livello: se pensassimo per esempio a due produttori di smartphone cinesi tra i più affermati e diffusi nelle nostre tasche come Oppo o Xiaomi, che oggi insieme ad altri si contendono i primi posti nelle classifiche internazionali, resteremmo sorpresi a pensare siano stati fondati rispettivamente nel 2004 e nel 2001. Non diversamente avverrebbe guardando al settore software, ad esempio con l'affermazione di nuovi sistemi operativi sia per smartphone come per computer quali HarmonyOS di Huawei, inizialmente sorto come sistema esclusivo della società di Shenzhen condannata dal ban di Google a suo tempo votato dall'amministrazione Trump ma nel tempo divenuto volontaria scelta anche d'altri produttori del settore, mentre altri come Xiaomi s'apprestano a vararne di propri come HyperOS. A tacer poi di Deepin, rapidamente divenuto uno dei più gettonati sistemi operativi per computer tra quelli basati su Linux, o al nuovo arrivato Kylin che progressivamente andrà a rimpiazzare i sistemi Windows sinora utilizzati anche da molte aziende e pubbliche amministrazioni cinesi. Analogo discorso si può fare pensando a molti Costruttori automobilistici cinesi come BYD, Chery o Geely che hanno visto la loro fondazione rispettivamente nel 2003, nel 1997 e nel 1987, da allora diventando colossi con una produzione di tutto rispetto ma pur sempre lontani dalle “Quattro Grandi” del settore in Cina come DongFeng, FAW, SAIC e Chang'an: eppure già la sola BYD, che nel campo delle auto a trazione elettrica ha recentemente sorpassato Tesla ed intende aprire un proprio stabilimento nell'UE, sta suscitando interessi ed aspettative nei mercati europei, apprestandosi a farvi una solida presenza con un certo timore anche dei Costruttori occidentali.

 

Tutti questi elementi, insieme a tanti altri non elencati perché costringerebbero ad avventurarsi in altri campi tecnici ed economici ancora, ci aiutano a capire come mai il 2023 non potesse essere per Pechino tanto nefasto come certi suoi detrattori od osservatori meno scrupolosi avevano invece paventato. Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) aveva previsto per l'economia cinese una crescita del 3% per il 2023, ed evidentemente a tali dati molti di questi analisti hanno continuato ad aggrapparsi senza desistervi nelle loro stime circolate nel corso dell'anno su gran parte della stampa occidentale. Con un tasso di crescita superiore al 5%, obiettivo minimo prefissatosi dal governo, e all'aumento del 3% del 2022, ne deriva anche una prospettiva per il futuro a dir poco rosea; per giunta, il tutto avviene malgrado le forti tensioni geopolitiche che l'anno 2023 ha comportato per il mondo intero. Altri dati interessanti sono l'aumento dei prezzi al consumo (CPI) dello 0,2% e quello della produzione nazionale di cereali di 695,41 milioni di tonnellate, vale a più 8,8 milioni e +3% rispetto al 2022, in un anno in cui molti paesi rivedevano invece al ribasso le loro stime produttive come conseguenza della guerra in Ucraina. In generale, il contributo di Pechino alla crescita dell'economia mondiale va ad attestarsi, guardando anche ai dati degli anni precedenti, ad un 30% del globale, ed in tal senso oltre alla sempre più elevata capacità di crescita ed appetibilità dell'export cinese andrebbe valutata anche quella del suo mercato interno, sempre più interessato a quanto offerto dall'import dall'estero. Ne derivano quindi sempre più importanti occasioni per le economie del resto del mondo, come confermato anche dal portavoce del Ministero degli Esteri cinese Mao Ning: “Il mercato cinese, con il suo ampio spazio e la sua crescente capacità svolgerà sicuramente un ruolo importante nell'aumentare la domanda aggregata globale. La Cina si aprirà incessantemente al mondo esterno, in modo che il mondo possa condividere le opportunità della Cina e svilupparsi insieme ad altri paesi”. 

 

Tali considerazioni sarebbero ulteriormente incoraggiate anche da altri dati, come ad esempio l'aumento del PIL pro capite per un +5,4%, degli investimenti in capitale fisso per un +3% o al tasso di disoccupazione urbano che ha conosciuto un buon -0,4%, a tacere poi dei consumi, pari ad un +7,2% su base annua per un valore di 47 trilioni di yuan, che possono spiegare come nel colosso asiatico, seconda economia al mondo, vi siano ogni anno sempre più nuovi consumatori interessati non soltanto ai beni e servizi di produzione nazionale, ma anche a quelli di produzione estera. Che tale opportunità non passi inosservata agli ambienti economici e produttivi occidentali è facilmente provata da un dato inequivocabile come l'aumento su base annua delle nuove imprese ad investimento diretto pari ad un +36,2%, che indica proprio la loro volontà di essere presenti in un mercato come quello cinese che sempre più va a porsi sullo scenario mondiale come grande polo d'innovazione e di sviluppo economico, praticamente irrinunciabile per il sostentamento delle loro stesse attività.

 

 

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