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Conflitto israelo-palestinese: eppure qualcosa si muove

2023-11-28 19:00

Filippo Bovo

Conflitto israelo-palestinese: eppure qualcosa si muove

Forse in Italia non hanno suscitato un gran clamore, eppure le parole pronunciate dal premier spagnolo Pedro Sanchez sul conflitto israelo-palestinese

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Forse in Italia non hanno suscitato un gran clamore, eppure le parole pronunciate dal premier spagnolo Pedro Sanchez sul conflitto israelo-palestinese a Gaza nel corso di una conferenza stampa sul lato egiziano del valico di Rafah avrebbero invece meritato una ben più seria attenzione. “Penso che sia giunto il momento per la comunità internazionale, in particolare per l'Unione europea e i suoi Stati membri, di riconoscere lo stato di Palestina”, ha infatti dichiarato il primo ministro, auspicando che tale riconoscimento possa giungere con simultaneità da vari Stati dell'Unione Europea, per poi avvertire: “Ma se questo non è il caso, ovviamente, la Spagna prenderà le proprie decisioni”. Sanchez aveva già dichiarato di voler concludere il proprio mandato col riconoscimento di uno Stato palestinese, e ad indicare la volontà di proseguire nell'intento concorrono pure altri aspetti come ad esempio la nomina, avvenuta soltanto pochi giorni prima, di una donna araba a ministro dell'Infanzia e della Gioventù nel nuovo esecutivo spagnolo. E non si tratta di una personalità qualunque, se consideriamo che Sira Abd Rigo al-Rifai, nata a Valencia e in quota ad Izquierda Unida, ha proprio origini palestinesi: il padre nacque infatti nel villaggio di Anata, vicino a Gerusalemme, con la famiglia paterna tuttora risiedente in Cisgiordania. Oltre ad essere indubbiamente assai nota pure in Israele, non tanto per il suo ruolo d'attivista a favore delle condizioni delle donne in varie parti del mondo, ma soprattutto per aver lanciato in passato l'appello a giudicare presso la Corte Penale Internazionale de L'Aja il primo minisro Benyamin Netanyahi per crimini di guerra.

 

Ad accompagnare Sanchez nel viaggio in Israele, Palestina ed Egitto, il primo ministro belga Alexander De Croo; insieme hanno incontrato il Presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, e proprio in tale occasione il premier spagnolo ha nuovamente espresso questa sua volontà, oltre a condannare le azioni di guerra israeliane su Gaza con “omicidi indiscriminati” di “centinaia di bambini” e violazioni del diritto internazionale. Il premier belga s'è manifestato ben più calmo del suo omologo spagnolo, ma ciò non è servito ad impedire la severa reprimenda di Israele tanto per la Spagna quanto per il Belgio, accusate di “sostenere il terrorismo” con “false dichiarazioni”, col ministro degli Esteri Eli Cohen che addirittura ha richiamato gli ambasciatori spagnolo e belga per un “duro richiamo”. De Croo aveva espresso come prioritario, rispetto al riconoscimento dello Stato palestinese, la liberazione degli ostaggi; per “sedersi intorno al tavolo e discutere dell'argomento”. Ciò non toglie che, col Presidente al-Sisi, De Croo si fosse anche sbilanciato un po' di più, immaginando uno Stato palestinese coi confini del 1967, smilitarizzato e presidiato da forze internazionali sotto l'egida dell'ONU: intuibilmente, tale ipotesi non era sfuggita al governo israeliano, che per quanto moderata l'aveva prontamente giudicata come minacciosa per i propri interessi.

 

Ciò non toglie che ad oggi, tra i 27 Stati che compongono l'Unione, nove già riconoscano lo Stato palestinese indipendentemente dal parere di Israele: la prima a muoversi in tal senso era stata la Svezia, nel 2014. Ne intuiamo come, ad ogni nuovo divampare del conflitto israelo-palestinese, sempre più il muro d'appoggio e consenso alla linea portata avanti da Israele s'incrini, con nuovi Stati europei pronti a concedere il proprio riconoscimento o quantomeno a prenderlo in considerazione nell'auspicio che possano aprirsi nuove vie diplomatiche. Fuori dal perimetro europeo, il numero di paesi che l'hanno fatto è ancor più considerevole, e vede tra l'altro anche svariati alleati di Stati Uniti ed Israele richiamarare i loro ambasciatori da Washington e Tel Aviv, segnando una brusca crisi delle relazioni diplomatiche. Come avvertito dal giornalista ed esperto in materie mediorientali Thierry Meyssan, questo processo ricorda molto da vicino quanto già si vide a suo tempo nelle ultime fasi di vita dell'URSS e rappresenta una minaccia anche alla sopravvivenza dello stesso gigante americano.

 

Una prova l'abbiamo anche nel comportamento di alcuni paesi che in passato operavano in stretta sinergia con l'agenda politica statunitense in Medio Oriente, a fianco sia pur non dichiaratamente di Israele o ad esso successivamente riavvicinati dopo precedenti fasi di scontro. E' il caso della Turchia che, dopo l'incidente della Freedom Flotilla del 31 maggio 2010 aveva reagito con posizioni bellicose verso Israele, che aveva assalito il convoglio d'imbarcazioni diretto a Gaza con la propria marina militare nel quadro di un'operazione nota come Brezza Marina. Ma, successivamente, i due paesi s'erano trovati a convergere nelle proprie operazioni sul fronte siriano, a seguito dello scoppio delle Primavere Arabe e della conseguente guerra civile in Siria: entrambi avevano appoggiato le forze del Consiglio Nazionale Siriano, in lotta col governo di Damasco e sostenute dai paesi NATO, oltre alle forze islamofondamentaliste legate ad al-Qaeda, ad al-Nusra e all'Isis. Tutto però aveva nuovamente iniziato a cambiare in seguito, soprattutto dopo il fallito golpe contro il Presidente Recep Tayyip Erdogan del 2016: lentamente la Turchia aveva iniziato ad avvicinarsi ai paesi del blocco “eurasiatico” della SCO, oltre a rimuovere a rimuovere gli elementi più vicini agli Stati Uniti dal proprio apparato d'intelligence così come dalle proprie forze armate. Le successive crisi internazionali, come quella in Ucraina scoppiata il 22 febbraio 2023 o quella attuale a Gaza, hanno ulteriormente inasprito le distanze coi vecchi alleati occidentali. E' di questi ultimi giorni, per esempio, l'ennesima condanna di Erdogan ad Israele, definita in un discorso pubblico “Stato terrorista”, che nel suo attacco a Gaza ha potuto contare su un “sostegno illimitato” da parte dell'Occidente. Nel suo discorso ha ribadito che per la Turchia Hamas non costituisce un'organizzazione terrorista ma una forza di resistenza all'occupazione israeliana, invitato affinché si processino i vertici militari israeliani e dichiarato Netanyahu un leader presto destinato a perdere il controllo del suo paese, che dovrebbe tra l'altro riferire anche sull'effettivo possesso israeliano d'armamento nucleare. Sono decisamente tramontati i tempi in cui si parlava, solo per fare un esempio, di un ingresso della Turchia nell'UE, candidatura che peraltro da tempo Ankara ha unilateralmente revocato.

 

Non diverso è il caso dell'Arabia Saudita, recentemente entrata nei BRICS+ come del resto anche la Turchia sarebbe interessata a fare; nel corso di un vertice straordinario del sodalizio, il Principe ereditario Mohammed Bin Salman ha esortato tutte le nazioni a bloccare le esportazioni di armi ad Israele. Il vertice straordinario, tenuto in videoconferenza dal Sudafrica, era stato indetto proprio per elaborare una risposta comune al conflitto israelo-palestinese. Oltre al blocco dell'export d'armamenti, l'Arabia Saudita auspica l'avvio di un processo di pace serio e globale volto alla creazione di uno Stato palestinese nei confini del 1967: “La posizione del Regno è costante e ferma; non c’è modo di raggiungere la sicurezza e la stabilità in Palestina se non attraverso l’attuazione delle decisioni internazionali relative alla soluzione dei due Stati”. Inoltre il Principe ereditario ha chiesto che si blocchino immediatamente le operazioni militari israeliane su Gaza, oltre a ribadire il rifiuto saudita allo sfollamento forzato dei civili di Gaza, invocando azioni collettive per evitare il deterioramento delle condizioni umanitarie nella Striscia. Anche Bin Salman, riferendosi alle azioni israeliane, ha parlato di “crimini brutali”, come provato dal bilancio delle vittime presentato dalle autorità di Gaza che ormai supererebbe i 13mila morti. Sebbene le autorità israeliane abbassino la conta a “solo” 1200 morti, non ci sono molti dubbi su quali fonti il Principe ereditario al pari di altri ritenga più credibili. Sullo sfondo del vertice il Sudafrica, nazione ospitante, aveva intanto espulso l'ambasciatore israeliano dopo una votazione del parlamento che aveva visto 248 favorevoli e 91 contrari. 

 

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