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La coltivazione della vite in Africa: da una breve storia alle attuali e future opportunità

2024-06-19 09:57

Filippo Bovo

La coltivazione della vite in Africa: da una breve storia alle attuali e future opportunità

Nel corso della storia, in Africa la coltivazione della vite ha avuto momenti di grandi fortune, alternati ad altri di declino: se in epoca preislamic

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Nel corso della storia, in Africa la coltivazione della vite ha avuto momenti di grandi fortune, alternati ad altri di declino: se in epoca preislamica se ne riportava diffusamente le coltura, sia da tavola che da vino, soprattutto nelle aree lungo il Mediterraneo, in seguito la produzione vinicola è venuta drasticamente meno, pur rimanendo quella da frutto.

 

In epoche più recenti, la produzione vinicola è di nuovo riemersa, ampliandosi anche ad altre aree come parti del Corno d’Africa o dell’Africa meridionale, dapprima per fenomeni come la colonizzazione e la conseguente presenza di coltivatori europei, e successivamente per l’affermazione di Stati laici che ne hanno preservato in un qualche modo la coltivazione, seppur con differenti priorità nell’ambito delle locali produzioni agricoli. Se ne riportava ancora una seppur modesta presenza nel Corno d’Africa, ed in quantitativi invece decisamente più importanti nell’Africa settentrionale, dove spiccavano casi come l’Algeria o la Tunisia che addirittura non di rado scambiavano con altri paesi come ad esempio l’Italia, negli Anni ’70 ed ’80, le proprie uve e i propri vini con altri prodotti della nostra industria, soprattutto pubblica, come quella del gruppo IRI. 

 

In seguito le varie turbolenze conosciute all’affermazione del radicalismo islamico hanno fortemente pesato sulle sorti delle uve da vino, riducendone anche drasticamente la produzione nei paesi affacciati sul Mediterraneo: in Algeria, ad esempio, l’insorgere del Fronte di Salvezza Islamica (FIS) e la conseguente guerra civile degli Anni ’90, ebbe un impatto drammatico; mentre in Etiopia, le coltivazioni esercitate da alcune ditte d’italiani rimasti in epoca monarchica andarono incontro agli espropri da parte del DERG prima e della guerra che a ritmi crescenti investì soprattutto le aree settentrionali dell’odierna Eritrea poi. Negli ultimi anni, ad ogni modo, tale coltivazione è tornata a far capolino, sia per recuperare le vecchie tradizioni sia per andar incontro alle esigenze di un mercato interno che fortemente mira, come nel caso eritreo, al perseguimento della propria autosufficienza agroalimentare; ciò tenendo comunque conto della priorità accordata, proprio per tali motivazioni, ad altre produzioni indubbiamente più fondamentali.

 

Diverso il caso dell’Africa meridionale, dove nel corso degli anni la coltura della vite da vino ha visto un costante successo, rappresentando oggi col Sudafrica un fatto abbastanza noto anche tra i non addetti ai lavori. E’ invece più sorprendente la coltivazione, peraltro avviatasi con positivi riscontri, in altre aree del Continente, come in Tanzania, dove tuttavia l’iniziativa è opera d’imprenditori italiani, con la loro cantina Cetawico; ma d’altronde l’Africa non è certo povera di climi e terreni adatti alla coltura della vite, e seppur non rappresenti una voce primaria per la soddisfazione dell’autosufficienza alimentare interna, quantomeno per diversi suoi paesi può pur sempre costituire un’utile differenziazione delle esportazioni, con cui ottenere risorse economiche utili da destinar poi ad altre produzioni interne indubbiamente più fondamentali. 

 

Per trarre però pienamente vantaggio da un tale valore aggiunto, è necessario che l’impresa sia nazionale, e non frutto di un’esclusiva presenza straniera, e che pertanto veda operatori africani detenere ed esercitare quelle varie competenze più comunemente note come “know how”; in questo caso appare allora davvero rimarchevole il caso di François Desirè Bazie, che nel suo Burkina Faso è ritornato, dopo anni di peregrinazioni come rifugiato, trovando migliori condizioni e soprattutto vestendo oggi i panni dell’imprenditore vinicolo. Certo, è solo uno dei casi: nel quadro del Piano Mattei, per esempio, si parla di un’iniziativa tesa a dar vita a 40mila ettari di vigneti tra Algeria, Egitto, Ghana ed Angola; se anche in questi casi si riporterà un travaso di competenze e di mezzi, sarà stato un’ottima cosa.

 

Anche altre nazioni extra-africane portano avanti già da anni preziose cooperazioni con numerosi paesi del Continente, e certamente tra questi il caso della Cina è quello storicamente oggi più noto, con importanti trasferimenti di competenze e risorse che nei settori più disparati, pertanto non solo quello della viticoltura, hanno ormai già hanno prodotto rimarcabili risultati.


 

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