Quando dislochi una massive armada in Medio Oriente (come quella annunciata da Donald Trump, con l'arrivo del gruppo d'attacco della USS Abraham Lincoln (CVN-72) accompagnata dai cacciatorpedinieri Frank E. Petersen Jr., Spruance e Michael Murphy nel Golfo dell'Oman e nel Mar Arabico tra il 26 e il 31 gennaio 2026) e ti ritrovi in mezzo a tre diverse esercitazioni navali altrui a breve distanza di tempo, ti conviene valutare una exit strategy (Critical Threats). Parliamo dell'ottava edizione della Maritime Security Belt 2026 o Zolfaghar 1400 (il 27-31 gennaio nel Golfo di Oman e nell'Oceano Indiano settentrionale, con unità navali iraniane Artesh/IRGC, russe e cinesi come i distruttori Type 055/052D, focalizzato su sicurezza marittima, anti-pirateria e azioni tattiche a fuoco aperto, descritto come "unità multipolare" contro l'egemonia USA); delle esercitazioni iraniane in solitario a fuoco aperto nel Stretto di Hormuz (annunciate per l'1-2 febbraio dall'IRGC Navy, seppur temporaneamente negate da un ufficiale iraniano dopo un avvertimento CENTCOM che invitava ad una “condotta sicura e professionale”, un episodio che evidenzia la fluidità e il rischio di gravi malintesi); e della seconda fase della Maritime Security Belt a metà febbraio (nel nord dell'Oceano Indiano, con partecipazione confermata da Iran, e annunci russi/cinesi attesi) (Al Jazeera, Palestine Chronicle). Anche perché nel frattempo gli alleati di Teheran (cinesi in primis, con tre navi nel Golfo di Aden ufficialmente a scorta del naviglio mercantile) continuano a restare là e non se ne vanno, rendendo l'ambiente operativo per gli USA sempre più complesso e rischioso.
La soluzione per Washington c'è: se tanto spettacolarizzata era la massive armada (la più grande concentrazione militare USA nella regione dal giugno 2025, con l'USS Abraham Lincoln che ha raggiunto l'area tra Mar Arabico e Golfo di Oman tra il 26 e il 31 gennaio, portando F-35C/F/A-18, circa 5.700 operatori e missili Tomahawk, e ulteriori navi militari come l'USS Delbert D. Black), soprattutto a livello mediatico, così pure può esserlo la notizia che l'Iran voglia "trattare seriamente", e che di conseguenza l'uso della forza non sia ormai più la prima delle opzioni, se mai lo era stata (Military, Caspian Post). E, a dirla tutta, già da qualche giorno Washington sembrava voler fare dietro-front, alternando alle solite frasi minacciose, come “il tempo sta per scadere” e “brutte cose” in mancanza di un accordo ("time running out" e “bad things”), altre più concilianti, come l'ottimismo per “un accordo sul nucleare giusto ed equo” ("a fair and equitable deal") (Al Jazeera). Cercava un assist in Teheran per poterlo fare, e infine da tanto che lo voleva l'ha un po' forzato pure, creandosi la scusa da sola; ma in ogni caso da parte iraniana, come confermato pure dal Ministro degli Esteri Abbas Araghchi e dal capo del Supremo Consiglio di Sicurezza Nazionale, Ali Larijani, la disponibilità al dialogo non manca (Al Jazeera). Dopotutto, a nemico che se ne va, o che perlomeno per qualche tempo prende un po' il largo (come l'Abraham Lincoln che si è riposizionato verso il sud dello Yemen, a circa 1.400 km dal porto iraniano di Chabahar, in “zona sicurezza”), ponti d'oro (Wanaen). Passi, almeno fin qui, di reggergli il gioco, a vantaggio di condizioni che favoriscano un dialogo un po' più serio, come i colloqui indiretti mediati da Turchia, Qatar, Oman, Egitto e UAE, con un “incontro principale” previsto a Istanbul per il prossimo 5 febbraio tra Araghchi, Witkoff e Kushner, e rappresentanti regionali sauditi ed egiziani per evitare conflitto e de-escalare (CNN, Understanding War).
Seppur mediaticamente descritta in Occidente come in grado di distruggere il paese (con particolare enfasi sulla più grande concentrazione militare da giugno 2025 e le finalità di regime change) nel concreto la massive armada si sarebbe ritrovata soggetta a rischio di decimazione, qualora la situazione fosse drammaticamente sfuggita dal controllo (Al Jazeera, Critical Threats). Ci mancava poco, dopotutto, considerando già soltanto tutte le esercitazioni fin qui nominate: infatti i moniti, o preghiere, date all'IRGC da CENTCOM nelle esercitazioni iraniane dell'1 e 2 febbraio sono da leggersi anche in questo senso (Critical Threats, Understanding War). A quel punto per Washington, dinanzi ad un conflitto ben più che regionale, con forze in mare insufficienti ad affrontare tale situazione nonostante la gran pompa mediatica, per giunta senza concessione dello spazio aereo e delle basi da parte degli altri paesi della regione (Arabia Saudita, UAE, Qatar, Giordania, Turchia, Azerbaigian, Pakistan, ecc, hanno negato esplicitamente l'uso di entrambi per le azioni contro l'Iran), sarebbe stato difficile salvarsi la faccia (Military). La massive armada, presentata come invincibile distruttrice, del cui potere intimidatorio ora potersi vantare, in realtà era dislocata là soprattutto con finalità di "diplomazia impropria"; ma va da sé che raccontarlo in questi termini al pubblico occidentale, sempre mediaticamente parlando, non sarebbe stato altrettanto scenico. L'alto comandante iraniano Vahidi l'ha definita parte di una "guerra psicologica", e gli Stati del Golfo hanno avvertito gli USA che i missili iraniani a breve e medio raggio avrebbero potuto causare danni significativi agli stessi interessi americani nell'area; l'Iran può in effetti contare oggi su una produzione missilistica raddoppiata rispetto alla Guerra dei 12 Giorni del 2025 e su dispositivi di lancio nascosti nelle montagne (Understanding War, Anadolu).
Washington ha bisogno di un accordo di facciata con Teheran per contenere soprattutto Israele, che non esita ad usare tutto il suo potere ricattatorio e la sua influenza sull'Amministrazione pur di riguadagnare terreno sull'arcinemico iraniano, come si può percepire anche dalle visite di alti ufficiali israeliani per discutere d'intelligence ed attacchi condivisi (a cui hanno fatto eco quelle di omologhi sauditi che hanno invitato ad una maggior moderazione). Ora Washington potrà dire, se il risultato di un accordo arriverà (ma già ora, anche senza che arrivi, subito cogliendo l'occasione per la de-escalation e muovendo la Lincoln dal Golfo dell'Oman al Mar Arabico, in "zona sicurezza" verso il sud dello Yemen), che sia stato proprio per merito della sua capacità intimidatoria ("E' bastato mostrare agli iraniani la pistola posata sul tavolo, perché trattassero subito") (Wanaen). Che è altra cosa dal dire che si sia cercato di tirare la corda più che si poteva, anche a rischio di scatenare sul serio una crisi regionale con la distruzione davanti ai media di tutto il mondo del proprio ruolo di superpotenza nel Medio Oriente (immaginiamoci l'immediata reazione iraniana, oltre che di Houthi ed Hezbollah, basi e navi colpite e gravemente danneggiate, ecc), per contenere, più che il "nemico iraniano", il caro "amico israeliano" (e peraltro giusto per stavolta, non certo in via definitiva).
Questa dinamica riflette un contesto più ampio. L'Iran, supportato da alleati globali come Russia e Cina (condanne delle interferenze USA, acquisti di petrolio, esercizi congiunti come Maritime Security Belt per "unità multipolare", ma anche condivisione di dati d'intelligence e fornitura di dispositivo tecnico e militare), e da alleati regionali come Pakistan, Turchia ed Arabia Saudita (accordi di mutua difesa nascenti, coordinamento nell'intelligence contro infiltrazioni curde nel settentrione iraniano, negazione dell'uso delle basi USA), mantiene una resilienza strategica. Se soprattutto nell'immediato le possibilità di un conflitto, malgrado il forte bellicismo retorico, continuano a mantenersi piuttosto basse (grazie al sostegno regionale ed internazionale e ai colloqui), la exit strategy USA potrebbe ulteriormente contribuire ad evitare un'escalation che in definitiva nessuno (tranne Israele) desidera davvero.
