
Da un quarto di secolo le relazioni tra Washington e Caracas vivono una costante conflittualità, con ripetute interferenze statunitensi negli affari interni venezuelani. Tra sanzioni economiche, interventi nel voto parlamentare e presidenziale, strategia della tensione a suon d'intelligence e fiancheggiatori (celebre il caso delle Guarimbas) e tentati golpe (a partire da quello contro Ugo Chavez dell'11 aprile 2002), Washington ha fatto letteralmente di tutto pur di rovesciare il governo bolivariano e ricondurre il paese nella sua sfera d'influenza. L'arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca s'è configurato fin da subito in una netta riaffermazione della Dottrina Monroe, del resto mai davvero trascurata neanche dai suoi predecessori, che ha trovato nel Venezuela il bersaglio primario. Sono state soprattutto le ultime settimane a testimoniare il crescendo nei dissapori tra le due capitali, con le Forze Armate USA che nel Mar dei Caraibi hanno intensificato le operazioni navali su vari obiettivi venezuelani. Dapprima sono state intercettate e bombardate piccole e medie imbarcazioni accusate di contrabbandare droga negli Stati Uniti, accusa in realtà piuttosto risibile: quei barchini, che sono la vita di famiglie di pescatori, per raggiungere la Florida dovrebbero rifornirsi almeno venti volte di carburante, e in ogni caso ben difficilmente riuscirebbero nel loro intento senza esser avvistati prima dalla stessa Guardia Costiera statunitense.
Peraltro, per quanto tuttora ribadita da Governo e Magistratura statunitensi, l'accusa di narcotraffico in realtà si sposa ben poco con Nicolas Maduro e sua moglie Cilia Flores, rapiti nottetempo a Caracas con un'azione corsara che ha nel decapitare un governo avversario il suo unico e reale obiettivo. Comunque, solo dicembre ha visto perire almeno 110 innocenti, colpiti dalle Forze Armate USA nelle loro operazioni nel Mar dei Caraibi, mentre semplicemente si guadagnavano da vivere coi loro pescherecci. Washington ha condotto inoltre varie azioni di sabotaggio nel paese, con esplosioni ed incendi che hanno evidenziato la forte infiltrazione di elementi del suo intelligence, ha intercettato e sequestrato due petroliere venezuelane in acque internazionali con la sua Marina, altra grave azione di pirateria, e colpito infine uno scalo portuale con un suo drone, segnando un'ulteriore fase nella spirale tra i due paesi. Infine, il blitz di ieri notte, col sequestro del Presidente Maduro e di sua moglie.
Solo poche ore prima, nel tentativo di rompere il crescente assedio, Maduro aveva proposto a Washington un “dialogo serio” su qualsiasi tema sul tavolo, dalle accuse di narcotraffico alla cooperazione migratoria, fino alla vera posta in gioco nella crisi, il petrolio. Probabilmente l'offerta è stata letta da Washington più come un segnale di debolezza che di disponibilità, dando il via ad un piano già stabilito anzitempo. Tra mezzanotte e le due del mattino le Forze Armate USA, con jet F-35 ed elicotteri Apache e Chinook, hanno avviato un attacco aereo ad ampia scala sul Venezuela, prendendo di mira soprattutto obiettivi sensibili come ad esempio la base militare di Fuerte Tiuna, la più grande di Caracas. I centri di comando e le reti di collegamento della difesa sono state paralizzate dalla saturazione delle onde radio e da azioni contro le infrastrutture energetiche, con un black-out in tutta la capitale che ha bloccato anche la difesa antiaerea. Di fatto, per quanto massicciamente armato, il paese s'è ritrovato bloccato ed incapace di un'immediata reazione difensiva, con unità Tier 1 di Delta Force e Navy SEALs che a Miraflores hanno letteralmente arrestato nel sonno il Presidente e la consorte. Tra le quattro e le sei del mattino, quando nel paese le comunicazioni hanno progressivamente ripreso a funzionare, l'operazione speciale USA risultava di fatto già conclusa, mentre Caracas dichiarava l'emergenza e denunciava l'aggressione militare subita. Fin qui la ricostruzione tecnica dell'operazione Absolute Resolve, basata su versioni ufficiali infiocchettate dalle interpretazioni lievemente più oculate di qualche analista; ma, come molti potranno giustamente pensare, troppi elementi ancora non quadrano. La stessa conferenza di Mar-a-Lago, con cui nel pomeriggio di ieri il Presidente Trump ha vantato i successi dell'operazione e le aspettative che andrà ad inaugurare, non si discosta più di tanto dal tipico canovaccio di un film d'azione hollywoodiano.
Appare invece più verosimile che gli USA cercassero una via d'uscita ad un impasse in cui s'erano di fatto cacciati da soli, dopo aver inasprito le tensioni con Caracas fino a questo punto, col risultato di non potersi permettere più un dietro-front senza gravi conseguenze sul fronte interno e con gli alleati: e che pure in Venezuela il sistema di potere interno, in gran parte ruotante sull'apparato energetico e militare, non scevro da infiltrazioni esterne, fosse in ultima istanza disponibile a barattare Maduro come contropartita alla sopravvivenza dello status quo. In tal modo gli USA hanno guadagnato il loro facile “trofeo di guerra” in un Maduro che anche a Caracas i militari non percepivano, contrariamente ad Ugo Chavez, come figura insostituibile; la tensione tra i due paesi potrà ora gradualmente scemare mentre, ad acque calme, si contratteranno nuovi spazi per le multinazionali dell'energia USA, su cui oltretutto lo stesso Maduro aveva già dato ampia disponibilità. Onde evitare al popolo e al paese recrudescenze peggiori, con un più deciso intervento delle Forze Armate USA su Caracas e bombardamenti massicci sui civili, il Presidente Maduro ha probabilmente acconsentito a consegnarsi, non prima d'essersi interpellato coi suoi compagni di governo e i militari. Se il futuro dovesse darne conferma, vorrebbe dire che ci troviamo dinanzi ad una figura indubbiamente eroica, capace di un gesto di grande nobiltà e coraggio, tale da umiliare gli inconsapevoli carnefici. Il governo di Caracas uscirà almeno nel breve e medio periodo rafforzato, dato il compattamento popolare ed internazionale che riceverà per l'aggressione subita, che davvero non ha precedenti: in un sol colpo, gli USA hanno violato un paese sovrano e l'immunità diplomatica di un capo di Stato, infrangendo ogni loro precedente record di violazioni del diritto internazionale.
Un tale precedente, dando una brusca svolta alla “grande guerra globale a pezzi”, potrà trovare in futuro nuove imitazioni, non soltanto da parte di Washington: tutti nel mondo se lo sono appuntato, ognuno traendone la lezione dovuta. Esattamente come il congelamento dei fondi sovrani russi nel 2022 aveva portato molti paesi ed investitori a ricredersi sull'affidabilità data dal possedere titoli di credito USA come garanzia di una loro maggior sicurezza, velocizzando il processo di de-dollarizzazione, così pure in questo caso molti governi potranno vedere in un'accelerazione del loro sganciamento dall'ordine unipolare a guida statunitense una scelta sempre meno procrastinabile. Altri invece si sentiranno indotti a prendere un cammino opposto, proprio perché intimiditi dalla montante inaffidabilità statunitense. Ma in generale, quando una superpotenza come gli USA dimostra che pur di preservare quote della sua egemonia è disposta a tutto, di volta in volta peggiorando sempre più il proprio repertorio e volutamente estromettendosi dall'alveo della legalità internazionale, il risultato nel lungo periodo è sempre quello di un crollo sistemico della sua credibilità internazionale. Sin qui il messaggio che molti paesi al mondo hanno recepito, e neanche tanto sottotraccia, è che altre grandi potenze al contrario testimoniano la possibilità di prosperare in un mondo globalizzato senza che il diritto internazionale sia violato, ma al contrario ribadito e rafforzato: i BRICS+ sono l'esempio più immediato, prima tra tutte Pechino, con cui peraltro il Venezuela ha sin qui stretto importanti accordi che certamente Washington non ha mai visto di buon occhio.
Caracas siede sui più grandi giacimenti petroliferi al mondo, oltre a vantare grandi risorse di minerali critici: gli USA aspirano a guadagnarvi una prelazione, ma né per il Venezuela né per il resto del mondo, Washington compresa, Pechino è un fattore sostituibile. Indipendentemente dalle condizioni che gli USA vorranno ottenere in futuro con Caracas, quest'ultima non potrà rinunciare del tutto a Pechino, prima cliente del suo greggio, e anche la stessa industria petrolifera americana ben difficilmente la potrà bypassare. Anche in Congo e in Nigeria, ricorrendo in quel caso a metodi differenti (il ruolo di M23 e Ruanda nel Kivu, le accuse di non tutelare i cristiani dagli islamisti nel settentrione nigeriano), gli USA hanno cercato ovvero imposto accordi favorevoli per le loro corporations, ma né Kinshasa né Abuja hanno detto addio alla loro marcia verso Pechino e il mondo multipolare. Contrariamente ai nefasti trionfalismi uditi ieri a Mar-a-Lago, la realtà è che nel lungo periodo l'ordine unipolare risulta sempre più scollato ed indebolito, con Washington suo malgrado costretta ad agire come elemento sempre più burrascoso ed inaffidabile in un ecosistema multipolare ben più grande di lei. Per inciso, le ultime immagini che abbiamo di Maduro a Miraflores, poche ore prima della cattura, lo vedevano con una delegazione cinese guidata da Qui Xiaoqi, per discutere di vari ed importanti accordi di cooperazione bilaterale: anche quella novità potrebbe aver velocizzato la fulminea azione statunitense a Caracas, già pianificata da giorni. Tuttavia, il governo di Caracas è rimasto in piedi, come dicevamo forte di una maggior coesione interna ed internazionale data dall'aggressione subita; e con esso anche quegli accordi, peraltro neppure i primi.
Non ci sono dubbi che la “grande guerra globale a pezzi”, la “terza guerra mondiale a pezzi" di cui parlò Papa Francesco, veda nella riaffermazione della Dottrina Monroe in America Latina e del controllo statunitense sugli Stretti, dal Mar Rosso al Mar Cinese Meridionale, uno dei primi obiettivi perseguiti da Washington: dopotutto è dichiarato anche nella National Security Strategy. Gli USA vedono nel controllo delle risorse e delle rotte la chiave per riguadagnare maggiori spazi di sopravvivenza al loro ruolo di superpotenza, agendo a seconda del caso direttamente o per mano dei loro alleati più diretti. Il punto di convergenza di tutte queste loro mosse sarà il Pacifico, con Taiwan: da una parte, favorendo i separatismi in Somaliland e Yemen meridionale col supporto di Israele ed Emirati Arabi Uniti, si sviluppa una grande “spada di Damocle” sulle rotte cinesi tra Indo-Pacifico e Mediterraneo, via Mar Rosso e Golfo di Aden; poi si “chiude” od "attenua" il ruolo del Venezuela come primo fornitore di greggio e risorse alla Cina, come già in parte tentato in Congo, Nigeria o in Sudan. La prossima mossa, intuibilmente, sarà in Medio Oriente, tra Golfo Persico ed Asia Centrale, ovvero in Iran: e non è un mistero, si tratta anche in questo caso di un'azione già annunciata.
Tuttavia, in questa "grande guerra globale a pezzi", bisogna anche saper distinguere tra realtà e pubblicità. I grandi successi sin qui proclamati dagli USA e dai loro alleati appaiono molto più pubblicitari che reali. Israele ha patrocinato il riconoscimento del Somaliland, ma quel processo continua a languire, con le autorità di Hargeisa che addirittura fanno marcia indietro per sopravvivere dall'oggi al domani dinanzi alle forte reazioni interne ed internazionali. Del pari, Israele ed Emirati hanno patrocinato l'avanzata militare del STC nello Yemen meridionale ai fini di un riconoscimento che ora appare impantanato dopo l'intervento e l'ultimatum saudita, con la rottura tra STC e Abu Dhabi e il ritiro dei militari emiratini dal paese. Infine, gli USA hanno colpito in Venezuela, sequestrando Maduro e consorte, ma anche in quel caso il governo bolivariano è rimasto al suo posto, a leccarsi le ferite in vista di un confronto internazionale che lo vedrà rafforzato (e lo stesso, del resto, può dirsi anche per le autorità somale, yemenite e per i loro alleati). Insomma, se l'obiettivo è di colpire gli interessi di Pechino, sabotando le rotte tra Mediterraneo ed Indo-Pacifico via Mar Rosso ed impadronendosi di uno dei suoi massimi partner energetici, allora di strada da fare per gli USA ce n'è ancora parecchia: perché, malgrado la tanta pubblicità declamata tra Washington, Abu Dhabi, Tel Aviv e compagnia (europei compresi), la realtà purtroppo per loro è molto diversa. Il mondo, con le sue dinamiche storiche ed economiche, è sempre molto più grande delle dichiarazioni e delle pretese di qualche suo leader.
