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Gaza, gli altri due fronti: Hezbollah e Houthi, lontani ma vicini

2023-12-12 16:00

Filippo Bovo

Gaza, gli altri due fronti: Hezbollah e Houthi, lontani ma vicini

Dallo scorso 7 ottobre ad oggi la tensione in Medio Oriente non ha fatto altro che salire, allargandosi anche ad altre aree già calde e le cui conflit

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Dallo scorso 7 ottobre ad oggi la tensione in Medio Oriente non ha fatto altro che salire, allargandosi anche ad altre aree già calde e le cui conflittualità locali sono andate pertanto associandosi allo scontro in atto a Gaza. Lo Yemen e il Mar Rosso, il Sudan, il Libano, la Siria e l'Iraq sono ad esempio soltanto alcuni dei punti più salienti di una destabilizzazione in costante espansione. Sono tutte aree dove già erano in atto degli annosi conflitti civili che vanno ora ad inserirsi nelle dinamiche dell'ancor più annoso e plurigenerazionale conflitto israelo-palestinese, data pure l'elevata e comprensibile sensibilizzazione nutritavi dalle popolazioni locali.

 

Gli attacchi condotti dagli sciiti yemeniti Houthi nel Mar Rosso contro navi civili e militari israeliane, americane ed europee hanno conosciuto una crescente intensificazione, di fatto sancendo già da ora l'apertura di un nuovo fronte meridionale legato al conflitto israelo-palestinese. Al pari del fronte settentrionale aperto sin dai primi giorni dei fatti di Gaza dagli sciiti libanesi di Hezbollah, rappresenta per il momento una faglia che potrebbe innescare ancor più ampi conflitti regionali e che proprio per tale motivo nessuno, almeno per ora, intende incendiare apertamente. Gli interventi militari degli anni scorsi contro Hezbollah in Libano, tutti risoltisi in sostanziali se non persino aperte sconfitte, hanno dimostrato ai vertici israeliani che gli sciiti libanesi son ben altro che dei facili avversari; ma non diversamente è stato per quelle saudita ed emiratina dopo i continui rovesci e gli esiti infruttuosi riportati nello Yemen durante la loro lunga guerra contro gli Houthi. Se questi fattori hanno da una parte favorito nel mondo arabo un riavvicinamento dei sunniti con gli sciiti, suggerendo di seppellire l'ascia di guerra come propiziato dalla mediazione cinese, nel caso di Israele e dei suoi alleati occidentali hanno invece portato all'arroccamento su una posizione ancor più ostile verso il resto del Medio Oriente sempre più compattato e fuori dal loro controllo, tesa soprattutto a cercare nuove occasioni per perseguire la "strategia del caos" e una “resa dei conti”. 

 

Resta comunque il fatto che, almeno per il momento, Israele miri a condurre il suo intervento a Gaza ben sapendo d'avere due forti avversari alle spalle, Hezbollah a nord e gli Houthi più a sud, contro i quali sa che prima o poi potrebbe ritrovarsi a giocarvi a volto scoperto. Al momento sono presenze indicate a seconda del caso come neutrali oppure alleate o politicamente vicine ad Israele, a svolgere loro malgrado un ruolo di “ammortizzatore” teso a circoscrivere i fuochi, all'occorrenza anche rintuzzandoli: dalle missioni come UNIFIL, UNTSO o MIBL nel caso libanese al transito e pattugliamento navale nel Mar Rosso da parte di vari attori internazionali, non soltanto occidentali. La loro funzione è di prevenire o comunque circoscrivere potenziali allargamenti di conflittualità locali già vivaci ed intuibilmente suscettibili, come già detto, d'ulteriori deflagrazioni. Ciò va considerato anche alla luce delle capacità di catalizzazione che i due fronti rivestono agli occhi di molti altri attori locali, alleati o vicini ad Hezbollah e agli Houthi: se un conflitto sul fronte libanese può portare al coinvolgimento di gruppi presenti sul campo siriano, oltre che delle truppe siriane ed iraniane vincolate agli sciiti libanesi all'interno dell'Asse della Resistenza, uno sul fronte yemenita e del Mar Rosso potrebbe ugualmente coinvolgere gruppi presenti nel paese così come in Somalia, oltre alle stesse potenze locali, dai sauditi agli iraniani. Nemmeno andrebbe dimenticata la Turchia, che difficilmente accetterebbe una situazione di caos o di vuoto in Libano o Siria: le sue forze sono presenti da anni nel settentrione siriano ed un suo intervento, dato per possibile qualora il conflitto dovesse allargarsi al suo fronte meridionale, assesterebbe un duro colpo alla NATO e metterebbe a nudo la residuale inesistenza dei vecchi rapporti d'alleanza tra Occidente e paesi mediorientali. E' un'altra “linea rossa” che intuibilmente a Washington preferiscono non vedere. Ancora, la Turchia è molto presente sia pur in modo meno esplicito anche nella regione del Mar Rosso, con un'influenza sulla Somalia rivelatasi negli ultimi anni molto importante per il riaggregamento statale del paese.  

 

Gli sciiti iracheni, molto forti e temprati dal lungo conflitto vissuto nel loro paese contro ISIS ed al-Qaeda esattamente come fu per quelli in Siria, si ritroverebbero in un simile scenario a svolgere il ruolo di “jolly” diffusi in entrambi i fronti. Si tratta di fatto di una situazione già presente, benché al momento in forma non manifesta e soprattutto non apertamente bellica: molti di loro hanno cominciato ad entrare in Libano passando attraverso la Siria a partire dal 7 ottobre, sebbene una parte già vi fosse in precedenza; mentre nello Yemen una loro presenza già si registrava fin dai tempi della guerra contro sauditi ed emiratini, a tacer del prima. Tecnici iracheni erano giunti nello Yemen in virtù di una vecchia amicizia politica tra Saddam e Saleh, all'indomani della guerra del Golfo, portandovi le loro competenze in campo missilistico e militare; successivamente, con lo scoppio della rivoluzione Houthi a seguito della guerra civile e delle Primavere Arabe nel paese, divennero appannaggio proprio degli Houthi; a maggior ragione quando l'ultimo Saleh, ormai in lotta aperta col suo successore Hadi, s'alleò proprio con costoro che in passato erano stati tra i suoi avversari principali. D'acqua sotto i ponti da allora ne è passata tanta e nel frattempo i rapporti tra le varie fazioni, così come tra sciiti e sunniti e paesi mediorientali, si sono fortemente consolidati. Prova ne sia che, in ambito marittimo, per colpire il naviglio giudicato come ostile o provocatore, gli sciiti yemeniti possano oggi contare dell'alleanza coi pescatori somali, grazie ai quali possono quindi condurre delle vere e proprie manovre a tenaglia. 

 

Se i fatti del 7 ottobre hanno sorpreso molti osservatori per le accresciute capacità offensive e difensive manifestate da Hamas rispetto al passato, tali da mettere in crisi il sistema militare israeliano, nel caso di Hezbollah e degli Houthi invece di motivi per sorprendersi non dovrebbero esservene: la loro temibilità sul campo è infatti ormai cosa più che nota. Non si batte ripetutamente Israele, uscendo ogni volta più forti di prima, come nel caso di Hezbollah, e non si sconfigge una coalizione ricca e dotata delle migliori tecnologie militari occidentali come quella saudito-emiratina per poi attuare un'offensiva missilistica sul Mar Rosso contro navi nemiche o considerate tali, come nel caso degli Houthi, senza disporre di una solida capacità organizzativa, tecnica e militare. Forti di un enorme prestigio non soltanto militare ma anche politico, i due gruppi sono per Israele e i suoi alleati ben più temibili di Hamas, ed assai meno nuovi a condurre una guerra tecnologicamente impegnativa e di lunga durata. Per ragioni sia analoghe che differenti, uno scontro con Hezbollah e gli Houthi non è al momento sul tavolo degli strateghi militari israeliani ed americani, con quest'ultimi che addirittura tentano d'indurre i primi a non tirar troppo la corda. Washington intende sì garantire ad Israele la sua copertura politica e diplomatica, e non ultimo anche diplomatica e meno dichiaratamente militare e d'intelligence; ma non certo ritrovarsi coinvolta da Tel Aviv in un conflitto “multiregionale” in Medio Oriente che al momento non desidera assolutamente vedersi allargare.

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