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Tra alleanze dirette ed indirette, parallele ed asimmetriche: la complessa partita del Mar Rosso

2023-11-18 10:00

Filippo Bovo

Tra alleanze dirette ed indirette, parallele ed asimmetriche: la complessa partita del Mar Rosso

Fino a qualche tempo fa, in molti avremmo concordato nel giudicare costruttiva la condotta etiopica tanto nel contesto regionale, coi propri vicini, q

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Fino a qualche tempo fa, in molti avremmo concordato nel giudicare costruttiva la condotta etiopica tanto nel contesto regionale, coi propri vicini, quanto in quello internazionale, anche con gli interlocutori più lontani. Poi, però, sono capitate alcune novità che hanno cambiato tutto: tra queste, le brusche richieste per un accesso al Mar Rosso, rivolte all'Eritrea, alla Somalia e a Gibuti, sono soltanto le più famose. 

 

Ci sono varie chiavi di lettura a poter spiegare un simile cambio di condotta, tutte tra loro compatibili e complementari: l'Etiopia sconta per esempio una natura composita, che la rende fragile e ricattabile: ad esempio, dipende in buona quantità dai sussidi economici ed alimentari esteri, in primo luogo occidentali, di cui è prima importatrice a livello africano e tra le maggiori al mondo; ha al suo interno, nella maggioranza come all'opposizione, gruppi politici su base etnica dediti più a coltivare un loro particolarismo che una vera visione nazionale, e soprattutto inclini a far da "quinte colonne" per conto estero, soprattutto ma non soltanto coi governi occidentali; analogamente, vive l'infiltrazione di numerosi gruppi religiosi ed organizzazioni varie, non governative e consimili, che allo stesso modo operano in intelligenza coi soliti interessi stranieri o di parte; ecc. Non sorprende, pertanto, che mentre l'unica compagnia straniera di servizi finanziari operante in Etiopia, Ethio Lease, decida d'andarsene tirando uno schiaffo al governo di Abiy Ahmed, quest'ultimo esprima soddisfazione per la decisione dell'USAID di riavviare la sua assistenza alimentare nel paese. 

 

Qualcuno ora parlerà, e correttamente, del recente ingresso dell'Etiopia nei BRICS+, o del suo sempre recente partenariato strategico con Pechino, tutti elementi che indubbiamente porteranno a positive novità; ma intanto ci sono anche quest'altre notizie, non proprio delle più allegre. Nuvole oscure sembrano dunque gravitare sul prossimo futuro dell'Etiopia, un po' come per l'Argentina dove ugualmente non basta la pur sempre cauta approvazione nei BRICS+ a pensar subito a giorni più sereni, considerando l'impasse politico e finanziario interno e la novità rappresentata da Javier Milei alla Casa Rosada. Peraltro, tutto ciò ci fa pure capire come il paese, da sempre conteso da più parti nella storia, ancor oggi si trovi al centro di un nuovo e complesso gioco d'alleanze in conflitto tra loro, dove non mancano nemmeno pretendenti o corteggiatori disposti a ricorrere alle vie più spicce.

 

Non a caso un'altra notizia che probabilmente potrebbe aiutare molti di noi a capire perché l'Etiopia sia ora tornata ad una condotta politica tanto simile a quella dei vecchi governi guidati dal TPLF con Zenawi e Desalegn, è quanto da mesi sta avvenendo nel vicino Sudan: secondo il Presidente sudanese Abdel Fattah al-Burhan, infatti, l'Etiopia starebbe contribuendo ad alimentare la guerra civile nel paese. Sul finire d'ottobre, nell'arco di soli nove giorni, l'intelligence sudanese avrebbe infatti documentato almeno ventiquattro voli di cargo dagli Emirati Arabi Uniti all'Etiopia, presumibilmente con armi ed aiuti per le RSF in lotta col governo di Khartoum. La notizia ricorre con una certa intensità fin dall'ottobre 2023, quando i prodromi dell'attuale crisi sudanese erano già in pieno sviluppo, e se fosse ora nuovamente accertata si spiegherebbero dunque molte cose circa il gioco che in questo momento Addis Abeba è stata costretta o convinta a fare. Quel che è certo, intanto, è che Burhan sia disponibile a dialogare con tutti i partner locali e regionali per risolvere il conflitto nel suo paese, tranne proprio con l'etiopico Abiy Ahmed. Si starà a vedere più avanti, ma le ambiguità sono davvero tante.

 

Quanto avviene in Sudan, del resto, coinvolge vari attori tra le due coste del Mar Rosso, tra Corno d'Africa e Penisola Arabica, coi relativi alleati ed avversari a livello globale, a seconda dei casi statunitensi, arabi, israeliani, europei od asiatici. In primo luogo s'assiste ad un gioco in parallelo tra due attori esterni e molto influenti, l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, che va facendosi sempre più incalzante: la prima sostiene il governo nazionale di Abdel Fattah al-Burhan, mentre i secondi le RSF di Mohamed Hamdan Dagalo. Il governo sudanese è sostenuto anche dall'Egitto, che col proprio vicino meridionale vanta un antico legame oltre ad esser pure un solido alleato di Riyad; mentre le RSF sono sostenute anche dall'Etiopia, che invece sembra interessata ad un rapporto più stretto con Abu Dhabi. Questo solo per limitare lo sguardo alle monarchie arabe del Golfo, perché se invece volessimo allargare il discorso anche a qualche altro attore, come Stati Uniti ed Israele, non dovremmo allora meravigliarci che essi oggi nuovamente puntino alla grande proprio su Emirati Arabi Uniti ed Etiopia, peraltro ben lavorando affinché il "ponte" tra le due nazioni si sviluppi sempre di più. Talvolta le monarchie arabe del Golfo, riunite nel CCG (Consiglio di Cooperazione del Golfo), hanno marciato più o meno all'unisono su certe tematiche che almeno agli occhi di un osservatore occidentale potevano rendere pressoché indistinguibili le loro agende politiche, in particolare di esteri; ma in altri casi, invece, non sono mancate attriti e frizioni anche piuttosto allarmanti. La guerra nello Yemen, le rotture col Qatar, non ultimo anche le rivalità tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti in seno all'OPEC, vari sono gli esempi che si potrebbero citare a corredo.

 

Ora, se l'Arabia Saudita è alleata dell'Egitto e del governo sudanese di Abdel Fattah al-Burhan, mentre gli Emirati Arabi Uniti e l'Etiopia per reazione sostengono invece le RSF in lotta con Khartoum e guidate da Mohamed Hamdan Dagalo, è anche per tante ragioni materiali oltre che strategiche. Sappiamo che l'Egitto sconta grossi problemi socio-economici interni, magari non gravi quanto quelli etiopici ma comunque sempre piuttosto annosi, e l'aiuto economico del partner saudita è pertanto assai importante; inoltre, sostenendo Il Cairo, Riyad può garantirsi un rapporto quasi preferenziale con un paese leader del mondo arabo in senso politico e militare, nonché capofila dei moderati. Non diverso è per l'Etiopia, dove entrano in azione gli Emirati Arabi Uniti avviando una politica parallela a quella saudita con l'Egitto, inducendola allo scontro col Sudan in base al vecchio contenzioso per la GERD (Grande Diga del Rinascimento Etiopico) ed al contempo contro Eritrea, Gibuti e Somalia con le nuove pretese per il Mar Rosso; così unendosi ad USA ed UE che nel frattempo vogliono perturbare la stabilità nel Corno d'Africa sfruttando anche questa tematica, nel loro caso soprattutto agendo sulle tante divisioni etno-politiche interne etiopiche e sulla forte dipendenza di Addis Abeba dagli aiuti e dai sussidi economici ed alimentari dai paesi e dalle ONG occidentali. In un simile quadro geopolitico l'Etiopia, scontando grosse fragilità interne ed un conseguente deficit di sovranità, si ritrova così indotta ad agire sempre più in duetto con gli Emirati Arabi Uniti e l'Occidente fino a ledere anche i suoi stessi interessi nazionali, ed è in ciò che si può apprezzare e comprendere di più il saggio e prudente ruolo diplomatico dell'Eritrea. 


Vicina all'Arabia Saudita, sia geograficamente che strategicamente, l'Eritrea media infatti per risolvere con strumenti diplomatici la guerra civile in Sudan, sostenendo come già avvenne per la Somalia che solo col rispetto della legalità e della sovranità, lasciando che i sudanesi trovino un loro compromesso senza altrui interferenze, il paese possa ritornare alla pace e all'unità. Nonostante la vicinanza con l'Arabia Saudita, Asmara non ha comunque rapporti ostili con gli Emirati Arabi Uniti; men che meno ne ha con l'Egitto, con cui ha trattato soprattutto per la questione del Nilo, anche in appoggio ad Addis Abeba nei momenti in cui Il Cairo vi spingeva contro il Sudan proprio per ostacolare l'Etiopia nella faccenda della GERD, persino sostenendo il TPLF nel Tigray. 


Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sono ora nei BRICS+, mentre il Sudan è un paese che s'era candidato a farne parte. L'Eritrea tratta con tutti, ed ha dei buoni agganci pure in Etiopia anche se come dicevamo il premier Abiy Ahmed, su spinta di USA, UE ed EAU, ora cerca di rompere i ponti con Asmara dopo cinque anni di stretti rapporti, ad esempio con le provocazioni per un accesso al Mar Rosso. Inoltre è garante della stabilità in Somalia, altro paese su cui Addis Abeba mira per uno sbocco sul Mar Rosso, una pretesa che accampa pure con Gibuti: ma Asmara non vuole che si tocchi Mogadiscio, che da anni aiuta a ricostruirsi uno Stato unitario con varie cooperazioni, tra le quali spicca la formazione ormai di 15mila nuovi militari per le forze somale. In generale, una soluzione diplomatica per risolvere il conflitto a Khartoum passerebbe per Asmara, come già fu per quello che era in atto a Mogadiscio o tra i due Sudan, tutte occasioni dove la diplomazia eritrea brillò malgrado l'imbarazzato silenzio mediatico occidentale. D'altronde anche la stessa Etiopia avrebbe faticato a reggere alla rivolta del TPLF senza l'intervento militare eritreo tra il 2020 e il 2022, o senza il suo sostegno diplomatico su altri dossier; e questo è un motivo in più perché ora ad Asmara il voltafaccia del governo etiopico susciti intuibilmente un certo fastidio, anche se la liquidità della situazione politica etiopica odierna non esclude la possibilità che prima o poi Addis Abeba possa pure ritornare sui suoi passi.


In sostanza, Asmara ora si trova a mediare per ricomporre dei partner BRICS+ che altri determinati attori esterni hanno messo l'uno contro l'altro. Che lo faccia coordinandosi con Mosca e Pechino, che sono due suoi partner strategici da tempi ormai remoti, nonché paesi leader nel campo BRICS+, è fatto più che intuibile: anche perché nella regione del Mar Rosso, e più in generale nell'intero Continente Africano, essa costituisce il loro unico interlocutore a poter davvero vantare una piena sovranità ed autonomia politica, e quindi diplomatica. Non si è autonomi e sovrani vivendo di sussidi altrui, indebitati con l'estero, impregnati da ONG e gruppi religiosi altrui, o da partiti armati e su basi etniche: questo è un grave vulnus per gran parte dell'Africa, e non soltanto dell'Africa.

 

 

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