contatti@lenuoveviedelmondo.com

Le Nuove Vie del Mondo


facebook

Le Nuove Vie del Mondo

Quaderno di approfondimento geopolitico.

.


facebook

 @ All Right Reserved 2020

 

​Cookie Policy | Privacy Policy

Sanzioni 'cubane' all'Iran: il fattore Eurasia

21-08-2026 21:00

Filippo Bovo

Sanzioni 'cubane' all'Iran: il fattore Eurasia

Trump minaccia sanzioni "cubane" all'Iran, che a guardar bene il Paese affronta ormai da più di quarant'anni. In tutto questo tempo, Teheran ha svilup

shanghai-cooperation-organisatio.webp

Trump minaccia sanzioni "cubane" all'Iran, che a guardar bene il Paese affronta ormai da più di quarant'anni. In tutto questo tempo, Teheran ha sviluppato un'industria autonoma, capace di provvedere a buona parte delle necessità interne, e rapporti con un sempre più alto numero di Paesi sfilatisi dal dettato di Washington. In effetti, a rispettare le sanzioni americane sono ormai sempre in meno, tolti i satelliti occidentali e pochi altri; non di rado applicandole persino più pedissequamente del loro stesso dominus d'oltreoceano che, magari, all'occorrenza, vi ovvia prestandosi a salate triangolazioni nei loro confronti. 


Il blocco eurasiatico è, comprensibilmente, il principale referente di Teheran, con rapporti che s'estendono dalla Turchia al Pakistan, fino alle varie repubbliche dell'Asia centrale post-sovietica, alla Russia e alla Cina. Un'immensa rete logistica, che spazia dalla BRI alle varie arterie viarie e ferroviarie, e nel caso del Caspio persino marittime (vale ad esempio per il Corridoio russo Nord-Sud) offre a Teheran, come a tutti gli appartenenti a questa vasta geografia, le alternative preziose alternative a quei corridoi di mare, da Hormuz a Bab el-Mandeb, che risultano invece tanto vitali a molti altri. Va da sé che le rotte di mare, preziose non soltanto per Washington e l'Occidente, ma anche per il resto del Pianeta, a cominciare dalle energivore economie asiatiche e del Sud Est Asiatico, siano anche per Teheran irrinunciabili; ma il punto, in questo caso, è che nel suo controllarle, così sottraendole all'influenza americana, l'Iran assesta pure un colpo drammatico e guarda caso non confessato alla storica dottrina americana ed anglosassone di controllo delle rotte e degli stretti. Il "fattore Eurasia", che l'Iran ha portato al suo massimo punto d'espressione (quantomeno, di scontro frontale), rappresenta in questo senso il principale incubo di Washington; e ciò può forse spiegare perché, sin qui, non se ne veda un gran parlare da parte di tanti "mezzibusti" occidentali.


Quanto alle sanzioni, un conto è proclamarle, un conto applicarle, ovvero riuscire a farne valere un'applicazione: la Cina, ad esempio, ha già detto che non se ne curerà, continuando esattamente come fin qui a comprare immense quantità d'idrocarburi iraniani; e men che meno intendono curarsene tanti altri attori a loro volta, non soltanto eurasiatici. Non è dunque una questione che si limita ai soli attori eurasiatici, pressoché tutti membri dell'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), il cui sostegno a Teheran, in questa guerra come in quella dei 12 Giorni, è stato massiccio e manifesto. La questione, infatti, non limitandosi soltanto a ciò che Teheran può vendere ai propri partner, riguarda anche ciò che da essi può ricevere e a cui la sua industria, per quanto autonoma, riesce a provvedere solo in parte, come ad esempio i propellenti per i missili balistici: la Russia, ad esempio, ne fornisce in gran quantità, e non appare certo intenzionata a sospenderne gli invii per timor reverenziale verso Washington o gli europei.


Non solo, ma c'è anche un altro elemento, che ci riconduce alle rotte di mare: se Washington vuole bloccare i trasporti navali da e per l'Iran, deve mettere in conto che quel blocco, neanche troppo implicitamente, va a gravare anche sugli altri Paesi del Golfo, così esponendone ancor più le fragilità interne in una congiuntura che avrebbero invece tutto l'interesse a superare. Non a caso, ad oggi, i passaggi per Hormuz risultano pressoché azzerati; mentre vanno messi in conto pure i costi giornalieri di un'operazione navale tanto dispendiosa per Washington e la sua marina, e per giunta con una crescente esposizione al rischio. Il tutto con riserve strategiche d'idrocarburi in patria sempre più ai ferri corti, al pari di quelle del munizionamento negli arsenali (dopotutto, c'è il problema di dover continuare a provvedere anche agli altri fronti già aperti), e il voto per le mid-term in rapido avvicinamento. Non fermarsi in tempo, quando si è in guerra, non è mai molto saggio: non si recupera ciò che s'è perduto, ma al contrario si perde anche tutto quel che resta.

image-868

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER

Rimani aggiornato su tutte le novità e gli ultimi articoli del Blog