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Provocare la Turchia, l'ultima sfida di Israele in Siria

23-08-2026 17:20

Filippo Bovo

Provocare la Turchia, l'ultima sfida di Israele in Siria

Lo scorso febbraio, giorni prima dell'attacco all'Iran, in occasione della visita di Narendra Modi in Israele, il premier Netanyahu parlò di una cresc

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Lo scorso febbraio, giorni prima dell'attacco all'Iran, in occasione della visita di Narendra Modi in Israele, il premier Netanyahu parlò di una crescente "minaccia sunnita" da frenare ad ogni costo con un'apposita alleanza, detta "Asse delle Nazioni" od "Esagono delle Alleanze", con Grecia, Cipro, India e alcuni paesi arabi ed africani (i cui nomi, già in molti casi noti, non furono allora rivelati, dato pure l'intento d'ampliarne il numero favorendo l'insediamento di governi "amichevoli" in altri ancora; gli stretti e storici legami tra Israele e EAU, Etiopia, Kenya, Uganda, Ruanda, Sud Sudan, comunque, sono già oggi un fatto più che asserito, insieme al volersi estendere ad ulteriori realtà come il Somaliland o un ormai scongiurato "Sudan orientale" sotto un governo secessionista da Khartum). 


Già allora, la Turchia fu additata a fulcro di quella crescente "minaccia", data la sua capacità di coniugare al "soft power" anche l'"hard power", tanto da portare a convergere intorno a sé altri grandi protagonisti del mondo sunnita come Arabia Saudita, Egitto, Qatar e Pakistan. Così Netanyahu, che in quel momento credeva d'aver già in tasca la soluzione alla "minaccia sciita" capeggiata dall'Iran, chiamava a raccolta gli alleati ideali per contrastare anche la nuova "minaccia sunnita": ma non sempre le cose vanno nella direzione voluta. La "minaccia sciita", tuttora in piedi, attende solo il giusto momento per regolare definitivamente i conti con Israele; mentre per quanto riguarda la "minaccia sunnita", proprio l'ostile condotta israeliana ha fatto in modo da metterle le ali ai motori. 


Tuttavia, l'Esagono delle Alleanze mantiene una sua importanza, all'ombra di quanto visto in questo conflitto e, prima ancora, delle vecchia e mai abbandonata dottrina geopolitica israeliana nota come "Alleanza delle Periferie", adottata negli Anni '50 sotto Ben-Gurion: al tempo comprendeva realtà come la Turchia laica delle giunte militari, l'Iran dello Scià, e comunità sparse tra Africa e Medio Oriente come i Sud Sudanesi, i Berberi, i Cristiani d'Oriente, i Curdi, i Drusi e i Beluci. Negli anni, molte carte si sono rimescolate, con alcuni membri usciti dalla scena e sostituiti da altri, mentre altri ancora sono invece rimasti al loro posto. Turchia ed Iran, per esempio, sono state escluse da quella vecchia lista, oggi ristrutturata nella forma dell'Asse delle Nazioni. 


Quanto visto ultimamente in Siria, a cominciare dalle incursioni di Israele sulla base aerea di Abu al-Duhur del 18 agosto, trova delle spiegazioni proprio nella montante tensione che oggi contrappone Israele alla Turchia, che in quell'area procede da tempo, secondo modalità concordate, alla rimilitarizzazione del paese. Nella base si trovavano alcuni aerei della vecchia aviazione dell'era baathista, sopravvissuti ai bombardamenti israeliani condotti, all'indomani della caduta di Assad, su gran parte delle infrastrutture e dei beni militari siriani. Molti aerei della vecchia aeroflotta erano al tempo già fuori servizio a causa delle traversie interne ed internazionali vissute dal paese, e tra questi vi erano proprio gli aerei posteggiati ad Abu al-Duhur, sui quali erano in corso lavori di "rimessa in volo": due caccia bombardieri Su-22, vari aerei da addestramento Albatros L-39, e alcuni vecchi elicotteri, oltre a degli ormai storici Mig-21 e Mig-23 definitivamente radiati dal servizio. 


A breve del personale turco avrebbe dovuto visitare la base per valutarne un ripristino operativo: la provocazione israeliana, agli occhi di Ankara, è parsa subito chiara, anche perché facilitata da complicità interne al governo di Damasco, su cui Israele fa gioco. Per il momento, la risposta di Ankara s'è limitata nella garanzia che continuerà ad operare anche in futuro per il ripristino delle capacità militari di Damasco, e in un mandato d'arresto internazionale per Netanyahu, con richiesta ufficiale all'Interpol per l'emissione di una "Red Notice" nei suoi confronti. Ufficialmente, l'azione giudiziaria, avviata il 21 agosto, si riferirebbe all'intercettazione della Global Sumud Flotila da parte della marina israeliana lo scorso maggio; ma la coincidenza temporale coi fatti degli ultimi giorni non lascia proprio indifferenti. 


Di una cosa comunque, come già dichiarato da vari osservatori in Turchia, si può esser certi: Israele non verrà meno alle provocazioni, di cui soprattutto fino alle prossime elezioni di ottobre sempre più avrà bisogno. Per la zoppicante leadership di Netanyahu, e per lo Stato profondo israeliano, un clima d'assedio ed aggressione è il miglior corroborante per garantirsi la sopravvivenza politica, e per tale ragione Ankara, saggiamente, eviterà di reagire militarmente alle future provocazioni. Almeno fin quando non avranno causato vittime tra i suoi militari; una prospettiva che, intuibilmente, Israele cerca oggi in tutti i modi.

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