
Che vi sia stato un netto coinvolgimento degli EAU (e del Bahrain che, per una combinazione di storia coloniale e postcoloniale, e di poca estensione territoriale, circa 700 kmq letteralmente "vissuti" da grandi presidi portuali, un tempo della Royal Navy, oggi della V Flotta USA, è per definizione l'avamposto militare israelo-americano nel Golfo Persico) nella guerra all'Iran, non è certo un mistero; e da questo punto di vista quanto rumorosamente affermato dal Wall Street Journal non appare affatto uno scoop. Gli EAU hanno svolto, come riportato anche da numerosi osservatori militari durante il conflitto, e ora anche dal WSJ, decine d'attacchi aerei coordinanti con USA ed Israele, sin dai primi giorni per poi continuare anche a tregua ormai proclamata (8-10 aprile). Tra gli obiettivi più rilevanti colpiti da aerei e droni emiratini figurano siti di strategica rilevanza come le isole di Qeshm ed Abu Musa, il porto di Bandar Abbas, la raffineria di Lavan e gli impianti petrolchimici di Asaluyeh, tra i più importanti della Repubblica Islamica.
A quegli attacchi, com'è noto, l'Iran ha risposto colpendo a più riprese le strutture energetiche emiratine, senza comunque portare lo scontro ad un grado tale da rompere la tregua, come invece sarebbe stato auspicato da USA ed Israele (che non a caso aveva colpito Asaluyeh insieme agli EAU). Del resto, proprio con simili attacchi, ben più che delle semplici provocazioni, USA, Israele ed EAU erano i sabotatori della tregua: non certo Teheran. Per elementare principio logico, l'aggressore è sempre chi colpisce per primo, non chi risponde per secondo, per giunta contenendosi nelle dosi (altrimenti avrebbe ripreso con le "asfaltature" a Tel Aviv e sugli ultimi obiettivi USA nella regione, così sì rompendo la tregua, visto l'innescarsi dell'escalation).
Come altrettanto risaputo, l'atteggiamento degli EAU (e del Bahrain) non ha trovato consensi in Arabia Saudita, come neppure negli altri paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG), a cominciare dall'Oman e dal Qatar. Riyad, ostile al conflitto e alla condotta degli EAU (oltre che di USA ed Israele, per ovvie ragioni), ha sempre visto in queste provocazioni un legittimo motivo per Teheran per reagire colpendo pesantemente le infrastrutture energetiche dei paesi del Golfo, compresi quelli innocenti. Il rischio è stato molto vicino, in particolare, quando gli iraniani hanno abbattuto un drone emiratino, di produzione cinese: poiché quello stesso modello è in dotazione anche alle forze saudite, la possibilità che per ritorsione Teheran colpisse anche i siti sauditi non risultava affatto peregrina. Fortuna vuole che, consultandosi, sauditi ed iraniani abbiano rapidamente chiarito l'equivoco, col risultato che la posizione di Abu Dhabi s'è sempre più aggravata.
Non è in ogni caso un mistero che Arabia Saudita ed EAU siano divise da una faida andatasi sempre più aggravando almeno sin dal 2023, anno in cui: 1) si concluse la guerra che congiuntamente i due paesi avevano sino ad allora condotto contro Ansar Allah nello Yemen (l'Arabia Saudita trattò una tregua costruttiva con Sana'a, pur continuando ad appoggiare il Consiglio Presidenziale a sud, il vecchio governo yemenita; in seguito, anche nel corso dell'attuale conflitto, tale tregua costruttiva è stata nuovamente affermata, in tal modo chiudendo ad ipotesi d'attacchi degli sciiti yemeniti agli obiettivi sauditi); 2) grazie alla mediazione cinese, Iran ed Arabia Saudita chiusero con le loro vecchie rivalità, avviando un'analoga tregua costruttiva che, automaticamente, ha anche sanato molte delle fratture tra Sciiti e Sunniti in tutto il Medio Oriente, e non solo (privando così USA ed Israele di molto del loro potere di "divide et impera" sulla regione, dacché proprio a loro si doveva la faida che soprattutto dal 1979 aveva contrapposto Sciiti e Sunniti, e inoltre seppellendo anzitempo ogni possibilità che i famigerati Accordi di Abramo potessero avere un futuro, men che meno a Riayd: perché, banalmente, o si hanno rapporti costruttivi con l'Iran, o si è "alleati secondari" di Israele, che invece della Repubblica Islamica non ne vuole affatto sapere).
In pratica, dal 2023, la vecchia frattura tra Sciiti e Sunniti, tra Iran ed Arabia Saudita, è stata sostituita da un'altra, all'interno del mondo sunnita, tra Arabia Saudita ed EAU. Quella nuova frattura, come vediamo, ha visto gli EAU in concerto con Israele riaprire la guerra civile in Sudan, ravvivare il separatismo in Somaliland e causare una "guerra civile nella guerra civile" nello Yemen, solo per citare i casi più famosi (ma non certo unici). Oggi vediamo che produce, per ammissione dello stesso WSJ (a cui è dovuto un "buongiorno, eh! ben svegliato!"), un'ancor più rischiosa "guerra sporca" degli EAU all'Iran, sempre al fianco di USA ed Israele.
