
Nel 35° Anniversario della sua Indipendenza, che si celebra proprio questo mese, l'Eritrea emerge non soltanto come un attore moralmente e geopoliticamente vittorioso sui propri eterni rivali, ma addirittura indispensabile per una loro "salvezza". E non solo per gli USA, perché alla luce della situazione che vediamo stagliarsi in fieri, non tarderà ad arrivare il momento in cui ristabilire dei buoni uffici con l'Eritrea servirà anche alla "salvezza" di altri suoi avversari ancora, al momento apparentemente irriducibili come Etiopia ed EAU.
Lo scorso 9 maggio, considerando la riapertura degli Stati Uniti all’Eritrea, con l’avvio dell’iter per la revoca delle sanzioni indette nel 2020 dall’amministrazione Biden, così annotai:
"Si parla di revoca da parte dell’attuale amministrazione Trump delle sanzioni americane imposte sotto Biden all’Eritrea. A tal proposito c’è tutta una lunga storia in fatto di sanzioni subite dall’Eritrea per non aver voluto allinearsi, sin dall’Indipendenza, al nuovo ordine politico unipolare a guida americana, affermatosi con la fine della Guerra Fredda. Furono applicate nel 2009 e rafforzate nel 2011, apparendo allora persino più severe di quelle in atto per Iran e Corea del Nord e, come nel caso di quei paesi, basate comunque su falsi pretesti, come ad esempio il sostegno ad al-Shabaab, in realtà creatura di USA ed Etiopia per mantenere un controllo in Somalia. Poi revocate nel 2018, con la falsa aspettativa che Asmara si sarebbe piegata con facilità ai “dominatori”, ma reintrodotte già nel 2021 una volta appurato che così non era stato. Ora si parla di togliere di nuovo queste sanzioni, e naturalmente allora come oggi gli USA pensano che in cambio Asmara si getterà ai loro piedi, vendendo l’anima al diavolo.
Spicca in tal senso persino il parere di certe figure, come Martin Plaut ed altri, che hanno sempre sparato una montagna d’idiozie e pensano oggi di “rifarsi una faccia” mettendosi a tessere le lodi del paese, per il quale Washington ha già avviato l’iter per il ritiro delle sanzioni. Beh, la loro è semplicemente la voce di un modo di fare politica internazionale, da parte di certe grandi potenze come gli USA, che si potrebbe qualificare né più e né meno che nei termini del bastone e della carota. Con altri paesi, abbiamo visto che ha funzionato: il caso più celebre, certamente, è stato la Libia. Con un po’ di minacce e un po’ di moine, gli USA l’hanno allontanata dai suoi alleati migliori e persino disarmata, fino al giorno in cui non hanno deciso di darle il definitivo “colpo di grazia”, nel 2011. Non ci dobbiamo sorprendere, dunque, se gli USA adottano oggi parole mielose, laddove in passato mostravano i denti: sappiamo più che bene che, se necessario, niente vieterebbe loro di tornare a farlo.
Vuol dire che cercano di forzare una narrativa che, malgrado i tanti sforzi, continua a non giocare a loro favore. Gli americani, politici ed “analisti”, coi vari Plaut, pretendono che in cambio della chiusura delle sanzioni l’Eritrea gli regali le chiavi di casa propria. Asmara, però, continua malgrado tutto ad avere le sue priorità, e tra tutte queste i rapporti con Washington e altri partner extra-continentali tendono ad essere secondari rispetto alla necessità di portare avanti gli obiettivi interni e regionali. Gli americani vorrebbero basi ed obbedienza politica, magari anche riforme economiche filo-americane, con una prospettiva di “regime change” o magari di “regime conversion”, in cambio della fine delle sanzioni; l’Eritrea risponde: “non c’era nessun motivo di farmi sanzioni, quindi ben venga che le abbiate ovviamente dovute revocare; ma ora non allargatevi troppo con certe fantasie”.
Naturalmente, letta così, una tale annotazione potrebbe apparire alla stregua di un “fulmine a ciel sereno”. Ma a tutto ciò possiamo dare una risposta, in una più ampia contestualizzazione che guardi all’odierna congiuntura geopolitica dominante non solo nel Corno d’Africa, ma in una più ampia aerea che va ad estendersi dalla Valle del Nilo al Mar Rosso, dalla Penisola Arabica al resto del Medio Oriente. E qui così mi ritrovai a scrivere, ancora lo scorso 30 aprile, tali considerazioni:
"In merito ai recenti tentativi di Washington di stabilire rapporti più distesi con Asmara, le motivazioni di fondo potrebbero essere ben più vaste e varie rispetto a quanto ufficialmente dichiarato. Per gli USA la stabilità nel Mar Rosso sta diventando un problema sempre più incontenibile e, con una costa continentale di circa 1250 km (in realtà, più di 2000, contandovi anche le ben 126 isole dell’Arcipelago delle Dahlak), l’Eritrea appare l’unico attore politico in grado di vantare un solido ordine interno, di tutelare la sicurezza nell’area e di portare avanti contatti diplomatici con più parti, presentandosi come una vera e propria piattaforma per la promozione del dialogo ben oltre l’intera regione. Dal Mar Rosso al Corno d’Africa, l’Eritrea è un attore che ha davvero nelle sue mani le “chiavi” di tutte le “porte” regionali.
Il progressivo ampliamento di un’iniziativa come quella di Tsimdo, dopo aver coinvolto varie regioni e popolazioni etiopiche allarmate dall’aggressività del governo centrale di Addis Abeba, guarda oggi anche al Sudan, dove una recente conferenza ha riunito esponenti di quelle etnie con altri di locali comunità sudanesi. Nella regione del Corno d’Africa arsa da conflitti e contrapposizioni, l’iniziativa di pace e dialogo promossa dall’Eritrea conosce così un costante e progressivo successo. Non diversamente, il ruolo portato avanti da Asmara in Somalia, sostenendo la ricostruzione dello Stato e dell’Esercito, ribadisce tra i due paesi un legame di cooperazione e fiducia non certo certo secondo a quello tra Eritrea e Sudan.
Per gli USA non si tratta tanto di stabilire un modus vivendi sul Mar Rosso con l’Eritrea per contenere l’azione e l’influenza di di Ansar Allah, con cui riservatamente Asmara potrebbe pur sempre avviare un dialogo grazie ai suoi contatti diretti con Arabia Saudita, Oman e pure Iran; quanto forse di ricavare risultati più convincenti per la fine della guerra civile in Sudan e una maggiore stabilità in Somalia. L’Arabia Saudita e l’Egitto premono per un maggior impegno americano nel primo, estromettendovi gli EAU, che alimentano le RSF, e facendo pressioni su Israele affinché vi desista a sua volta. Malgrado i loro tanti richiami, sin qui Washington non s’è data molto da fare, subendo troppo l’influenza dell’asse israelo-emiratino, finanziatore della guerra civile in Sudan e del separatismo del Somaliland in Somalia. Allo stesso tempo l’Arabia Saudita e l’Egitto premono su Washington per contenere una strategia di polverizzazione della Somalia, che EAU ed Israele conducono in Somalia foraggiando e “legittimando” le autorità del Somaliland. Non desta sorpresa che, proprio in reazione alla strategia portata avanti dall’asse israelo-emiratino, Arabia Saudita ed Egitto abbiano stabilito un accordo di difesa con Mogadiscio.
Eritrea, Egitto ed Arabia Saudita hanno un’ottima collaborazione, che peraltro guarda, quando in modo diretto, quando indiretto, pure ad altri partner, dalla Turchia al Qatar, fino al Pakistan. Prima che la Somalia stabilisse il recente accordo di sicurezza col Cairo e Riad, ne aveva stabilito uno anche col Cairo ed Asmara, tuttora in vigore. Nel frattempo, con un lavoro di anni, sempre Asmara ha ospitato ed addestrato decine di migliaia di ufficiali del nuovo Esercito di Mogadiscio. Anche il Sudan ha beneficiato di grandi ed importanti aiuti: Asmara ha dato ospitalità a molti suoi cittadini in fuga dal conflitto, offerto basi agli aerei militari sudanesi altrimenti soggetti ai raid dei droni etiopici, emiratini e delle RSF (Forze di Supporto Rapido), non ultimo istruito molti ufficiali e combattenti dell’Esercito di Khartum. Con la sua azione nel conflitto civile sudanese, l’Eritrea ha così fornito un’utile chiave per favorire una sua più rapida e lineare conclusione.
In definitiva, aver coltivato per decenni una politica d’isolamento dell’Eritrea, per gli USA, non è servito ad altro che a sfociare nel nulla: Asmara, paradossalmente, è oggi persino più centrale ed insostituibile che in passato. Così, se gli USA vogliono oggi uscire dal loro impasse tra Corno d’Africa e Mar Rosso, non possono che accettare una normalizzazione con Asmara, l’unica che abbia le “chiavi” di tutte quelle “porte”. A ricordarglielo sono proprio degli alleati strategici non soltanto per loro, ma anche per Asmara, come l’Arabia Saudita e l’Egitto; che non a caso si sono subito attivati per un primo e più disteso dialogo".
In sostanza, nel 35° Anniversario della sua Indipendenza, che si celebra proprio questo mese, l’Eritrea emerge non soltanto come un attore moralmente e geopoliticamente vittorioso sui propri eterni rivali, ma addirittura indispensabile per una loro “salvezza”. Alla luce della situazione che vediamo stagliarsi in fieri, non tarderà ad arrivare il momento in cui ristabilire dei buoni uffici con l’Eritrea servirà anche alla “salvezza” di certi suoi avversari ancora irriducibili come Etiopia ed EAU: dopotutto, se ne vedono già i primi segnali, specialmente con alcuni “abbozzi” di Abu Dhabi nei confronti del Cairo. Chi ha tirato troppo la corda, sa di doversi ora ricostruire una faccia e, soprattutto, un futuro. E qui, proprio ieri 8 maggio, mi ritrovavo così a ponderare:
"Ai primi di febbraio fu diffusa la notizia che l’Etiopia ospitava basi e campi d’addestramento per le milizie delle RSF (Forze di Supporto Rapido, gli ex Janjaweed capeggiati da Mohamed Dagalo Hemedti, già responsabili degli eccidi in Darfur oggi in guerra col governo di Khartum, guidato da Abdel Fattah al-Burhan, e sostenute proprio da Etiopia ed EAU, oltre che da Israele e da una serie di attori europei non propriamente imparziali). In particolare, furono diffuse le foto di un importante presidio ad Asosa, nell’Etiopia occidentale, dove atterravano i carichi di armi e munizioni dagli EAU e le milizie delle RSF venivano addestrate, prima di varcare il confine col Sudan.
Appare perciò ironico, dopo che il Sudan ha accusato proprio Addis Abeba e Abu Dhabi per il recente attacco con droni all’aeroporto di Khartum, vedere il governo etiopico, notoriamente sostenitore delle RSF (quando vennero rivelate quelle foto, a febbraio, la complicità etiopica con EAU ed Israele e il suo sostegno alle RSF erano cose già fin troppo note), accusare i tigrini del TPLF (Fronte Popolare di Liberazione del Tigray) per l’appoggio che coi suoi combattenti dà al legittimo governo sudanese. Ovviamente il TPLF ha risposto in modo paritetico alla violenza dell’accusa, ma anche con una certa diplomazia, affermando che nelle parole del governo centrale di Addis Abeba, guidato dal premier Abiy Ahmed, non vi erano prove.
Il problema, in questo caso, diventa di politica interna: il governo ad interim del Tigray, nominato dal governo centrale di Addis Abeba, è scaduto ed è stato sostituito dal TPLF con la rielezione dello stesso parlamento precedente al conflitto del Tigray (2020-2022), guidato da Debretsion Gebremichael. A differenza del 2020, il TPLF è sì in piena ostilità col governo centrale etiopico, retto anche allora da Abiy Ahmed, ma non con la confinante Eritrea, perché nel mentre sono cambiati tutti i fondamentali regionali: a quel tempo Etiopia ed Eritrea erano in pace tra loro, col governo di Addis Abeba che pareva intenzionato a portare avanti quella politica d’integrazione regionale che da sempre Asmara auspica e promuove. Così, per una strana eterogenesi dei fini, oggi il TPLF guarda ad Asmara per un’alleanza tattica contro un’Etiopia tornata per entrambe comune nemica (dalla fine del 2022, il governo di Addis Abeba non ha né implementato l’accordo di pace sottoscritto col TPLF, che aveva deposto le armi, né voluto proseguire la sua politica d’integrazione regionale, revocandola completamente ed iniziando ad aggredire con minacce diplomatiche e militare i paesi confinanti, a partire proprio dall’Eritrea, col pretesto d’ottenere uno sbocco sul mare, tramite una presa manu militari del porto eritreo di Assab).
Come sappiamo, l’aggressività del governo etiopico, guidato da un’élite a netta prevalenza Oromo, che porta avanti il progetto di “Grande Oromia” (Oromummah) a suon di falsi storici, politici ed archeologici (un po’ come fa Israele per legittimare la sua presenza ed espansione, ad esempio negando con false prove archeologiche che siano mai esistiti i palestinesi: non a caso, proprio da Israele l’Oromummah mutua i suoi approcci fantageopolitici), ha ridotto le altre popolazioni del paese, come Amhara, Afar, Somali, Tigrini, e persino molti Oromo all’emarginazione e alla guerra civile: i droni dell’esercito etiopico non colpiscono solo la sudanese Khartum, ma anche i villaggi degli Amhara in rivolta (e in rivolta, del resto, lo sono anche tutte le altre popolazioni già nominate, chi più e chi meno, con la diffusione di varie e combattive sigle che più volte hanno sconfitto, nelle imboscate e negli scontri a campo aperto, il poco organizzato e piuttosto demoralizzato esercito etiopico). Quella politica d’aggressività ed emarginazione causata dall’Oromummah del governo etiopico le ha indotte pure a guardare all’Eritrea come una loro naturale alleata e salvatrice: con l’iniziativa Tsimdo, gruppi come gli Amhara, gli Afar ei Tigrini dell’Etiopia o i Beja del Sudan possono così ritrovarsi in un’unica comunità regionale che il suo cuore in Asmara, capace di ridar loro una speranza ed un accesso a risorse magari non sufficienti, ma pur sempre preziose come l’oro visto l’embargo a cui le sottopone il loro governo, ad Addis Abeba.
Nel frattempo, gli Stati Uniti provano a riprendere un dialogo con Asmara, avviando l’iter per la revoca delle sanzioni che erano state promosse da Biden. Non è la prima volta che gli Stati Uniti cercano di farsi amica Asmara, ma come già abbiamo detto devono prima di tutto chiarirsi le idee loro: un giorno lo fanno, e il giorno dopo cambiano di nuovo idea. Stavolta, tuttavia, non sono cambiati solo i fondamentali nel Corno d’Africa, ma anche oltre regione, dalla Valle del Nilo al Medio Oriente, fino al Golfo Persico: ed è per questo che, sotto le pressioni di grandi alleati di Asmara come Egitto ed Arabia Saudita, Washington deve oggi rivedere la sua politica per il Corno d’Africa. Vedremo come ciò si collegherà a tutti gli eventi che sin qui abbiamo raccontato: dopotutto sappiamo qual è la posizione dell’Egitto e dell’Arabia Saudita sulla guerra civile in Sudan e sul separatismo del Somaliland, e guarda caso, anzi, non a caso, quella posizione è proprio la stessa dell’Eritrea".
Se oggi l’Eritrea, nel 35° Anniversario della sua Indipendenza, appare sempre più vittoriosa ed indispensabile, è perché la coerenza, politica e morale, paga. Non c’è miglior modo di concludere che così: “Awet N’Hafash!”, “Potere alle Masse!”.
