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Africa, alla ricerca di una valuta comune

17-05-2026 10:00

Filippo Bovo

Africa, alla ricerca di una valuta comune

Tra le cause che tuttora pesano sul potenziale di sviluppo del Continente Africano, un osservatore potrebbe ricordare la dipendenza di molte sue nazio

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Tra le cause che tuttora pesano sul potenziale di sviluppo del Continente Africano, un osservatore potrebbe ricordare la dipendenza di molte sue nazioni da valute soggette ad un controllo politico e bancario altrui, delle ex potenze coloniali. In effetti, ben 14 paesi africani utilizzano il Franco CFA, suddiviso in due aree distinte (il BCEAO dell'area UEMOA, con paesi come Benin, Costa d'Avorio, Guinea-Bissau, Senegal, Togo, Mali, Niger e Burkina Faso, e il BEAC dell'area CEMAC, con paesi come Camerun, Guinea Equatoriale, Gabon, Ciad, Rep. Centrafricana e Rep. del Congo), con tasso di cambio fisso ancorato oggi all'Euro e in passato al Franco francese.

 

Data la garanzia fornita da una "valuta forte" come l'Euro e di conseguenza dalla BCE, per i suoi "sostenitori" difenderebbe le economie dei paesi che lo adottano, ancora molto fragili, da rischi legati a forti spirali inflattive, fornendo perciò una maggior stabilità economica rispetto alle altre valute africane. Per i suoi detrattori, al contrario, le vincolerebbe, impedendo loro il ricorso a delle politiche monetarie indipendenti (come, ad esempio, la svalutazione di una loro eventuale moneta nazionale, al fine di favorire le esportazioni), oltre a perpetuare una neanche troppo indiretta influenza di Parigi, ex potenza coloniale convertitasi, come ogni altra, in successiva potenza coloniale. 

 

E' vero, perché ad esempio per mantenere quel tasso di convertibilità i paesi membri sono da sempre obbligati a depositare una percentuale significativa delle loro riserve valutarie presso il Tesoro francese; e sebbene nel tempo tali obblighi siano stati parzialmente riformati (soprattutto per adeguarli al passaggio da Franco ad Euro e per addolcirne in modo più estetico che reale le caratteristiche più "dure", onde contenere le crescenti polemiche e prevenire le altrettanto crescenti conflittualità che sempre più si registravano verso Parigi tanto nell'area UEMOA quanto nell'area CEMAC), l'autonomia politica e finanziaria da Parigi da parte dei paesi che ne fanno adozione continua effettivamente a restare una chimera.

 

Rinegoziare ad armi pari le condizioni di queste valute, CFA-CEMAC e CFA-UEMOA, richiederebbe ovviamente unità d'intenti da parte dei paesi membri, caratteristica oggi mancante come ieri; parità delle loro forze rispetto a Parigi, altro elemento purtroppo difficilmente immaginabile almeno in termini economici (e non solo, qualcuno potrebbe giustamente pensare); nonché disponibilità e buonafede di quest'ultima a sedersi davvero al tavolo per affrontare un gioco riformatore dove potrebbe perdere vantaggi ereditati dal passato. Al momento, pare purtroppo qualcosa di utopico. Il passato, inoltre, ci ricorda che ogni volta che un paese africano ha tentato, o anche soltanto ventilato, un'uscita dal CFA per dotarsi di una sua valuta, è subito successo "qualcosa" che glielo ha impedito; del resto, non diversamente è avvenuto anche ad altri, che pur senza mai essere stati sotto il dominio di Parigi (ormai in ogni caso divenuta meno importante di un tempo, a causa del subentro neocoloniale dalla seconda metà del Novecento di altri attori come Germania, Stati Uniti, ecc, negli ex imperi coloniali francese ed inglese), hanno a loro volta tentato di costruire una moneta panafricana, come ad esempio fu con la Libia di Gheddafi nel 2011 (non a caso, allora, a volerne la testa non erano solo i francesi: anche altri partecipavano a quella "crociata", come l'allora primo ministro Putin giustamente la definì).

 

La soluzione "dolce" al monopolio del CFA potrebbe consistere, allora, in altre monete a corso parallelo, adottate sia singolarmente, da questo o quel paese, che comunemente, da tutti quanti. Sarebbe un sistema che permetterebbe di "calmierare" il costo della vita nei paesi che vi farebbero ricorso, seppur non privo di possibili rischi: alle aziende, ad esempio, potrebbe comportare maggiori difficoltà operative, in teoria anche svantaggiando l'iniziativa privata da parte di nuovi imprenditori, scoraggiati dai maggiori problemi burocratici e bancari (ma potrebbe pure avvenire il contrario, proprio per via dei vantaggi che una seconda valuta, legata ai costi reali, riuscirebbe nel tempo a generare nei mercati locali). 

 

Non mancano idee del genere: l'AES, ad esempio, sta proprio valutando di dotarsi di una sua moneta, e ciò senza implicare un'immediata dismissione del CFA a cui i suoi paesi fanno ancora ricorso (non è facile sostituire in poco tempo una valuta in vigore da oltre sessant'anni, non solo perché nel frattempo si complicherebbero i rapporti con le vicine nazioni che ancora lo utilizzano, aree ECOWAS-UEMOA per prime, già solo dal punto di vista degli scambi commerciali; ma anche quelli con Parigi, già tesi, e a ricaduta col resto d'Europa. Non solo per il precedente che una nuova valuta comune delle tre nazioni dell'AES innescherebbe, potenzialmente attirando a sé anche altri paesi dell'area; ma anche per le maggiori difficoltà alle comunità maliane, burkinabé e nigerine residenti in Francia e in altri paesi del Vecchio Continente, a quel punto in difficoltà nel poter viaggiare da e per i loro paesi d'origine e ad inviarvi le loro economicamente preziose rimesse. Dati i già esistenti meccanismi sanzionatori, che verrebbero intuibilmente rafforzati, chi potrebbe mai cambiare a quel punto la nuova ipotetica valuta dell'AES in Europa, o cambiare Euro in quei paesi? E' già difficile riuscirvi oggi con una valuta non sanzionata come il Franco CFA: per quanto teoricamente possibile, trovare una banca che cambi CFA in Euro o viceversa non è infatti così facile).

 

L'altra ipotesi di valuta che almeno in principio avrebbe un corso parallelo con le preesistenti, che siano i due Franchi CFA o altre singole monete nazionali dei vari paesi del Continente ancora (Naira nigeriana, Scellino keniano, Birr etiopico, Franco congolese, ecc), sarebbe quella auspicata dall'Unione Africana con l'Afriq o Afro, moneta panafricana la cui adozione, inizialmente prevista per il 2028, sta tuttavia conoscendo forti ritardi a cause dell'inflazione, delle divergenze politiche e delle differenze economiche tra i 54 paesi del Continente. Il mercato comune panafricano, l'AfCTA, nel frattempo s'avvale di una piattaforma tematica continentale come il PAPSS, volta a favorire il commercio intracontinentale: non è una valuta comune, ma potrebbe favorirne la nascita, se non addirittura costituire una base perché, da sistema di compensazione che è oggi, gradualmente si trasformi magari una moneta scritturale o "paniere" come fu il nostro vecchio Ecu, e successivamente anche lo stesso Euro prima della sua emissione cartacea, dal 1999 al 2002. 

 

Infine, vi è anche un altro progetto di valuta comune, a corso regionale, l'Eco, perorato dall'ECOWAS e con un'adozione prevista per il 2027, su cui analogamente le lungaggini e le difficoltà per varie ed intuibili ragioni hanno sin qui impedito nuovi sviluppi: in fondo, unire insieme paesi suddivisi tra CFA e valute proprie, con fragilità e ricattabilità economiche da parte dei loro partner non solo occidentali e relativi vuoti di sovranità, non è proprio così facile.

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