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Africa Forward, bisogna fare attenzione alla retorica autoreferenziale

15-05-2026 15:18

Filippo Bovo

Africa Forward, bisogna fare attenzione alla retorica autoreferenziale

Il vertice "Africa Forward", tenutosi a Nairobi, ha visto convenire i delegati di circa 30 paesi africani, oltre a numerosi capi di Stato e primi mini

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Il vertice "Africa Forward", tenutosi a Nairobi, ha visto convenire i delegati di circa 30 paesi africani, oltre a numerosi capi di Stato e primi ministri del Continente (Egitto, Libia, Tunisia, Mauritania e Marocco per l'Africa Settentrionale; Etiopia, Somalia, Gibuti, Kenya, Ruanda, Uganda, Burundi e Tanzania per l'Africa Orientale; Senegal, Nigeria, Costa d'Avorio, Ghana, Sierra Leone, Guinea e Togo per l'Africa Occidentale; Rep. Democratica del Congo, Rep. del Congo, Rep. Centrafricana, Ciad e Gabon per l'Africa Centrale; Sudafrica, Zambia, Mozambico, Botswana, Lesotho, Eswatini, Madagascar, Mauritius, Seychelles, Comore, e Sao Tomé e Principe per l'Africa Australe, oltre agli Stati insulari). Sul totale dei 54 paesi presenti all'Unione Africana, dunque, più di metà ha aderito alla piattaforma, ognuno con proprie specificità e distinguo, ma pur sempre con un comune approccio, come il rifiuto delle vecchie logiche umanitarie in favore di nuovi partenariati economici paritari. 


Quest'ultimo, almeno a parole, appare oggi il minimo sindacale per strappare possibili spazi nel Continente: anche se molti dei paesi presenti al summit continuano tuttora a risultare dipendenti netti dai sussidi e dagli aiuti dall'estero, con una tendenza destinata per le ultime congiunture geopolitiche almeno temporaneamente ad aumentare (il blocco nelle forniture di carburanti e fertilizzanti a causa della guerra all'Iran e della chiusura di Hormuz, ad esempio, sta già compromettendo l'agricoltura di molte economie africane, con danni che inizieranno a manifestarsi in tutta la loro gravità già a partire dal prossimo mese), il linguaggio politico ha assunto nel frattempo altri colori e fisionomie. E' uno standard politico a cui tutti, vecchi e nuovi arrivati tra quanti guardano al Continente, si devono ormai adeguare. 


L'Africa sarà, progressivamente, sempre più irrinunciabile per tutti, e non solo per la banale ragione delle materie prime, come a tanti può piacere immaginarsi, banalizzando con retorica colonialista ogni "analisi": che dire ad esempio di attori oggi in grande ascesa, come Russia, India o Brasile, o ancora la Corea del Sud, l'Iran, la Turchia o le monarchie del Golfo come l'Arabia Saudita, il Qatar e gli EAU? Il futuro, che è già un presente, sarà fatto sempre più da immensi appalti per costruire, nel Continente, di tutto e di più, con partnership che vedranno giocoforza trasferimenti tecnologici e di competenze in misura crescente, proprio come già visto in tutti i casi di sviluppo precedenti: ad esempio quelli dalle "economie mature" dell'Occidente alle "tigri asiatiche", negli Anni '70 e '80, e infine da quest'ultime, oltre che dalle economie occidentali, ai "colossi emergenti" negli Anni '90 e 2000. Non parliamo poi del peso crescente che, in un simile quadro, si ritroveranno ad avere certi settori, come ad esempio la manifattura, la grande logistica, le start-up, l'energia verde o le infrastrutture di rete col business legato alla "internet economy". 


Con un mercato ed una forza lavoro oggi di 1,5 miliardi di persone, destinate a crescere a 2,5 nel 2050, quel che un indomani l'Africa sarà potrà far impallidire i numeri dei grandi colossi come Cina o India: i tassi di sviluppo saranno tali da travolgere persino quelle conflittualità che oggi sembrano insanabili, accompagnando un processo di consolidamento che ineludibilmente (se non altro per quanti hanno sin qui tentato di ritardare quel processo, con azioni esogene ben note) si renderà sempre più incontrastabile. Chi sarà rimasto fuori dal "gioco africano", sarà rimasto fuori dal mondo di domani. 

 

Questo spiega pure le mosse di certi leader e paesi dalla nomea oggi piuttosto screditata, come magari il francese Macron, guarda caso presente al summit di Nairobi (dove è stato ricevuto da un altro leader certo non molto più amato e popolare di lui, il padrone di casa Willyam Ruto): sempre più in difficoltà nel vecchio "cortile di casa" dell'ex Françafrique, il capo dell'Eliseo cerca per Parigi nuove sponde in altre regioni dell'Africa dove poter ancora aspirare a qualche nuovo spazio, a "ricominciare da capo" in cerca di una rinnovata credibilità. Auguri, perché non sarà facile; anche se i dati economici denunciati dall'incontro denotano un tentativo d'impegno innegabile da parte francese (23 miliardi di euro tra AI, digitale, transizione energetica, salute, agricoltura, ed economia marittima, con enfasi sul "co-investimento" e le misure di "first-loss" per il "de-risking", ecc, ecc). 


Vedremo poi quanto davvero convincente risulterà questo "voltare pagina" di Parigi (Macron era invitato speciale all'evento perché, in contemporanea, stava svolgendo il suo tour in Africa Orientale, tra Egitto, Kenya ed Etiopia: un po' come quando la nostra Meloni si trovò a parlare all'assemblea dell'Unione Africana, che ha sede ad Addis Abeba, dal momento che proprio in quei giorni era in visita di Stato in Etiopia; e Abiy Ahmed, altro personaggio non dissimile da Ruto, pure per impopolarità tra i connazionali, accoglierà Macron come ieri accolse Meloni): non tanto per i capitali che andranno mobilitati, 14 miliardi da parte francese tra investimenti pubblici e privati, a cui s'aggiungeranno 9 da investitori africani, quanto per il fatto che risulteranno comunque sempre un "troppo poco e troppo tardi" per riguadagnare il terreno perduto negli anni precedenti, nel rincorrere tutt'altre e controproducenti strategie (a cui in ogni caso non si rinuncia nemmeno oggi, come il coinvolgimento francese nelle sollevazioni di FLA e JNIM in Mali sta a dimostrare). 

 

Anche quella di voler competere e frenare, da ultimi arrivati, le iniziative di cooperazione altrui, pur senza volerne e poterne fare integralmente a meno (dopotutto, il processo d'interdipendenza tra i progetti legati al nostro "Piano Mattei" e quelli favoriti dalle cooperazioni altrui, come per primo il cinese FOCAC, è ormai un ampio e documentato caso di studio, e anche per le novelle iniziative francese non sarà tanto diverso), appare più un autoreferenziale esercizio retorico, peraltro politicamente dannoso, che un obiettivo realmente alla portata (ancor meno conveniente, economicamente ed industrialmente parlando).


Quello di un "Autonomia strategica euro-africana", è senza dubbio un concetto importante, ma appare di per sé piuttosto nebuloso; dalla dichiarazione di Nairobi, s'evince il rigetto delle soluzioni tecniche altrui, importate in formato standard da questo o quel partner (che si tratti degli Stati Uniti o della Cina, poco importa), ma a guardar bene quel rigetto vale anche per gli stessi europei. Che, infatti, si sono ormai seppur tardivamente incamminati verso la strada di uno sviluppo delle economie africane accettando, da buoni ultimi, principi di parità e cooperazione: perché, come già detto in principio, quello è ormai il "minimo sindacale", lo standard politico senza cui, ad un vertice africano, ed ancor meno in una sala dove si tratti d'affari, si possa entrare. Quali saranno poi i margini tra il dichiarato e il realizzabile, e il realizzato, il tempo ovviamente non tarderà a dimostrarlo. 

 

Di certo, è retorico ed autoreferenziale (e non troverà infatti realizzazioni effettive, come già detto per ovvie e facilmente immaginabili ragioni) sbandierare d'esser gli unici a sviluppare "cose nuove" in forma di partnership, dando ad intendere che tutti gli altri invece portino in Africa soluzioni "prefabbricate", senza analoghi approcci cooperativi; non fosse altro perché invece quello standard l'hanno introdotto proprio loro, cinesi per primi e da ben prima del FOCAC, contribuendo a rendere le economie e le nazioni del Continente sempre più "assertive", come piace dire a certi analisti. La realtà è che si dovrà silenziosamente seguire quello standard, sbracciandosi il più possibile proprio per intercettare, anziché aggirare e contrastare, le infrastrutture e i progetti altrui. Senza tutto quel che già è stato costruito solo da Pechino col FOCAC per il porto di Mombasa, per esempio, i 700 milioni promessi dal colosso francese CMA CGM risulterebbero ben meno redditizi: il Kenya per primo ci tiene a farlo fruttare. Ed è solo un esempio

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