
Stando a quanto narrato dai nostri notiziari, Trump avrebbe concesso all'Iran una proroga di 3-5 giorni come frutto di un suo estemporaneo e magnanimo atto di bontà. Proprio come quel vincitore che, consapevole d'aver ormai fatto il grosso del lavoro, si siede saggiamente ad aspettare che il nemico faccia la sua parte, alzando la bandiera bianca della resa. Nulla di nuovo: era quanto già previsto ieri sera, nel momento in cui la tregua stava per scadere e Trump, non a sorpresa, ne annunciava la proroga.
In realtà Trump doveva semplicemente inventarsi un appiglio per prorogare la tregua, non potendosi permettere una ripresa delle ostilità. Con la flotta e il dispositivo militare americano in gran parte fuori dai teatri mediorientali, e quello rimasto in loco ormai eufemisticamente logoro, un’escalation sarebbe stata difficile da gestire. Per non parlar poi del fronte interno: tra le pressioni della politica e dell’opinione pubblica, Trump e la sua amministrazione avrebbero davveriìo rischiato un un'escalation, sì: ma del loro linciaggio politico.
Quanto narrato dai nostri notiziari risponde proprio a ciò che era stato facilmente previsto ieri: il "regime" a Teheran ormai allo sbando, dilaniato da lotte intestine e debilitato dal blocco navale di Hormuz applicato dagli Stati Uniti, causa di giornaliere perdite milionarie, ecc. Chi ha seguito anche solo minimamente l'andamento del conflitto sa che le cose non stanno affatto così, ma ciò che conta, per Washington, è uscire dall'imbarazzo in attesa di ripetere qualche altra vecchia bugia nei prossimi giorni (confidando nel fatto che nessuno ricorderà quelle passate). Secondo questo racconto, mancherebbe poco alla resa di Teheran, che ai negoziati sarebbe pronta a firmare "di tutto e di più": una vera e propria capitolazione, garantita da Trump e da tutta la sua muta di commentatori, giornalisti nostrani inclusi.
Ma è qui che sorgono i problemi e gli attriti tra finzione e realtà. Trump vuol far credere che vi saranno dei negoziati dove Teheran implorerà d'accettare qualsiasi condizione pur d'uscire da una guerra che l'avrebbe distrutta, mentre gli Stati Uniti ne risulterebbero totalmente vittoriosi. Si tratterebbe ormai solo d'aspettare e, se proprio non si decidono, di dar loro un ulteriore colpetto: un gioco da ragazzi.
Con le elezioni di mid-term in vista ed un'economia in difficoltà proprio a causa di questo conflitto, Trump è disposto a tutto pur di vendere una parvenza di vittoria ai suoi concittadini. Non è solo un problema interno, ma internazionale: le conseguenze di una sconfitta americana stanno creando crepe sempre più profonde nel sistema d'alleanze su cui si fonda quel che resta del vecchio "ordine unipolare a guida americana", basato sul Washington consensus.
L’analisi della realtà suggerisce dunque un rovesciamento della finzione: a vestire i panni degli sconfitti, ormai prossimi a chiedere una resa, sono infatti proprio gli Stati Uniti. Nei quasi due mesi di conflitto, Trump ha più volte invocato, persino implorato gli iraniani di cessare gli attacchi e concedere dei negoziati. Gli Stati Uniti si trovano in un "pantano" che ricorda sempre più le "sabbie mobili" dove, più ci si dibatte, più s'affonda; ed hanno bisogno di un via libera per poterne uscire.
In effetti, le divisioni non sembrano colpire il governo iraniano (che appare semmai uscito compattato dall'aggressione e con un più saldo sostegno da parte di vecchi e nuovi alleati), quanto piuttosto il quadro d'alleanze internazionali a guida americana, dall'Europa al Golfo fino all'Asia, oltre allo stesso Partito Repubblicano. L'amministrazione e i vertici americani sono poi decimati da licenziamenti e dimissioni di figure chiave, non disposte a infangarsi la carriera associandosi all'operato di figure come Trump, Rubio, Hegseth, Vance o Gabbard.
Sussiste poi un altro attrito: gli Stati Uniti sono oggi più divisi che mai e all'interno dell’amministrazione covano, sordi, interessi contrapposti. Da una parte l'istinto "isolazionista" che vorrebbe svincolarsi dal conflitto, dall'altra la pressione per continuare a proiettare forza sul Medio Oriente per garantire copertura militare ad Israele. Alla luce di queste fratture, i movimenti della flotta americana, tra Mar Arabico, Golfo dell'Oman e Oceano Indiano, acquistano un'importanza cruciale: monitorarli significa capire cosa succederà nei prossimi 3-5 giorni. Non a caso, quest'arco temporale si concluderà sabato sera, in un momento in cui i mercati saranno chiusi e il collaborazionismo dei media lascerà intendere che ci si stia avvicinando a negoziati risolutivi. Proprio allora, molto di quel dispositivo si troverà concentrato per nuove azioni contro Teheran.
Si tratta però di un gioco ormai scoperto e che non sorprenderà nessuno, a partire dagli iraniani. Teheran ha già fatto sapere di nutrire poca fiducia nella volontà negoziale degli Stati Uniti e preferisce tenersi pronto proprio alla prospettiva di nuovi attacchi. Gli iraniani sanno che in questi tre giorni il naviglio americano si concentrerà proprio nella regione per rinforzare il blocco di Hormuz, rimasto attivo (malgrado, come molte notizie e a maggior ragione tracciati satellitari denunciano, la sua scarsa efficacia) proprio per non doverne allontanare le navi in attesa di un nuovo ciclo d'attacchi. Le agenzie stampa iraniane hanno già dichiarato d'aver pronte delle "interessanti sorprese" per gli americani. Quali saranno lo vedremo a tempo debito, qualora gli Stati Uniti decidano davvero di giocarsi quest'ultimo giro di carte; certamente, tra le opzioni, un blocco di Bab el-Mandeb da parte di Ansar Allah non sarebbe un'ipotesi da scartare da priori.
Dopodiché, se davvero gli americani avranno osato una tale sciocchezza, si potrà forse tornare a parlare di negoziati.
