
Questo conflitto vede venire al pettine una serie di nodi che tanti sin qui credevano scollegati tra loro. I boicottaggi degli USA della riapertura dello Stretto di Hormuz testimoniano la loro riluttanza a riconoscere un nuovo status quo che, tuttavia, vede già l'implicita accettazione di molti attori globali, persino di molti loro alleati ed ex alleati. E' un nuovo status quo che anche i mercati riconoscono ed approvano, come testimoniato dal loro diverso modo di reagire agli annunci di Teheran e di Washington: non proprio al medesimo modo.
Su queste dinamiche, che sempre più emergono e s'impongono, pesano pure condotte giudicate con montante sfavore da quote crescenti della comunità internazionale, prima tra tutte l'attitudine a non rispettare mai alcun accordo o ad implementarlo salvo poi doverlo ricusare, a causa della pressione di altri poteri interni ed esterni. Dinanzi a simili condotte gli USA, in quanto superpotenza chiamati ad una maggiore responsabilità verso gli equilibri globali, appaiono sempre più incapaci di portare avanti quel loro presunto ruolo; che, in realtà, giammai, al pari di altre potenze del passato, hanno davvero sostenuto. Intorno a loro, così, disapprovazione e rifiuto emergono e s'impongono a loro volta: la soglia di tolleranza verso condotte dettate da inaffidabilità, doppiezza, o ricattabilità e sottomissione ad interessi di alleati minori e a loro volta del pari estesamente ostracizzati come Israele, risulta oggi sempre più bassa e testimonia l'impazienza di una comunità internazionale stanca della vecchia e tramontante epoca dell'unipolarismo dei diktat.
Nessuno, in sintesi, si fida di una superpotenza che, mentre s'avvia ai negoziati, pianifica anche una nuova offensiva militare, ovvero a distruggere o rinviare a nuova data ogni prospettiva di rientro alla normalità per un Medio Oriente e una comunità globale esausti. I movimenti che si registrano in queste ultime ore, dal Mediterraneo all'Oceano Indiano, indicano il ripetersi di un copione ormai noto, e che anche le controparti possono leggere e prevedere senza alcun effetto sorpresa. Se a tutti è concesso giocare su più tavoli, come in ogni guerra e non soltanto guerra avviene, è altrettanto vero che reiterare certe condotte porta inevitabilmente ad una sempre più deprecata reputazione internazionale: e come si sa la reputazione, lo dicono proprio loro, gli anglosassoni, è tutto.
Ora, l'ultima novità è la nomina di un rappresentante diplomatico in Somaliland da parte di Israele, che a dicembre ha riconosciuto; una nuova mossa che potenzialmente può rinfocolare l'arco di crisi in Africa Orientale, speculare a quello in Medio Oriente. I due archi di crisi, quello africano e quello mediorientale, compongono un solo ed unico conflitto, che vede i più concentrare le loro attenzioni su Gaza o sul Golfo, o ancora sul Libano, dove analogamente sono di nuovo scoppiate le ostilità; ma sono entrambi ferocemente vivi e prosperi, e accomunati da una puntuale costante: ovvero, proprio la condotta inaffidabile e succube agli interessi israeliani degli USA.
Per sabotare tregua e diplomazia bisogna essere prima di tutto davvero sicuri delle proprie capacità di fare la guerra. Washington si trova ora e più che mai gravata dalla propria fragilità strategica e subalternità ad interessi contrastanti di gruppi interni e di potenze esterne come l'alleato israeliano. Gli interessi in Medio Oriente di Stati Uniti ed Israele non sono mai stati pienamente compatibili, e nel protrarsi questo conflitto lo sta sempre più evidenziando. Lo stesso si può dire per la compatibilità tra gli interessi americani e di tutti gli altri alleati e partner regionali, non a caso sempre più divisi e distanti da Washington.
Non aver accolto un gesto distensivo come la riapertura iraniana dello Stretto di Hormuz, come segnale d'incoraggiamento per aver costretto Israele ad accettare la tregua in Libano, ed aver reagito chiudendolo a propria volta con la propria Marina, ha significato per Washington ritrovarsi di nuovo al punto di partenza, e quel che è peggio senza neanche più i mezzi e il vantaggio di due mesi fa. Non a caso non vi sarà una partecipazione iraniana al secondo giro di negoziati; mentre la tregua in Libano, debolmente imposta per un negoziato che servisse a Washington per coprirsi politicamente a livello internazionale e a trasferire fittiziamente la neutralizzazione di Hezbollah al governo libanese, è ugualmente in vita soltanto a parole.
Dunque, salvo novità, si ritornerà al nastro di partenza. Gli Stati uniti non sono ancora giunti al livello idoneo a farne degli interlocutori più malleabili, o quantomeno più affidabili: il peso dello stato di guerra estesa e senza soluzioni di continuità, del blocco energetico e delle catene del valore, ecc, deve evidentemente giungere ancora a livelli più alti, tali da portare ancor più alla rottura di quanto resta del loro "ordine basato su regole", fondato sul "giardino" del "Washington consensus".
Non ci vorrà molto, comunque, prima che i tavoli negoziali tornino a dire nuovamente la loro. La morsa sull'economia internazionale, le relative conseguenze politiche a livello interno ed estero, ed infine l'impossibilità per Stati Uniti ed Israele ad ovviare alle loro difficoltà operative sul campo, in caso di una ripresa delle ostilità in entrambi i fronti, saranno elementi che contribuiranno fortemente a restituir loro attualità.
