
Con la tregua di due settimane, accolta poco prima della scadenza dell'ultimatum in cui Trump aveva addirittura minacciato che nottetempo una grande civiltà sarebbe sparita, gli Stati Uniti hanno accolto anche la prospettiva di un nuovo equilibrio di potere in Medio Oriente. Ovviamente, che quell'equilibrio di potere sia destinato ad avere enormi ricadute anche sugli equilibri extra-regionali, internazionali, è altrettanto implicito.
Nel giro di poche ore abbiamo visto la bozza negoziale americana, di 15 punti (tregua temporanea di 45 giorni, riapertura dello Stretto di Hormuz a condizioni sostanzialmente analoghe allo status quo ante, congelamento del nucleare e gestione delle scorte di uranio già arricchite, ritiro di tutte le "forze proxy" di Teheran e fine dei loro attacchi alle basi americane e ad Israele, revoca solo parziale delle sanzioni, ecc), passata col tramite pakistano, venir completamente rifiutata da Teheran, con la controproposta di un piano iraniano di 10 punti ben più categorico ed oneroso per Washington (il blocco immediato e definitivo delle ostilità da ambo le parti, la riapertura dello Stretto di Hormuz sotto il controllo della marina iraniana, la libertà di arricchire l'uranio, la revoca di tutte le sanzioni primarie e secondarie, il ritiro di tutte le condanne e risoluzioni al Consiglio di Sicurezza ONU, la fine di tutte le risoluzioni dell'AIEA, il pagamento dei danni di guerra all'Iran, il ritiro di tutte le forze americane dalla regione, la cessazione del conflitto su tutti i fronti, compreso quello contro l'eroica Resistenza Islamica del Libano, ovvero Hezbollah).
Di fatto, accogliere un piano di tal genere per gli Stati Uniti equivale al riconoscimento della fine del proprio status di superpotenza in Medio Oriente, garante degli equilibri regionali che caratterizzavano lo status quo ante (la cosiddetta Pax Americana): siamo dunque in presenza di una decolonizzazione che avviene sotto i nostri occhi. Va da sé che, di fronte a condizioni tanto onerose, Washington farà di tutto per limitarne quanto più possibilmente la portata, cercando di strappare termini un po' più favorevoli. Tuttavia, dopo una guerra che ha mostrato quanto sia indebolita, come "superpotenza", nel confrontarsi anche con una media potenza ben determinata come Teheran, non sarà tanto semplice strappare condizioni di favore in sede negoziale. Washington eserciterà sicuramente delle enormi pressioni sugli altri partner, alleati e non, affinché inducano a loro volta Teheran a trattare in modo più magnanimo gli Stati Uniti; ma in ogni ciò caso ciò a cui oggi stiamo assistendo si traduce in una prova od anticipo di capitolazione americana.
Dunque, onde chiarire le cose perché non si creino fraintendimenti: ad ora, il piano iraniano in 10 punti non è ancora in vigore, dato che gli Stati Uniti si sono semplicemente impegnati ad osservare una tregua di due settimane in cui esaminarlo e discuterlo con l'Iran, in un negoziato portato avanti dal Pakistan (e promosso dalla Cina). Nulla è stato ancora firmato, ma ad una firma si giungerà, ad un accordo che sarà verosimilmente molto simile alla bozza iraniana attuale, seppur debitamente ritoccata per farne un compromesso capace tanto di accontentare il vincitore (l'Iran e i "proxy"), quanto lo sconfitto (gli Stati Uniti) che, con questa guerra, di fatto ha solo ottenuto di accelerare ed anticipare la caduta del proprio status di superpotenza, non solo nella regione ma anche su ben più ampia scala, internazionale.
La fine della Pax Americana in Medio Oriente, come in precedenza fu per la Pax Britannica a partire dalla guerra per Suez del 1956, equivale infatti a quella di superpotenza a livello globale. Non lo troveremo scritto su alcun giornale, e men che meno documento firmato tra le parti, ma sarà intanto ciò che a partire da oggi vedremo consumarsi, sempre più fragorosamente, sotto i nostri occhi, da storici testimoni.
Va da sé che tali prospettive non possano essere accettate tanto a cuor leggero, né dagli Stati Uniti né da Israele, che vi vede una minaccia vitale alla sopravvivenza del proprio status di grande potenza regionale, sin qui sorretto proprio dal predominio relativo americano. Ciò spiega la condotta di Israele che, continuando unilateralmente l'offensiva in Libano malgrado l'annuncio di tregua da parte di Hezbollah (come pure di tutte le altre sigle dell'Asse della Resistenza, e dello stesso Iran), punta proprio a sabotare il clima di tregua propedeutico ai negoziati di Islamabad contando sulla difficoltà di Washington nel contenerla, come espresso anche dall'imbarazzato comportamento dell'amministrazione Trump ed in particolare del vicepresidente Vance.
Eppure, malgrado tutto, questa tregua tiene ed è ormai giunta anche al suo secondo giorno. Non assecondare i tentativi di escalation israeliani, ed in tal modo esporre sempre più l'imbarazzante condizione americana (Washington ormai smentita da tutti, dal Pakistan per bocca del suo primo ministro Shehbaz Sharif fino ai paesi europei, che prendono progressivamente le distanze, insieme ad attori asiatici come ad esempio Seul), serve a creare un clima propedeutico a dei negoziati che, quando si terranno (non necessariamente sabato, si badi bene: potrebbe essere anche più in là, se necessario molto più in là), potranno persino essere più fruttuosi e vantaggiosi per l'Iran di quanto altrimenti lo sarebbero alle condizioni attuali. L'obiettivo iraniano è oggi di sfruttare, né più e né meno, l'attuale situazione per portare al loro parossismo tutte le contraddizioni in seno al fronte internazionale e ai suoi rapporti con Israele e Stati Uniti. Già se ne stanno vedendo i segni e le prospettive che determineranno non saranno certo destinate a rimanere fratture ed assestamenti di rango passeggero.
