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L'escalation nell'escalation: il diciottesimo e il diciannovesimo giorno

18-03-2026 10:00

Filippo Bovo

L'escalation nell'escalation: il diciottesimo e il diciannovesimo giorno

Diciottesimo giorno (18 marzo) - Al diciottesimo giorno di un conflitto che nelle stime iniziali doveva risolversi in non più di 48 ore, giungono alcu

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Diciottesimo giorno (18 marzo) - Al diciottesimo giorno di un conflitto che nelle stime iniziali doveva risolversi in non più di 48 ore, giungono alcune novità che la dicono lunga su quanto scarsi siano i margini per una de-escalation, ancor meno una tregua. Di fatto la tendenza che vediamo in atto è di una radicalizzazione di ambo i fronti, nonostante la scomparsa di nomi non certo classificabili sempre tra le "colombe".


L'assassinio di Ali Larijani, ad esempio, priva l'Iran di un leader tra i più pragmatici ed inclini, in altre circostanze, a stabilire un possibile accordo con Israele e Stati Uniti, magari a guerra finita. Certo, prima di tutto la guerra dovrà terminare, ma in ogni caso Larijani portava avanti una linea comunque più cauta rispetto a quella che ora altri, al suo posto, si vedranno pure comprensibilmente indotti a tenere. Dopotutto, malgrado le descrizioni dei nostri media, Larijani non era affatto un esponente del campo più oltranzista, che oggi trova nella nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, uno dei suoi primi punti di riferimento. A proposito di Mojtaba: per i nostri media, doveva essere invece tra i più moderati o meno intransigenti, a differenza del padre raffigurato invece come un estremista irriducibile: come al solito, un altro dei loro colossali granchi.


Ora che i più moderati sono stati parzialmente eliminati, a partire dal vecchio Ali Khamenei, il più antinuclearista, nel primo giorno di conflitto, sarà molto difficile immaginarsi che a prendere il posto di Larijani a Segretario del Supremo Consiglio di Sicurezza Nazionale possa giungere un altro esponente riconducibile alla sua medesima corrente, pragmatica, e non invece qualcuno di più vicino all'area "dura e pura" vicina alla nuova Guida Suprema. Mentre, per l'Iran i cui settori militari dall'inizio del conflitto agiscono separatamente e congiuntamente al tempo stesso, ugualmente l'invito a "picchiare" ancor più duro risulterà implicito. Stati Uniti ed Israele, con questa loro strategia, stanno infatti regalando nuovi martiri alla Repubblica Islamica e alla Rivoluzione Iraniana, con tutto ciò che implica anche nei termini di una Guerra di Liberazione mediorientale dal nemico neo/post-coloniale. 


Non è un fattore da sottovalutare, visto che in Occidente certi valori tendono ad essere meno sentiti o ignorati. Tendiamo a guardare le guerre soprattutto in un'ottica più umanitaria, parlando almeno dei più sensibili di noi, ma non in termini simbolici e valoriali: ma se le guardassimo in termini di santificazione del martirio, gli effetti di certe azioni non dovrebbero apparirci inosservati. Colpendo figure come Larijani, o come il capo dei Basij, Gholamreza Soleimani, Stati Uniti ed Israele gettano di conseguenza ulteriore benzina sul fuoco del conflitto, dando all'Iran e ai suoi alleati non soltanto sciiti nuove e più ragioni di lotta e sostegno agli occhi di sempre più cittadini, e non solo del Medio Oriente. 


Nel mentre, anche Stati Uniti ed Israele, ciascuno per proprio conto, continuano a perdere figure importanti, con effetti significativi sulle loro geometrie di potere interne. Si parla ad esempio di figure come Itamar Ben-Gvir, David Barnea, Shiomi Binder, David Zini, Tomer Bar, oltre allo stesso Netanyahu su cui ancora il mistero rimane fitto. Le conferme ovviamente scarseggiano, e le smentite puntano spesso più alla buonafede dei destinatari che al loro giudizio critico, ma in generale dovrebbe far riflettere come sui propri caduti nell'attuale conflitto Teheran si dimostri ben più aperta e trasparente dei suoi avversari, che invece si chiudono soprattutto in infinite reticenze. 


Pure gli Stati Uniti, in merito alle loro effettive perdite nella regione, perseverano nell'ostentare bilanci fin troppo ottimistici, e non solo per quelle in termini di militari morti o feriti, ma anche di danni alle strutture e ai dispositivi d'arma: i danneggiamenti riportati agli aerei da rifornimento Stratotanker o alle portaerei Lincoln e Ford, giusto per fare un esempio, non ricevono grande copertura mediatica dalla stampa del "mondo libero", fatto salvo per alcuni coraggiosi autori che anche da testate importanti cominciano a dire qualcosa di più. Certo, nel loro caso vi è anche quel sano opportunismo di chi preferisce mettere le mani avanti oggi per non sbattere la faccia contro il pavimento domani: "che non si venga poi a dire che noi non l'avevamo detto, ecc".


Intanto, però, oggi da Washington è giunta una novità che scuote la Casa Bianca e il Partito Repubblicano, ancor più in vista del voto di mid-term: Joe Kent, che Trump aveva nominato direttore del NCTC (il National CounterTerrorism Center) ha rassegnato le dimissioni, dichiarando "Non posso in coscienza appoggiare la guerra in corso in Iran. L'Iran non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione, ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra per via delle pressioni di Israele e della sua potente lobby americana". Non sarà un argomento facile da gestire per un'Amministrazione alle prese con sondaggi, ancor più sulla scelta del conflitto e la decisione di continuare a sostenere Israele, sempre più ostili.


Tuttavia, anche il venir meno di figure come Joe Kent, come pure di altre in Israele, lascia sempre più spazio e margini di manovra ai rappresentanti delle correnti più dure e meno pragmatiche; e ciò sebbene tra di loro a ben guardare fossero poi più i "falchi" delle "colombe". Il livello dello scontro, per il momento, non può che continuare a crescere.

 

Diciannovesimo giorno (18 marzo) - E che la radicalizzazione del conflitto premi i falchi, e viceversa, ne abbiamo prova anche da un evento eclatante come quello che ha caratterizzato il diciannovesimo giorno di conflitto, col bombardamento del giacimento gasiero iraniano del South Pars. Una nuova linea rossa oltrepassata, che porterà a gravi conseguenze. 

 

Secondo Majed al-Ansari, consigliere del primo ministro e portavoce del ministero degli Esteri del Qatar, l'attacco israeliano al sito gasiero iraniano South Pars, che copre 2/3 della produzione nazionale ed è un'estensione del giacimento North Field qatarino, rappresenta "un passo pericoloso ed irresponsabile nel contesto dell'attuale escalation militare regionale". Questo perché "prendere di mira le infrastrutture energetiche costituisce una minaccia alla sicurezza energetica globale, nonché alle popolazioni della regione e al suo ambiente". Che abbia ragione è un fatto indubbio: colpire gli impianti energetici è sempre stata materia piuttosto delicata in questo conflitto, perché ad azione segue reazione, ovvero si va a fomentare un'escalation difficile poi da arrestare. Quando Israele colpì le raffinerie di Teheran, la reazione iraniana sui siti regionali e soprattutto israeliani, a partire dalle raffinerie e dal porto di Haifa, fu immediata e tale da bloccare ulteriori spirali di guerra. Mentre gli Stati Uniti, che avevano già sconsigliato Israele d'agire in tal senso e non erano stati ascoltati, s'infuriarono col governo di Tel Aviv, visto che tale mossa andava ulteriormente a pregiudicare i loro già malconci rapporti con gli alleati regionali, paesi del Golfo per primi; oltre a quelli coi grandi "interlocutori" globali, come Cina, Russia, India, che gli avrebbero presentato, ciascuno per propria parte, un conto assai salato; o ancora i mercati, che li avrebbero ugualmente messi alla graticola.


Ma ora queste colonne d'Ercole, giacimenti, raffinerie e depositi d'energia, sono state nuovamente oltrepassate, e la reazione non tarderà a farsi sentire. Se i mercati, di per sé, già s'agitano al solo rischio di pozzi ed impianti fermi, nel momento in cui se li vedono davvero compromessi, con relative catene di forniture bloccate insieme a tutte le loro commodities (non solo petrolio e gas, ma anche urea, zolfo, potassio, fosfati, ammoniaca, fertilizzanti, ecc), vanno letteralmente fuori di testa. Impianti gasieri, petroliferi e petrolchimici in tutta la regione potranno essere colpiti dall'Iran per ritorsione, e tra i primi obiettivi indicati spiccano nomi illustri come le raffinerie SAMREF e l'impianto petrolchimico di Jubail in Arabia Saudita, gli analoghi impianti di Ras Laffan e Mesaieed in Qatar o ancora il giacimento gasiero di Al Hosn negli EAU, oltre ovviamente ai giacimenti israeliani Leviathan e Tamar. Ciò che ne deriverà, in termini di conseguenze economiche, ce lo possiamo facilmente immaginare. Se per il petrolio sono soprattutto i paesi asiatici come Giappone, Sud Corea, Singapore e Taiwan, già oggi alle prese con scorte quasi in riserva, a dipendere dal Golfo, per il gas siamo invece proprio noi europei a farvi affidamento. 


Oltre a qualche altro paese come l'India, che dipende fortemente dal GNL estratto nella regione ma che, avendo assunto in principio una linea dichiaratamente filo-israeliana nel conflitto (come da episodio della nave iraniana IRIS Dena e da dichiarazioni del ministro degli esteri indiano Jaishankar, o ancora viaggio di Modi in Israele del 24-26 febbraio scorsi, due giorni prima dell'attacco all'Iran, dove con Netanyahu non avrà certo parlato solo di cooperazioni o di IMEC), si vede oggi obbligato a compere una cauta ma umiliante retromarcia, andando ad elemosinare il "perdono" a Teheran. Per il momento, pare che gli iraniani siano stati magnanimi: nello Stretto di Hormuz, nel tratto non minato e transitabile, limitrofo alle coste iraniane, due petroliere indiane sono potute passare, ma a patto di pagare il "contenuto" in yuan. Anche due petroliere pakistane sono passate con la medesima formula, con altri paesi come la Turchia che nel frattempo trattano con Teheran per farlo a loro volta. Poi, ovviamente, si registra pure un traffico intermittente tra petroliere cinesi ed iraniane, quest'ultime alla volta della Cina, sempre con petrolio e gas in yuan.


Per Teheran, dunque, la guerra economica passa anche attraverso quella al petrodollaro, e l'imposizione de facto del nuovo standard del petroyuan per circolare nello Stretto ne è una chiara prova. Chi vuol comprare energia nella regione prende nota, e così pure chi la vuole vendere: un messaggio forte e chiaro sia per i consumatori che per i produttori locali, paesi del Golfo per primi (che per quanto infuriati con Teheran e i suoi lanci, ugualmente lo sono con Israele e gli Stati Uniti, che li hanno traditi e trasformati, attaccando l'Iran, in un campo di battaglia per una guerra che non è la loro). Sarà forse anche per questo se, guarda caso, ora gli impianti energetici non sono più "colonne d'Ercole" invalicabili, per gli Stati Uniti, ma al contrario obiettivi legittimamente attaccabili, facilitando così un'ulteriore reazione iraniana e una relativa escalation capace di coinvolgere ancor più i paesi del Golfo? Ovvero per boicottare l'affermazione del nuovo standard del petroyuan, difendo quello morente del petrodollaro? 


Dopotutto, con la portaerei Lincoln rifugiata nell'Oceano Indiano, a mille km dalle acque iraniane, e la Ford diretta verso Creta, per via dei boicottaggi e degli ammutinamenti degli equipaggi, non sembra molto credibile che Washington possa riaprire lo Stretto e scortare le petroliere. Mentre la USS Tripoli, convocata con 2500 Marines e 2500 militari della US Navy per una possibile presa di Kharg, per il momento ha appena passato Singapore e non arriverà prima di una settimana. Dunque, dinanzi alla sua impotenza, chi sin qui è stato la vetta del vecchio sistema unipolare ormai collassante sotto i nostri occhi, reagisce nuovamente sciogliendo le briglie al caos. Guerra al petroyuan compresa.

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