
Ad ormai più di due settimane dall'inizio dell'Operazione Epic Fury, Washington ordina il dispiegamento di 2500 marines del 31° MEU (Marine Expeditionary Unit) di stanza ad Okinawa, in Giappone, con l'intento di dare una timida svolta (o magari una sua parvenza) ad un conflitto da molti analisti, media e yesmen americani giudicato irrimediabilmente perso. Ad accompagnarli, altri 2500 militari della Marina, col Gruppo Anfibio Tripoli, con navi come la USS Tripoli, la USS San Diego e la USS New Orleans. Nel complesso, parliamo di un Gruppo Anfibio Pronto all'Azione e di un'Unità di Spedizione dei Marines (il 31° MEU è oltretutto l'unico del Corpo dei Marines che risulti permanentemente schierato e senza dubbio il suo ritiro dal Giappone avrà dato un certo piacere anche a Pechino e a Pyongyang, dopo quello dei THAAD dalla Corea del Sud di soli pochi giorni prima), addestrati per azioni di risposta alla crisi, come ad esempio l'evacuazione di civili da aree pericolose o la protezione di ambasciate, oltre che per essere le prime forze ad intervenire sul terreno, preparando un più agevole teatro operativo per le altre forze militari, come quelle per le missioni speciali.
Il bombardamento delle strutture militari sull'isola iraniana di Kharg (che ospita un terminale petrolifero che da solo gestisce all'incirca il 90% del petrolio erogato da Teheran via Hormuz, non toccato dai colpi dell'USAF), parrebbe il segnale preparatore per un successivo e più facile impiego in loco di tali forze. Ancora giorni fa, dopotutto, si parlava della possibilità che gli Stati Uniti potessero strappare all'Iran il controllo di Kharg, oltre che di altre isole iraniane a 450 km a sud-ovest come Abu Musa e la Piccola e la Grande Tunb: a tal proposito, però, valgono le medesime considerazione già avanzate allora, ovvero l'impossibilità di gestire un simile "fronte marino" in assenza di basi militari ancora fruibili nella regione, con una flotta in larga parte costretta a navigare a centinaia di km da Hormuz, e sotto il tiro a quel punto ancor più spietato dell'IRGC. Non ultimo, vi è ad oggi anche un'oggettiva impossibilità, a maggior ragione per le navi militari americane, ad entrare nello Stretto senza ritrovarsi ad essere un immediato bersaglio.
Tuttavia, secondo Trump e qualche altro suo consigliere, una simile azione potrebbe apparire una piccola vittoria marginale con cui coprire, sul piano politico e mediatico, una più generale disfatta; sebbene il passare del tempo possa poi finire col renderla un'inutile mossa, un ulteriore e gratuito sacrificio. Se l'intento è di costringere l'Iran a permettere il transito delle petroliere nello Stretto (ovvero, non solo quelle consentite da Teheran, per la Cina, il Bangladesh, la Turchia, ecc, con petrolio non più pagato in dollari ma in yuan), "calmierando" il mercato dopo che le sue promesse e le misure straordinarie dell'International Energy Agency (IEA), col rilascio di 400 milioni di barili di petrolio di riserve strategiche, hanno sortito un effetto solo temporaneo, il rischio è che invece ci si diriga in tutta fretta verso un'opposta direzione.
La reazione iraniana al bombardamento delle strutture militari di Kharg si è palesata in un lancio di droni sul porto di Fujairah, negli EAU, unico terminale che consenta al petrolio del Golfo di giungere nel Mar Arabico compensando ad una chiusura di Hormuz), che ne ha paralizzato le attività. Altre strutture consimili, come ad esempio i porti di Salalah nell'Oman o Yanbu in Arabia Saudita (quest'ultimo sul Mar Rosso e terminale di un oleodotto che, partendo da Abqaib sul Golfo Persico, attraversa il paese da est ad ovest, approdando poco a sud del Sinai) non sono sufficienti a colmare questo nuovo vuoto infrastrutturale, perché o già colpiti, come nel primo caso, o già sotto pressione. Entrambi poi non sono collegati col resto della rete di oleodotti della Penisola, una parte dei siti energetici che vi appoggiavano sono stati chiusi per causa di "forza maggiore" e, infine, sono sotto il tiro annunciato degli Houthi. Che adesso, nel caso di un impiego delle forze della Marina e dei Marines contro obiettivi iraniani come Kharg o le altre isole nello Stretto, avrebbero senza dubbio un ottimo movente per entrare in azione, mettendo anche il transito da Bab el-Mandeb a Suez poco sicuro o fruibile quanto quello da Hormuz.
Concludendo, non ci sono poi dubbi che i massicci bombardamenti condotti negli ultimi giorni sull'Arabia Saudita (con la base americana di Prince Sultan tra i bersagli più prediletti), il Qatar, il Bahrain e gli EAU rispondano anche, per Teheran, all'obiettivo di far ancor più terra bruciata alle forze americane nel caso di un attacco alle sue isole. Rendendo loro il retroterra garantito dai paesi del CCG sempre più insicuro ed inutilizzabile, con questi ultimi a loro volta ancor più in difficoltà nel sostenerle, le forze americane si ritroverebbero con scarse garanzie di poter procedere ad un'operazione del genere e, oltretutto, sostenerla e vincerla nel medio e lungo periodo.
P.S. Solo pochi giorni prima (11 marzo), avevo buttato giù qualche scarna annotazione, rimasta allo stato di bozza. L'allego a beneficio dei lettori, perché serva loro da riscontro:
"Ieri il Sen. democratico Richard Blumenthal ha parlato, con una certa preoccupazione, del pericolo che gli USA vadano verso un "boots on the ground". Non appare tanto credibile, considerando lo Stretto di Hormuz nel frattempo minato, il munizionamento ai limiti e l'impossibilità di potersi avvalere d'infrastrutture nella regione, e alle proprie spalle, gravemente danneggiate e rese inoperative dai lanci iraniani.
"Invadere" l'Iran senza poter fruire di un supporto da parte della propria marina, da Hormuz, per gli americani sarebbe piuttosto singolare: ancor più se consideriamo che, sempre negli ultimi giorni, è circolata pure la tesi di sbarcare sull'isola iraniana di Kharg, sede di un importante terminal petrolifero, indicato da vari specialisti come essenziale per l'economia iraniana. Tuttavia, non solo Kharg, ma anche altre isole iraniane potrebbero, secondo gli specialisti, venir occupate dalla forze aeronavali americani, come l'isola di Abu Musa, prossima agli EAU, e l'arcipelago delle Tunb, vicine invece alla costa iraniana. A dividere Kharg da queste altre isole ci sono oltre 450 km, un fronte marino che nelle condizioni precedentemente descritte (basi e radar "inertizzati", arsenali in riserva, Stretto di Hormuz minato), con oltretutto lanci ed attacchi costanti dall'IRGC, si tradurebbe in un'emorragia umana per le forze americane.
Dubito si possano contemplare simili prospettive, per giunta con la campagna elettorale per il voto di medio termine ormai già in atto, un dissenso interno per la guerra in continua crescita e tutte le polemiche per le perdite umane e materiali già subite (i militari caduti oltre a quelli rimasti feriti anche gravemente; i miliardi di dollari spesi inutilmente, ben 5,6 miliardi solo nei primi due giorni di conflitto; i danni riportati dalle costose infrastrutture militari nel Golfo, i mezzi colpiti, ecc). L'Amministrazione USA viene oggi sempre più accusata di nascondere i numeri reali ai propri cittadini, per il timore delle conseguenze che innescherebbe ben oltre il fronte MAGA e il partito repubblicano.
Anche un intervento mirato, con le sole forze speciali, rischierebbe di finir male, dal momento che per la sua stessa geografia, oltre alla struttura militare interna, al consenso per il governo, ecc, l'Iran si qualifica come una perfetta "trappola per topi", dove forse si può entrare con una relatività facilità (da terra), salvo poi non poterne più uscire. Non si presenta come una buona mossa in periodo elettorale. In definitiva, questa come altre sembra far parte di un insieme di dichiarazioni estemporanee, che vengono rilasciate in alcuni momenti salvo esser poi contraddette da tutt'altre subito dopo, allo scopo di coprire un sostanziale "disimpegno" militare dalla regione, che avviene senza ovviamente esser pubblicizzato per delle più che ovvie ragioni.
Dopotutto ci sono già basi che nel frattempo vengono evacuate per la loro crescente insicurezza od impraticabilità, dall'Arabia Saudita al Kuwait, dal Bahrain all'Iraq, oltre alla Siria e al Libano. Anche per il personale diplomatico americano il clima attuale non appare molto più sicuro, come attestato dalle evacuazioni in numero crescente dalle ambasciate di vari paesi della regione: oltre ad Arabia Saudita, Kuwait, Bahrain, Kuwait ed Iraq, si aggiunge pure con la Turchia, a denotare un raffreddamento delle relazioni con Washington che non sembra ormai più limitarsi solo ai paesi del Golfo.
Anche le dichiarazioni con cui l'Amministrazione USA ha accolto l'annuncio iraniano d'aver iniziato a minare lo Stretto ci forniscono degli ottimi esempi: minacce, affermazioni riguardo l'aver distrutto imbarcazioni posamine iraniane, o ancora d'averne già iniziato a rimuovere con le proprie unità navali, ecc, talvolta con tweet scritti sul social trumpiano Truth e poi prontamente rimossi, non appena erano stati smentiti. In questo caso, vien da pensare che siano soprattutto delle forme di "aggiotaggio" con cui cercar d'illudere i mercati (e l'elettorato interno), prima che la notizia di uno Stretto di Hormuz chiuso a lungo (e senza la possibilità che "nessuno", USA per primi, possa riaprirlo salvo magari la stessa Teheran) inizi ad inquietarli di nuovo.
Ancor più se consideriamo che da Hormuz non passa, come soprattutto s'è portati a pensare, soltanto il petrolio (che in ogni caso non affluirebbe tanto facilmente, visto l'annuncio della sospensione temporanea delle attività degli impianti in Qatar, Arabia Saudita, EAU, ecc), ma passano anche altre commodities essenziali l'economia, l'industria e le relative catene di fornitura di cui lo stesso Stretto è indubbiamente uno dei massimi "principi": fertilizzanti, zolfo, ammoniaca, prodotti petrolchimici, ecc, tutti a comporre una lista infinita che analogamente trova anche in Bab el-Mandeb un altro discreto protagonista (su cui gli Houthi, qualora necessario, potrebbero calare la loro "spada di Damocle")."
