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Un nuovo ordine per il Medio Oriente

13-03-2026 14:00

Filippo Bovo

Un nuovo ordine per il Medio Oriente

In Iran, la nomina a nuova Guida Suprema di Mojtaba Khamenei, figlio del martirizzato Ali, è stata salutata con un favore popolare che non pare affatt

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In Iran, la nomina a nuova Guida Suprema di Mojtaba Khamenei, figlio del martirizzato Ali, è stata salutata con un favore popolare che non pare affatto trovare corrispondenze nelle descrizioni sin qui rese dai mass media occidentali; che, pur continuando a dare una copertura eufemisticamente insufficiente del conflitto in atto nella regione, hanno comunque avuto buon gioco nel sostenere che "l'azione di Trump ha avuto come unico effetto di sostituire una versione più vecchia di Khamenei con una più giovane" (CNN). Tuttavia, dire che questo sia stato "l'unico effetto" continua ad apparire una mendacità: che dire dei danni umanitari (ad esempio le 168 bambine morte a Minab, un vero e proprio crimine di guerra svoltosi secondo un copione già visto a Gaza: prima si colpisce l'obiettivo, poi, passati 40 minuti, quando i soccorsi sono entrati nel vivo, lo si colpisce di nuovo, aumentandone i numeri; per poi, oltretutto, negare anche ogni responsabilità, attribuendola alla parte aggredita, neanche avesse voluto compiere una "false flag": altra specialità, pure questa, del "metodo" israelo-americano), o ancora di quelli economici, o politici. 


Non sarà facile trattare con Mojtaba Khamenei, proprio ora che gli Stati Uniti vorrebbero ritirarsi dal conflitto con l'ennesimo accordo sottobanco che salvi in parte le (loro) apparenze: l'attacco del 28 febbraio non ha ucciso solo suo padre, ma anche sua madre, sua moglie, suo figlio, sua sorella e suo cognato coi loro figli, oltre al padre di un altro suo cognato. Tutti martirizzati. Non diversamente è stato per il suo paese: uccisi 1205 civili, con 195 minori, piogge tossiche su 10 milioni di persone (bombardamenti delle raffinerie di Teheran con relativa nube tossica), più la distruzione di 8mila case, 265 scuole, 36 strutture sanitarie, 15 biblioteche, e ancora 350 moschee e 8 siti storici e culturali (4 patrimoni UNESCO). 


E' anche per questo che i tentativi sin qui portati avanti dagli Stati Uniti di strappare dall'Iran un accordo favorevole (una vittoria "win-win"?), continuano a non aver fortuna. Del resto, Teheran aveva già avvisato fin dal principio dell'aggressione di non voler più accettare compromessi. Per l'Iran, la guerra va avanti fino in fondo. Ovvero, fino alla rimozione della presenza neocoloniale e neocolonialista degli Stati Uniti e dell'Occidente in Medio Oriente. Frantz Fanon, nel suo magnifico "I Dannati della Terra", affermava che la violenza è il principale strumento dell'oppressore coloniale, del colonialismo. Il cammino verso la libertà dal giogo coloniale passa nell'accettare il confronto con la violenza dell'oppressore, sfidandolo e vincendolo. Quel che oggi vediamo in Medio Oriente è una disperata e sempre più accelerata lotta anticoloniale, con effetti la cui portata tellurica vanno ben oltre la sola regione: lo sradicamento delle basi militari americane nel Golfo, unito alla dimostrazione della loro inutilità per i paesi che le ospitavano (difendevano infatti Israele, non loro), porta ad esempio quest'ultimi a restare a dir poco freddi e vaghi dinanzi alle prospettive di una loro futura ricostruzione; mentre già parlano di ritirare o rivedere, come da Reuters e Financial Times, molti dei loro fondi ed accordi finanziari negli Stati Uniti. Il tutto mentre Israele, alle prese con un Hezbollah nient'affatto liquidata come sin qui raccontato, vede le sue forze armate passare da un fallimento operativo all'altro, sempre più isolata in una regione in cui non è più in grado di esercitare l'antico predominio. Sono solo alcuni dei tanti esempi di un poderoso cammino anticoloniale che sta rapidamente portando alla fragorosa implosione di un vecchio ordine internazionale, quello unipolare a guida americana, sin qui oltremodo puntellato, e che proprio in Medio Oriente aveva basato la sua potenza. Non è un crollo soltanto regionale, ma globale.
 

Siamo dinanzi a sviluppi geopolitici di portata globale ed epocale. Ancora pochi giorni fa, i paesi del CCG (Consiglio di Cooperazione del Golfo), a cominciare da Arabia Saudita, Qatar, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti, hanno annunciato di voler rivedere una parte cospicua dei loro investimenti negli USA, al fine di reperire maggiori risorse per l'attuale stato di crisi e quello che a guerra finita perdurerà. Già da una settimana, come possiamo vedere dai titoli sin qui apparsi sulle varie agenzie giornalistiche (un esempio tra tutte, la Reuters), giravano voci in tal senso, ma mancava ancora un'ufficializzazione; che è arrivata però nelle ultime 48 ore, con la decisione del "trio" Arabia Saudita-Qatar-Kuwait, a cui si sono poi aggiunti i più restii EAU, di procedere in tal senso. Non solo, ma sempre nelle ultime ore i paesi del CCG hanno annunciato che riconsidereranno i loro rapporti con gli USA e cercheranno di diversificare le partnership estere, data la decisione dell'Amministrazione Trump di muovere guerra all'Iran. Per chiunque abbia presente la mole dei rapporti tra Washington e i paesi del CCG, di natura non soltanto economica, si tratta di un fatto ancor più d'impatto sulle dinamiche regionali ed internazionali dell'altro, che già di per sé appare assai eclatante.


Per quanto i paesi del CCG possano essere furiosi nei confronti di Teheran, viste le distruzioni subite dalle sue rappresaglie, la realtà sul campo ricorda loro che gli USA li hanno "sacrificati" gettandoli in una guerra che non volevano, in quella che, come già denunciato da molti loro esponenti politici e militari, non era la "loro" guerra. Per giunta abusando del livello di concessione delle loro basi e dei loro cieli, dato che ne avevano rifiutato un uso a fini offensivi visto che ciò li avrebbe esposti ad ovvi pericoli del tutto contrari ai loro interessi politici, economici e di sicurezza nazionale e regionale; e peraltro neanche difendendo quelle basi stesse, che erano infatti unicamente al servizio di Israele. Gran parte della guerra di USA ed Israele contro l'Iran, in sostanza, s'è giocata proprio sui paesi del Golfo, con Washington che ha impiegato l'armamento nelle basi, già in quantitativi non adeguati, al solo fine di schermare Israele; con l'ovvio risultato che sono andate presto distrutte, insieme a molte infrastrutture e siti strategici degli stessi paesi ospitanti. Il tradimento da parte degli USA, la cui protezione i paesi del CCG avevano sin qui sempre profumatamente pagato, si traduce oggi nella distruzione di siti petroliferi, di stoccaggio e raffinazione, di porti ed aeroporti, centri alberghieri, installazioni civili ed attività economiche, comprese quelle che sin qui avevano ospitato molte compagnie ed investitori esteri che ora fanno i bagagli alla volta di nuove mete, più sicure per gli affari. Le varie realtà della finanza, dell'alta tecnologia, dell'informatica e delle telecomunicazioni, non solo le succursali delle varie Microsoft, Palantir, Amazon Cloud o Google, troveranno in piazze come Singapore, Hong Kong ed altre ancora l'ambiente ideale per poter operare con una sicurezza che, nel Golfo, s'è nel frattempo dimostrata soltanto illusoria.


Teheran, coi suoi lanci, ha sottoposto i paesi del CCG a delle dure scelte, ad accelerare uno sganciamento dall'orbita americana che già s'intravedeva da anni, ma che procedeva assai più che a passi di piombo. Del resto, chiusa una porta, s'apre un portone, ed oltre a Washington c'è un mondo intero con cui rapportarsi non soltanto in termini economici ed energetici, ma anche d'altra natura. Non sono stati però solo i lanci iraniani a scuotere le cancellerie dei paesi del Golfo, ma anche quelli israeliani ed americani: le false flag sin qui subite, soprattutto sui siti energetici, al fine d'indurli a credere che ad attaccarli fosse stata Teheran così da propiziarne un'entrata in guerra al loro fianco, hanno sollevato un'indignazione immensa, ancor più aggravando la tesi del "tradimento". Anche il bombardamento di pochi giorni fa al porto e al terminal petrolifero di Salalah, in Oman, è stato infatti una false flag, giusto per fare un esempio.


Quel che vedremo d'ora in poi, a mano a mano che si consumerà questo scivolamento fuori dall'orbita di Washington, a livello di ripercussioni ben oltre la sfera regionale, ce lo potremo soltanto immaginare. Ma senza dubbio più di qualcuno si sorprenderà. Occorrerà tempo, certo, perché parliamo pur di sempre di paesi profondamente infiltrati e legati al vecchio ordine internazionale unipolare a guida americana, con una pletora di quinte colonne che ne sono diretta rappresentanza; ma in nome del “primum vivere, deinde filosofare”, in una congiuntura storica che ha conosciuto una drammatica accelerazione, probabilmente potremo vedere questi slittamenti con una celerità ben superiore a tutte le nostre previsioni.

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