
Il premier Netanyahu ha annunciato, come riportato dal Times of Israel, un “piano con molte sorprese” per risolvere la guerra in Iran. Molti, tra queste “sorprese”, hanno pensato anche alla famigerata Opzione Sansone, ovvero al ricorso al nucleare. In tal caso, sarebbe una misura tanto estrema da risultar suicida: per la stessa dottrina militare israeliana si tratta infatti dell'ultima risorsa per affrontare una minaccia esistenziale per il paese. Il nome "Sansone" non è casuale: si rifa proprio a quel personaggio biblico che disse "Muoia Sansone con tutti i filistei". Che il governo israeliano abbia sin qui ragionato in tali termini, "Muoia Sansone con tutti i filistei", è parso subito evidente già dal 7 ottobre 2023 (come peraltro più volte abbiamo scritto, ad esempio negli articoli dedicati alla guerra a Gaza). Tuttavia, aggravandosi di giorno in giorno, la spirale di guerra potrebbe davvero condurci anche a questo estremo, o quantomeno a farcelo valutare con serietà. Ciò indica quanto grave sia la situazione per il paese, malgrado la forte censura mediatica e governativa, una gravità del resto condivisa seppur a diverso titolo anche dall'alleato americano. Oggi, Israele rischia seriamente la sua esistenza, o quantomeno questa è la percezione che ne hanno molti dei suoi ambienti governativi: se non come entità statale vera e propria, nella sua natura politica e militare storica nel Medio Oriente.
Solo ieri notte, ad esempio, sono state colpite le raffinerie di Haifa in Israele, e così pure le raffinerie Bapco in Bahrein. E' stata la rappresaglia per aver colpito, in precedenza, gli impianti di raffinazione di Teheran, da cui giornalmente uscivano 250mila barili di petrolio. Colpendoli, Israele ha stabilito (ovvero, ribadito, dacché già aveva preso di mira per prima le infrastrutture petrolifere: ad esempio l'anno scorso, nella Guerra dei Dodici Giorni, venendo poi ricambiata coi missili sugli impianti di Haifa, o ancora nel 2006, quando in Libano bombardò gli impianti di Jiyeh) un grave precedente che in guerra autorizza anche altri a far lo stesso nei suoi confronti. Esattamente come quando, sempre in questi giorni, con l'alleato americano ha colpito gli impianti di desalinizzazione di Qeshm, di fatto autorizzando Teheran a colpire quelli israeliani, da cui Tel Aviv dipende per oltre il 60% per gli usi non domestici e l'80% per quelli domestici (non parliamo poi dei paesi del CCG, che da queste infrastrutture dipendono ancor di più: gli EAU per il 42%, l'Arabia Saudita per il 70%, l'Oman per l'86%, il Qatar e il Kuwait per il 90%, il Bahrein per il 95%: se non funzionassero più, la popolazione, enormemente ampliatasi in tutti questi anni di "quieto benessere", sarebbe immediatamente costretta alla fuga). E infatti anche l'impianto di desalinizzazione in Bahrein, sempre ieri notte, è stato colpito.
Colpire gli impianti di raffinazione e stoccaggio a Teheran, da parte israeliana, non è stata dunque una buona idea: non soltanto per le gravi conseguenze militari, ma anche atmosferiche e sanitarie, e politiche. Visto che parlavamo dell'Opzione Sansone, questa infatti già le si avvicina, perché equivalente ad un attacco chimico, ugualmente di tipo non convenzionale. Presto infatti il cielo e le strade di Teheran sono stati avvolti da un'immensa nube tossica che, dopo aver intossicato i 10 milioni di abitanti della capitale, s'è propagata anche a nord e nord-est, dirigendosi verso il Turkmenistan e l'Asia Centrale. Le conseguenze che nei prossimi 20-30 anni si verranno a manifestare nella salute delle persone coinvolte saranno immense. Mentre l'immagine di Israele, già assai imbarazzante, appare ora ancor più compromessa: le conseguenze dell'azione peseranno sui suoi rapporti coi paesi dell'Asia Centrale, con cui negli ultimi anni aveva stabilito discrete intese, attratta dalle loro risorse e non solo; e soprattutto stanno provocando già ora nuove crepe con l'alleato americano che, sebbene fosse stato avvertito dell'azione, non era stato informato che il suo impatto sarebbe stato di tale portata. Le conseguenze per gli Stati Uniti potranno essere catastrofiche sia per le loro relazioni coi paesi dell'area, sia per la possibile sorte di altri impianti petroliferi ed energetici nel Golfo divenuti, per effetto dell'azione israeliana, bersagli legittimi; sia, infine, per gli scontati effetti sull'economia globale e la loro situazione finanziaria interna (in pochi giorni siamo già arrivati a 115 dollari al barile, e continuerà a salire ancora; soprattutto se altri impianti si troveranno a saltare). Tra l'altro, il 31 marzo il Presidente Donald Trump incontrerà a Pechino il suo omologo Xi Jinping: malgrado i benevoli resoconti che saranno offerti dalla stampa, questo episodio come tutta la guerra all'Iran non garantirà un clima tanto disteso tra le due parti. Le preoccupazioni che iniziano a serpeggiare nell'establishment americano sono dunque più che comprensibili.
In un contesto bellico segnato da una continua escalation come l'odierno, non sono più soltanto basi ed obiettivi militari americani ed israeliani (o quel che ne resta, a dispetto di quanto raccontato dai mass media occidentali) a diventare un bersaglio, ma anche fonti vitali per l'uomo come l'acqua o vitali per l'economia come il petrolio. Anche questa è un'Opzione Sansone, che può avere conseguenze umane, geopolitiche e geoeconomiche di portata tellurica: la deflagrazione di questa "bomba" energetico-umanitaria, con l'annientamento dei simboli della pluridecennale presenza e del predominio americano americano in Medio Oriente, vede crollare davanti ai nostri occhi un ordine internazionale su cui, fin qui, Washington, Tel Aviv e i loro alleati (l'Europa, il Giappone, ecc) avevano praticato la respirazione bocca a bocca. Viene meno il “vecchio ordine basato su regole” (l'ordine unipolare a guida americana) e sulla predazione del petrolio, che aveva nel controllo neocoloniale del Medio Oriente le sue fondamenta economiche. Un certo Karl Marx, molti anni fa, parlava di "struttura e sovrastruttura": ebbene, è proprio quanto ora vediamo.
Il "Muoia Sansone con tutti i filistei", che l'escalation (di fatto in atto sin dal 2023, e ora sempre più accelerata con l'allargamento ad un conflitto all'Iran, a sua volta ulteriormente allargato di proposito) a sua volta accompagna, potrà dunque condurci tanto all'Opzione Sansone vera e propria (il nucleare), ma ad altre possibilità, non meno impattanti. Tuttavia, come già abbiamo detto, un'Opzione Sansone vera e propria, con l'uso del nucleare, per Israele non sarebbe tanto la salvezza, quanto il suicidio: equivarrebbe, in pratica, a trascinare con sé, in una morte collettiva, l'intero Medio Oriente. Uno scenario indubbiamente apocalittico, la cui prospettiva oltretutto segnerebbe ancor più, per quanto possa ancora sembrarci poco percepibile, la diversità di vedute ed interessi tra lo stesso Israele e il loro alleato americano. Gli Stati Uniti vogliono affermare, e riaffermare, il loro predominio nella regione, in un confronto a sua volta esistenziale coi loro grandi competitori globali (Cina, Russia, ecc) che va ad estendersi ben oltre il Medio Oriente, dall'Artico al Pacifico, dall'Asia all'Africa, dall'Europa all'America Latina; e ciò non può passare per la loro stessa distruzione in una regione che a sua volta resterebbe distrutta insieme a loro, e al loro "partner minore" israeliano. Una distruzione che riguarderebbe, come già descritto, anche il loro stesso status di superpotenza.
Senza contare che quei grandi competitori globali, Pechino e Mosca, di cui è nota la collaborazione con Teheran (si pensi alle forniture militari, tecnologiche, minerarie, satellitari, ecc), un'Opzione Sansone vera e propria non la consentirebbero mai. C'è da pensare che (a meno di qualche evento che ovviamente non verrà mai adeguatamente divulgato, così da non turbare il mito di potenza a cui il pubblico occidentale è stato allevato), questa continua e sempre più accelerata escalation vedrà novità di una portata ben superiore a quanto già visto in questi dieci giorni di conflitto.
