
Con una guerra ormai drammaticamente persa e largamente impopolare (solo il 27% stando a dati Reuters l'approva, e la percentuale non appare in crescita), non sorprende che la Casa Bianca cerchi ora delle vie d'uscita, in modo da poter poi cantar vittoria prima che alle elezioni di medio termine i troppi danni (umani, materiali e finanziari) travolgano il suo inquilino e buona parte del Grand Old Party. S'è infatti più volte parlato di trattative sottobanco tra Washington e Teheran, con proposte di cessate il fuoco avanzate già nello scorso lunedì, due giorni dopo l'avvio delle ostilità (con una richiesta da parte degli Stati Uniti, trasmessa all'Iran da paesi come Oman, Qatar e Italia, che da Teheran ha ricevuto un netto rifiuto; tra l'altro, di questo nostro pur non ignobile ruolo, nessun giornale o fonte governativa qua ne ha voluto parlare: e si capisce, visto l'esito), che hanno pure destato l'allarme di Netanyahu, che temeva di ritrovarsi abbandonato dal suo partner maggiore (proprio quello stesso lunedì, il premier israeliano ha chiamato Washington, facendosi garantire che altri spiacevoli "errori" del genere non ci sarebbero stati più; e, tanto per scongiurarne un futuro ripetersi, sempre in questi giorni un altro bel quantitativo di file Epstein non hanno tardato a venir desecretati).
In questo momento, per venir fuori dall'impasse di un conflitto irrisolvibile, la Casa Bianca continua a pompare la propaganda di una vittoria a 360°, con le capacità di difesa ed offesa iraniane del tutto smantellate, il regime allo stremo, ecc; e di non voler parlare con Teheran almeno finché da lì non giungerà la richiesta per firmare una resa incondizionata. Ma, appunto, di propaganda parliamo: i brillanti trionfalismi bellici di Washington e dei suoi comandi servono a coprire gli immensi danni riportati dalle sue forze, per non parlare di quelli subiti da Israele, e soprattutto a preparare il terreno ad una futura uscita unilaterale dal conflitto, dando ad intendere al proprio elettorato e ai propri alleati che la vittoria è stata conseguita. Già, ma è davvero praticabile una strada del genere? Israele resterebbe davvero da sola a vedersela con Teheran e i suoi alleati di Hezbollah, che hanno aperto un secondo fronte nel Libano meridionale e dispongono di 30mila razzi che non aspettano altro che d'esser lanciati? E che, addirittura, pianificano di trasformare l'invasione israeliana del Libano meridionale in una loro invasione del settentrione israeliano (che in parte stanno già facendo)?
Come riportare, se non una vittoria, quantomeno una parvenza di pareggio, se non altro per meglio condirla a livello mediatico visto che sottobanco tante, troppe notizie compromettenti sulla reale portata della disfatta stanno iniziando a trapelare? In attesa che venga un'idea, si continua così col fantasy a mezzo stampa. Si racconta, ad esempio, che sia calato il numero di missili lanciato dall'Iran (ma non di droni, che al contrario continuano ad aumentare: ovviamente guardandosi bene dal riferirlo), e che ciò dipenda dal fatto che gli aerei della coalizione israeloamericana abbiano distrutto numerosi lanciatori. Ma la risposta è invece un'altra, ovvero che gli iraniani hanno già raggiunto la maggior parte degli obiettivi primari: messe fuori uso tutte le basi americane nel Golfo e i relativi sistemi radar, costretta all'allontanamento dal Golfo la flotta USA, neutralizzati i sistemi di difesa antimissile israeliani, oltre ad Hezbollah nel frattempo entrata in azione (appesantendo ancor più il carico sulle forze israeliane).
Inoltre i missili più vecchi sono stati ormai in gran parte usati, e pertanto l'Operazione True Promise, ormai alla 22esima ondata, può ora puntare sui più nuovi missili balistici e/o ipersonici come i Fattah, i Kheibar, i Khorramshair-4 (di tipo cluster, la cui testata si divide in 80 ordigni diversi, col risultato che un Khorramshair vale quanto 80 dei missili sparati in precedenza): ne bastano quindi meno per sortire effetti assai più letali. I droni, nel mentre, come dicevamo stanno aumentando, ma si noti che oltre agli Shahed-131 e Shahed-136 vengono ora lanciati anche altri più moderni come gli Hadid-110, ancor più efficaci, e sempre a basso costo produttivo. Di Shahed se ne possono produrre a decine al giorno, al costo di 20.000 dollari ciascuno, mentre gli intercettori necessari ad abbatterli costano tra 1 e 2 milioni ciascuno, e ne vengono sparati diversi alla volta per intercettarne uno: non proprio il massimo, in quanto a rapporto costi/benefici. Vengono dunque lanciati meno missili per non sprecarli inutilmente: bastano ormai pochi lanci per mantenere l'equilibrio del terrore, secondo il principio di “più qualità e meno quantità”.
E il "Boots on the ground", ovvero l'invasione di terra? E' davvero una soluzione praticabile? Fino a ieri, l'Amministrazione la dava per decisa. Ma in seguito, visto che gran parte dei movimenti curdi regionali hanno preferito disertare alla sua richiesta d'intervenire in Iran (e non poteva essere diversamente, visto che sono stati abbandonati da quella stessa Amministrazione non più tardi di due mesi fa, in Siria), anche questa prospettiva s'è subito sgonfiata. Alla notizia di un possibile intervento curdo, l'IRGC aveva colpito il quartier generale dei curdi iracheni ad Erbil e il giorno dopo il leader curdo locale, Masud Barzani, ha incontrato il ministro degli esteri iraniano Abbas Aragchi ribadendo che le autorità del Kurdistan iracheno resteranno vicine a Teheran, e ne presiederanno i confini (ossia, collaboreranno con le forze speciali iraniane e sciite locali per evitare infiltrazioni di sorta, da parte di unità speciali americane o di gruppi curdi sciolti, a questo punto mosche bianche ormai improbabili). E pure la Turchia, là accanto, analogamente vigilerà, onde prevenire destabilizzazioni pericolose anche per la sua stessa stabilità.
Il "Boots on the ground", per la Casa Bianca, era da intendersi in una formula mista di curdi e forze speciali americane, ma a questo punto appare difficile potervi credere. Anche perché nel 2003, ai tempi dell'Operazione Iraqi Freedom, gli USA avevano tutte le basi in zona fruibili, mentre oggi sono rase al suolo o fuori uso; erano presenti con 5 portaerei, mentre stavolta ne hanno 2, di cui una, la Ford, nel Mediterraneo e l'altra, la Lincoln, che ha preso il largo verso l'Oceano Indiano, a 800 km dal Golfo, per mettersi al riparo dai tiri dell'IRGC; avevano 900 aerei mentre oggi sono meno di 300, oltretutto senza disporre di un'effettiva superiorità aerea viste le difese iraniane, la mancanza di copertura radar (tutti i radar nel Golfo sono stati distrutti, insieme alle basi bombardate) e via dicendo; e 300mila uomini contro i 50mila attuali.
Questo, per giunta, a fronte di un paese, l'Iraq, che al tempo aveva 25 milioni di abitanti su una superficie totale di 430mila kmq, mentre l'Iran ha 92 milioni di abitanti su una superficie di 1.648mila kmq, con una geografia ben più complessa (in prevalenza montuoso, mentre l'Iraq lo è soprattutto al nord, col resto in gran parte desertico e pianeggiante), e una struttura militare completamente diversa, con una pluralità di milizie armate autonome distribuite nei suoi vari distretti, bunker sotterranei di cui mancano inventari e mappature, armamenti in grande quantità, ecc. In confronto all'Iran, l'Iraq era quasi una "passeggiata di salute". E, considerando che proprio una passeggiata invece non fu, men che meno di salute, abbiamo già capito che immane disastro sarebbe allora per gli Stati Uniti pensare d'invadere l'Iran.
