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Iran (e Houthi): prospettive di guerra marina

04-03-2026 20:20

Filippo Bovo

Iran (e Houthi): prospettive di guerra marina

Una chiusura di Bab el-Mandeb non sarebbe impossibile, anzi, è già stata paventata più volte in questi giorni. Sebbene l'attenzione sia concentrata so

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Nella guerra scatenata da Israele e Stati Uniti, abbiamo visto che alla reazione di Teheran non ha tardato ad associarsi anche quella di altre sigle del vasto mondo sciita sparso nel Medio Oriente: da quelle in Iraq, che hanno prontamente aggredito gli obiettivi americani nel paese, a quelle in Siria, che stanno conoscendo un inaspettato revival. Ora, scendono in campo anche gli Hezbollah, aprendo nel Libano meridionale un secondo fronte che appesantisce ulteriormente la già affaticata macchina militare israeliana. All'appello mancano ancora gli Houthi: in molti, nella regione e non, si chiedono quando entreranno in azione. Nel momento in cui ciò avverrà, non sarà improbabile che si dedichino ad un'attività dove hanno già dimostrato la loro abilità: bloccare o rendere comunque meno consigliabile il transito via Bab el-Mandeb (e non solo).

 

E in effetti una chiusura di Bab el-Mandeb non sarebbe impossibile, anzi, è già stata paventata più volte in questi giorni. Sebbene l'attenzione sia concentrata soprattutto su Hormuz, e a ragion veduta, pure Bab el-Mandeb non andrebbe trascurata: ad esempio, dal primo transitano giornalmente 20 milioni di barili (o meglio "transitavano", visto che ora il passaggio è fermo, sia per il conflitto in corso, sia per la paura di armatori ed assicuratori per l'eventuale sorte dei navigli), mentre dal secondo transitano oggi tra i 7,1 e gli 8,8 milioni di barili. Tutti ci ricordiamo che quando scoppiò la guerra di Gaza, dopo il 7 ottobre 2023, gli Houthi non tardarono ad intervenire contro Israele, coi loro lanci di missili e droni che a lungo boicottarono i passaggi navali da Bab el-Mandeb. In quel caso, sebbene lo Stretto non fosse del tutto chiuso, i flussi petroliferi crollarono per l'anno 2024 a 4 milioni di barili contro gli 8,7 dell'anno precedente. 

 

Questo solo se parliamo di petrolio, che sull'economia globale ha comunque un peso più che discreto. Ma entrambi gli stretti sono vitali anche per il commercio di altri generi come i fertilizzanti, che hanno già subito un duro colpo con le sanzioni alla Russia dopo lo scoppio della guerra in Ucraina (e non di meno si potrebbe dire pure per il petrolio e il gas, e così via). Una loro crisi, poi, comporta effetti immediati anche su altre commodities, ad esempio grano e riso, per non parlare poi di tutte le altre merci containerizzate in generale (elettronica, tessile, parti di ricambio, automotive, prodotti finiti e semilavorati, ecc, praticamente di tutto, in un mondo ormai globalizzato e attraversato da estese catene di approvigionamento, dove gli Stretti come altri passaggi logistici giocano un ruolo di primo piano).


Ora, contro gli Houthi a quel tempo vennero avviate due missioni occidentali, una a guida americana (Prosperity Guardian) e una a guida europea (Aspides), tuttora attive. Agiscono separatamente, seppur in modo coordinato, ma non hanno sin qui sortito grandi risultati di là da quelli vantati nelle pubblicità governative. Tant'è che poco dopo il suo insediamento alla Casa Bianca, Trump avviò pure l'operazione Rough Rider: era marzo 2025, e con un approccio tanto muscolare la nuova Amministrazione prevedeva di far piazza pulita degli Houthi, con interventi aerei e aeronavali in circa metà dei governatorati dello Yemen. Fu un fiasco che non sortì altro effetto se non rendere ancora più insicure le acque intorno a Bab el-Mandeb, tra Mar Rosso e Golfo di Aden, oltre a provocare inutili morti tra i civili. Così già a maggio, grazie ad un accordo mediato dall'Oman, gli Stati Uniti gettarono la spugna pur dichiarando in modo pubblicitario sui loro media vittoria sui propri media; ma gli Houthi, intanto, erano rimasti intatti.  

 

Ora, non penso onestamente che gli Houthi vogliano davvero una chiusura dello Stretto; ma certamente complicarne il passaggio, in caso di necessità, sì. Abbiamo già visto le altre sigle sciite vicine a Teheran entrare progressivamente in azione (dapprima in Iraq, poi nella Siria meridionale, infine in Libano con Hezbollah che ha aperto un secondo fronte su Israele), e giustamente è comprensibile che molti puntino gli occhi sugli Houthi chiedendosi quando sarà il loro turno. Di certo, come visto da alcuni episodi piuttosto controversi, sono già state attribuite loro azioni contro obiettivi dei paesi del CCG, di cui hanno però smentito la paternità; mentre sempre più emergono elementi che portano a puntare l'indice su Israele e un suo tentativo, tramite "false flags", di propiziare un'entrata in guerra contro l'Iran dei principali paesi del Golfo. 


Gli Houthi potrebbero quindi, al momento opportuno, a seconda dell'evoluzione di questo conflitto che davvero conosce un'enorme fluidità, intraprendere azioni ritorsive contro i paesi del Golfo, se dovessero compiere il passo suicida di una mossa del genere; o contro il naviglio militare americano ed alleato nell'area; o ancora contro i flussi economici che attraversano Bab el-Mandeb, così da abbinarlo alla crisi dovuta al blocco di Hormuz; o, per finire, contro i presidi militari americani ed europei a Gibuti, che s'è già dimostrata alla portata dei loro tiri (più remotamente anche su altre presenze militari israelo-americane lungo le coste del Corno d'Africa, come ad esempio in Somaliland, sebbene mi paia al momento ancor più improbabile). E nulla vieterebbe comunque di legare tutti questi obiettivi insieme, dal momento che l'uno di fatto comporterebbe anche l'altro.


Frattanto, sia sulle sue coste che al suo interno, il Corno d'Africa è già attraversato da conflittualità parallele a quelle che scuotono la Penisola Arabica e il Golfo, con EAU ed Israele che fanno perno su Etiopia, Somaliland e RSF per affermare la loro influenza, contro Turchia, Egitto ed Arabia Saudita che invece sostengono Somalia e Sudan, coadiuvati dall'Eritrea, "ago della bilancia" e soprattutto garante di sicurezza e sovranità politica in tutta la regione.

 

Questi scenari abbraccerebbero la “guerra aerea” alla “guerra di terra”, ma del pari anche alla “guerra di mare”. Dopotutto, fin qui non abbiamo ancora visto una vera e propria guerra di mare, quantomeno non nel senso che molti immaginano, anche se numerosi episodi da giorni segnalano che vi stiamo entrando. La chiusura di Hormuz, per esempio, è già una prova di guerra marina, come pure lo sono gli attacchi alle infrastrutture portuali, dalla base della V Flotta in Bahrein ai porti che nei paesi del Golfo e in Israele costituiscono il nerbo delle varie catene di fornitura, energetiche, commerciali e militari. Ma il più, probabilmente, deve ancora venire. 


Gli Houthi, per esempio, come già dicevamo non sono ancora davvero entrati in azione, mentre pure le forze della marina iraniana per il momento non hanno ancora iniziato a svolgere la parte del leone nelle ostilità. Sì, qualche lancio da parte yemenita c'è pure stato, ma per adesso il ruolo degli Houthi è soprattutto di deterrenza locale, pronta ad intervenire, mentre le varie forze della marina iraniana soprattutto nei giorni scorsi hanno spesso aggirato le unità navali americane, persino a loro insaputa, prima che gli attacchi da parte di Stati Uniti ed Israele iniziassero davvero. Precisiamo: quando si parla delle forze navali iraniane, dobbiamo distinguere tra quelle della marina convenzionale, l'IRIN, e quella asimmetrica sotto i Pasdaran, l'IRGC. La prima dispone di qualche decina di unità militari di vario genere, mentre la seconda s'affida soprattutto a centinaia d'imbarcazioni veloci munite di missili: fu quest'ultima a compiere l'arrembaggio di due motovedette americane, il 12 gennaio 2016, costringendone alla resa gli equipaggi, poi rilasciati dopo un sequestro lampo. La prima ha subito delle perdite, per ovvie ragioni molto gonfiate dalla Fox e da altri media americani, mentre la seconda è ancora del tutto illesa. 


Sebbene l'IRGC abbia già sin qui compiuto numerose azioni che hanno messo in difficoltà le forze americane, probabilmente il grosso della sua azione deve ancora cominciare; e ciò dovrebbe suscitare più di una preoccupazione tra gli israeloamericani, alla luce soprattutto del loro rapido consumo di munizioni, spesso senza riportare neppure grandi risultati. Ad esempio, sono state spese inutilmente molte munizioni per affondare 8 navi tra marina commerciale e IRIN pressoché prive d'importanza nel conflitto attuale, come 3 risalenti agli Anni '60, 3 addirittura disarmate e solo 2 fregate militarmente di rilievo, trascurando così altro di ben più rilevante. Pare un successo più pubblicitario che sostanziale. Se, come si può notare dall'andamento del conflitto, gli americani tendono a consumare più missili (peraltro costosi, in quantità già limitate e non prontamente sostituibili) di quanti gli iraniani ne consumino dei loro di economici (quelli più costosi hanno infatti appena cominciato ad usarli, e comunque di entrambi possiedono scorte molto vaste, in grado di durare ancora a lungo e non giorni), arriveremo rapidamente al punto in cui i primi si ritroveranno sguarniti e i secondi ancora discretamente ben armati. Dopotutto, gli israeloamericani avevano prediletto l'ipotesi di un conflitto di breve durata, circa 4 o 5 giorni, sottostimando l'avversario che invece si preparava allo scontro da anni, e scontando per giunta il problema d'avere già arsenali vicini alla spia della riserva, a causa del conflitto in Ucraina, della concentrazione sul Pacifico (da cui non a caso stanno cercando un po' di tornare indietro, per ottenere un po' di munizionamento in più, seppur non sufficiente) e delle operazioni in Nigeria settentrionale, oltre ad altre varie azioni viste sin qui (la stessa guerra in Medio Oriente, dal 2023, per esempio, con tanto di Guerra dei Dodici Giorni e non solo).


A quel punto, quando gli americani si ritroveranno con munizioni al limite (ed è a questo che gli iraniani puntano, facendogliele esaurire con lanci dei loro droni e missili più economici), anche le loro forze della marina saranno molto più esposte, ed è lì che davvero l'IRGC potrebbe entrare in azione; e magari anche gli Houthi, che sin qui sono stati relativamente fermi (erano stati accusati d'aver colpito le raffinerie ARAMCO di Ras Tanuff, ma s'è scoperto che si trattava di un missile israeliano: una false flag per favorire un'entrata in guerra dei sauditi, con tutti gli altri paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, contro l'Iran, ma che Riyad ha scoperto con tutte le ovvie conseguenze del caso). Là potremo vedere l'IRGC, e magari anche gli Houthi, darsi alle operazioni in mare, i primi con le loro centinaia d'imbarcazioni veloci armate e i secondi coi lanci dal suolo, contro la marina americana; magari inseguendola e costringendola alla fuga.


Si potrebbe creare una situazione molto simile all'Operazione Fenkil con cui i combattenti (Tegadelti) del Fronte Popolare di Liberazione Eritreo, il FPLE, tra l'8 e il 10 febbraio 1990 liberarono la città portuale di Massaua (oggi in Eritrea, ma al tempo sotto il dominio etiopico), aggredendo la flotta militare etiopica (che a quel tempo  era enorme, tra naviglio americano e sovietico, e molto ben armata) ed affondandola. Quella vittoria venne eseguita coi Fenkil, ovvero barchini veloci guidati dai combattenti eritrei, che aggirarono ed assaltarono la flotta etiopica, mentre altri loro commilitoni a terra provvedevano all'esercito etiopico di stanza nella città. Fu una vittoria sbalorditiva, che preparò la strada alla liberazione eritrea, con l'entrata ad Asmara e persino ad Addis Abeba (con relativa fuga di Menghistu) l'anno successivo. 


Magari stavolta non arriveremo ad un effetto tanto sensazionale, con l'affondamento di unità navali americani (la priorità credo sia soprattutto di cacciarle, costringerle ad andarsene), ma il rischio che la marina degli Stati Uniti si ritrovi sotto il tiro dell'IRGC e degli Houthi, senza aver nulla con cui rispondere davvero efficacemente, non lo trascurerei. Qualcosa d'assai scenico a quel punto potrebbe anche avvenire; e del resto, già una sua fuga in tal modo lo sarebbe.

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