
Scatenare un'aggressione militare ad un paese musulmano nel santo mese del Ramadan non indica un particolare grado di civiltà nelle menti dei suoi responsabili, ma fin qui penso che nessuno ne sia sorpreso. Del pari si può dire dei loro alleati europei, vittime del proprio doppio standard ed incapaci d'assumere una posizione contro un'aggressione a Stati che non siano nella lista degli "amici dell'Occidente" (e di Israele). Comunque, qui stiamo, dinanzi ad un conflitto che potrebbe durare assai più dei quattro giorni inizialmente stimati dal New York Times.
Vi sono alcune analogie con la Guerra dei Dodici Giorni, ma anche numerose differenze. La prima iniziò con l'aggressione israeliana a cui seguì la reazione iraniana, fino all'intervento americano che pur in modo controverso garantì un pareggio, e una via d'uscita per un Israele con le difese vicine al lumicino. Stavolta invece Stati Uniti ed Israele si sono mossi all'unisono, pur non potendo più contare sull'effetto sorpresa: le immagini satellitari cinesi, diffuse in rete, mostravano l'esatta disposizione di tutto il dispositivo americano in Medio Oriente (navi, aerei, ecc), dal Golfo dell'Oman ad Israele, ed oltre. Da una parte, ciò potrebbe aver affrettato l'azione israelo-americana, dato che più tempo passava e più per una tale ragione la situazione finiva col giocare a sfavore di Washington e Tel Aviv; dall'altra, ha certamente permesso a Teheran di meglio prevedere da dove sarebbe provenuta, come si sarebbe svolta e composta, con quali mezzi e priorità, ecc, così facilitandone pure la reazione. Ed è proprio qui che si nota infatti una grossa differenza tra Guerra dei Dodici Giorni e quella attuale: allora, Israele agì indisturbata o quasi sui cieli iraniani con la sua aviazione, prendendo di mira i centri militari e di comando, mentre la reazione iraniana partì in serata, coi primi lanci di missili e droni. Quel ritardo, senz'altro, si spiegava anche con le condizioni tecniche e di rilevamento di cui l'Iran poteva disporre al tempo, per poter meglio stabilire da dove Israele conducesse i propri attacchi concentrando le sue forze; e infatti non sorprendentemente proprio su quei siti la sua reazione si concentrò, con ondate crescenti. Stavolta invece l'Iran non è rimasta inerte, o apparentemente tale, dinanzi ai lanci israeliani ed americani, provvedendo quasi da da subito ad intercettarli; per poi far seguire la sua reazione solo due ore dopo, colpendo più che Israele, su cui la gragnola di colpi non è ancora cessata, le basi americane nella regione (dal Bahrein, sede della V Flotta in parte evacuata, al Qatar, dagli EAU al Kuwait, oltre all'Arabia Saudita e all'Iraq, nel Kurdistan "stato de facto").
Un altro elemento che accomuna le due guerre, è che siano iniziate nel corso di colloqui diplomatici che stavano dando buoni risultati (certo, non dal punto di vista americano ed israeliano, per i quali il concetto di "buono" coincide con la totale accoglienza d'ogni loro richiesta). Non diversamente s'era visto pure coi bombardamenti israeliani a Doha il 9 settembre 2025. In entrambi i casi l'obiettivo di vanificare delle trattative che stanno andando troppo male per gli interessi israelo-americani è evidente; e non a caso il ministro degli esteri omanita Badr Albusaidi, che proprio ieri aveva visto il vicepresidente americano JD Vance cercando d'indurre a più miti consigli la Casa Bianca, ha espresso oggi il suo sgomento, per poi ricordare agli Stati Uniti di ritirare il loro coinvolgimento, dacché questa non è la loro guerra. Ha indubbiamente ragione: gli Stati Uniti, in questa guerra, semplicemente obbediscono ad Israele, in una maniera tale da sacrificare oltre ai loro arsenali (ad esempio, i Patriot, le cui scorte s'abbasseranno rapidamente nell'intercettare razzi e droni iraniani di vecchia concezione, per risultare poi troppo pochi quando Teheran darà il via a quelli più moderni e difficili da neutralizzare), anche molta della loro agenda strategica futura: ad esempio un confronto con Pechino sul Pacifico, intorno a Taiwan. Molte delle risorse andate esaurite oggi, non avranno un sostituto domani. Ma questo fa capire anche un'altra cosa: che la guerra tra Washington e Pechino è già in atto oggi: fornendo radar come gli YCL-8B e i missili CM-302, nonché altro armamento integrativo a quello già ampio di Teheran, la Cina tiene impegnati gli Stati Uniti in un'area vitale per entrambi, e soprattutto li tiene lontani e ne scongiura un'efficacia in un'altra che è vitale soprattutto per sé.
Ora, mentre i missili ipersonici Fattah piovono su Israele ed altri di non ipersonici sulle basi USA nella regione (in segno d'anticipo per quelli, ipersonici, che giungeranno nei prossimi giorni, non appena le difese antiaeree americane in loco si saranno degradate per le motivazioni dette in precedenza), la marina iraniana chiude anche lo Stretto di Hormuz. Sarà certamente nell'interesse americano, come ricordato nel suo monito da Badr Albusaidi, che gli Stati Uniti si tirino fuori da quella che non è la loro guerra.
Del resto, come dicevamo, l'idea di favorire un “regime change” a suon di bombardamenti di per sé non funzionerebbe, né ha mai davvero funzionato. La popolazione di un paese colpito spesso si stringe intorno al suo governo, o "regime", restituendogli popolarità e legittimità politica se ne è carente o, come nel caso di Teheran (dove il governo gode di un sostegno popolare notorio: le proteste di fine anno per il carovita causato dalle sanzioni videro inserirsi elementi dell'intelligence israeliano ed americano al fine di destabilizzare il paese, ma tale tentativo come noto fallì), semplicemente rafforzandogliela, irrobustendolo. Se poi le istituzioni locali, oltre che popolari, sono anche ben organizzate e strutturate, allora le speranze di un "regime change" si basano solo su un "wishful thinking" nutrito da analisi ideologiche settarie, fini a coltivare la macchina della guerra per interessi economici di parte (chi foraggia e sponsorizza i vari think tank, e non solo loro, le cui analisi muovono le decisioni strategiche tra Tel Aviv e Washington, e che vengono sventolate da uno stuolo di discutibili lobbisti?) e naturalmente del tutto scevre da conoscenza e rispetto delle ben più complesse realtà sul terreno, come identità, cultura e mentalità.
Sfidare nazioni e culture fondate sull'ideale identitario e formativo del sacrificio e del martirio (e sotto quest'aspetto l'Iran e il mondo sciita ne sono proprio l'espressione principale), non è proprio come guardarsi un telefilm hollywoodiano; e i prossimi giorni, in tal senso, non mancheranno di darcene più di una manifestazione. Per ora, lasciamo comunque che sia la tecnica a parlare: sbaglia chi crede che coltivare in sé il principio del sacrificio significhi non ragionare: semmai, significa non farlo secondo gli schemi propri del pensiero occidentale ed ancor più anglosassone, mosso da un utilitarismo volto soprattutto al vantaggio immediato.
Qua entriamo in una parte del conflitto, lo scontro di filosofie ben diverse tra loro, che forse molti non hanno ancora adeguatamente esplorato (ed è un male enorme, gravissimo, non averlo fatto). Lo vediamo già dall'andamento del primo giorno di conflitto: laddove israeliani ed americani hanno concentrato molti dei loro sforzi nel tentativo d'eliminare i vertici della Repubblica Islamica e molti dei suoi capisaldi militari e navali, peraltro fallendo, gli iraniani invece hanno soprattutto coordinato la loro reazione in maniera molto più strutturata.
Vengono inviati missili di vecchia concezione sulle basi americane nella regione, saturandone ed esaurendone i sistemi di difesa tra THAAD e Patriot, così indebolendole fino ad una loro sostanziale neutralizzazione. Ecco perché non sorprende l'eliminazione di due radar americani, in Bahrein e Qatar, con un valore totale di circa 1,5 miliardi di dollari, essenziali soprattutto per schermare Israele; che così si ritrova meno difesa. Già ora la base della V Flotta in Bahrein risulta non più funzionale. Si scheggiano le armi al nemico, che ne ha in misura contata (al ritmo attuale le scorte dei Patriot possono pressoché esaurirsi in circa due settimane), e gli si accecano gli occhi, per poi colpirlo con ancor più efficacia: si chiama strategia. Accecare quelli ed altri radar, se al contempo si riesce a difendere i propri, porta ad operare con più facilità su un nemico a quel punto assai più vulnerabile. Se pensiamo al valore delle basi americane prese di mira (solo quella in Qatar s'aggira intorno ai 10 miliardi) ci possiamo facilmente fare un'idea di quanto costi, e costerà, questa guerra solo agli Stati Uniti. Ancor più se pensiamo, come ricordato da Badr Albusaidi, che non è neanche la loro guerra.
La situazione è di grande fluidità, e per la portata degli obiettivi in gioco o già colpiti vedrà senza dubbio sensibili novità nei prossimi giorni. Si pensi ad esempio, tra i paesi del Golfo, agli EAU, con Abu Dhabi e Dubai dove vengono colpiti, oltre alle basi americane, pure siti finanziari e residenziali legati ad interessi e personale israeliano ed americano: da Palm Jumeirah a Burj Khalifa, ecc . O al fatto che al momento i principali alleati di Teheran monitorino la situazione, privilegiando soprattutto l'approccio diplomatico (oltre alla fornitura d'armi e tecnologie già vista), dacché l'Iran (come gli altri suoi alleati sciiti nella regione), pago del proprio livello di autodifesa, per ora non chiede loro un aiuto diretto.
Ci sono anche altri elementi che confortano verso una tale direzione, a partire da quelli legati all'assassinio della Guida Suprema, Ali Khamenei. La coalizione israelo-americana lo presenta come un grande successo, ma in una cultura legata al simbolismo del sacrificio e del martirio ciò non appare affatto previdente. Anche se forse servirà qualche giorno per conoscere il definitivo nome del successore, se dovesse essere l'Ayatollah Ali Arafi, che al momento ricopre l'interim, per Trump e Netanyahu sarebbe un pessimo guadagno. Con una formazione dottrinale assai più rigida rispetto al martirizzato predecessore, che al suo cospetto appariva quasi un pragmatico, Arafi non risulterebbe certo il miglior interlocutore a cui appellarsi per una de-escalation che di questo passo Stati Uniti ed Israele dovranno pur chiedere, anche per le pressioni dei paesi della regione, e presto pure dei mercati.
La situazione regionale vede infatti un costante peggioramento per Stati Uniti ed Israele che, più passa il tempo, più dimostrano, come già visto in altre occasioni, d'aver sottovalutato i loro avversari. Nelle loro previsioni, compiendo una serie d'interventi mirati (le scorte di munizioni erano pur sempre già in partenza limitate) si sarebbe potuto indurre l'Iran ad accettare un accordo vicino alle iniziali richieste americane: ovvero rinunciare non solo al nucleare, ma pure al programma missilistico e ai legami con gli alleati sciiti locali, ecc, e magari prepararsi ad un sostanziale "regime change". Invece l'Iran ha reagito fin dal primo giorno in modo spropositato rispetto ai loro piani, per poi ulteriormente aumentare col passare delle ore il livello della sua risposta militare.
Questa reazione non appare affatto istintiva, ma al contrario molto ben calcolata e premeditata. L'uccisione di Khamenei non influisce massicciamente su un'agenda già sviluppata con cura negli scorsi mesi, già dalla fine della Guerra dei Dodici Giorni, e comporta una rappresaglia accelerata che è facilitata dai risultati conseguiti sin dal primo giorno. Colpendo le basi americane nella regione, oltre alle cellule nel Kurdistan iracheno, l'Iran ha neutralizzato le stazioni radar e di rilevamento d'emergenza, così accecando gli Stati Uniti nella regione; e a questo punto può agire sugli obiettivi nel Golfo e nel resto della regione, Israele per prima, con molta più facilità. I porti di Haifa in Israele, di Jebel Ali a Dubai (EAU), di Mina Salman in Bahrein e di Duqm in Oman non sono obiettivi casuali. Il primo garantisce l'approvvigionamento energetico di Israele, il secondo il 60% delle importazioni degli EAU, il terzo è sede della V Flotta e centro di comando per tutte le operazioni nel Golfo, nel Mar Rosso e nel Mar Arabico, il quarto infine rappresenta il progetto dell'Oman di diversificarsi economicamente dal petrolio.
In termini semplici, significa che se gli Stati Uniti attaccano l'Iran per satellizzarlo politicamente ed economicamente, e cancellarlo dalla lista delle "minacce militari" ad Israele, Teheran risponde con la guerra economica, aggredendo in modo mirato le infrastrutture portuali e le catene d'approvvigionamento (energetico e non) che coincidono con la loro proiezione di potenza sull'intera regione. E' ben più di una semplice chiusura di Hormuz, sin qui attuata solo a fasi, perché il rischio che va a gravare su tali infrastrutture porta gli assicuratori ad aumentare i premi per i rischi di guerra, alla paralisi degli investimenti sui porti colpiti, al taglio delle previsioni per la movimentazione di container, alla sottoscrizione da parte delle compagnie navali e petrolifere di altre polizze aggiuntive, ecc. Per i mercati, colpire quelle infrastrutture o renderle finanziariamente meno sicure è una brutta novità; e così lo è per l'Amministrazione Trump, che guarda alle elezioni di medio termine di novembre e non può permettersi livelli dei costi energetici e dell'inflazione poco graditi all'elettorato.
Nessun missile viene dunque lanciato a casaccio. Vale anche per le aree alberghiere e residenziali di Dubai ed Abu Dhabi colpite, non solo perché abitate da molto personale legato alle basi americane locali e all'intelligence israeliano, ma anche perché sfatare il mito della sicurezza degli EAU, "paradiso in terra", significa metterne in fuga i tanti investitori occidentali ed asiatici che vi risiedono, col risultato che molti di loro non tornano più. I paradisi finanziari e fiscali hanno bisogno di sicurezza per esser tali, non meno di quelli portuali; e nel Golfo gli EAU sono il primo in assoluto, essenziali per la macchina economica americana ed israeliana. Tutto questo avviene mentre Israele vede piovere su di sé ondate di missili ad un ritmo intensificato rispetto alla Guerra dei Dodici Giorni, e con molta più efficacia nel saturarne le difese aeree e bruciarne gli intercettori. Di questo passo, per Stati Uniti ed Israele la situazione sarà insostenibile molto prima dei "dodici" giorni. E' a quel punto che presumibilmente altri grandi attori globali, solidali a Teheran e per il momento solo in apparenza dietro le quinte, interverranno favorendo una cessate-il-fuoco, e una de-escalation.
