
Nei giorni del Capodanno cinese, iniziato lo scorso 17 febbraio con l'ingresso nell'Anno del Cavallo di Fuoco, un simbolo di energia, libertà e slancio in avanti che evoca trasformazioni rapide e audaci, la Cina si posiziona sempre più come un puntuale polo di stabilità in un panorama geopolitico quantomai complesso e turbolento. Il nuovo anno zodiacale durerà fino al 5 febbraio 2027 e rifletterà il dinamismo della diplomazia cinese: un vero e proprio "galoppo" verso nuovi e più solidi partenariati globali, a dispetto delle tante barriere erette dall'Amministrazione Trump. Dacché questi è tornato alla Casa Bianca nel gennaio 2025, infatti, le sue politiche sovraniste, anticinesi ed anti-BRICS hanno paradossalmente accelerato proprio quel riavvicinamento mondiale a Pechino che invece pensava d'impedire. Tuttavia, molti problemi restano sul tavolo ed altri ancora se ne porranno, con importanti sfide soprattutto sul piano internazionale, come le tensioni nel Pacifico e in Medio Oriente: sarà un'indubbia occasione per saggiare il livello di “resilienza” di Pechino, giusto per avvalerci di una parola spesso tanto impropriamente abusata.
L'ultima novità è la visita del cancelliere tedesco Friedrich Merz, con la sua visita a Pechino e gli incontri col Presidente Xi Jinping e il premier Li Qiang. Per la Germania rafforzare i rapporti con la Cina, che nel tempo avevano conosciuto un certo appannamento, è a dir poco essenziale: molti dei corposi investimenti tedeschi nel grande paese asiatico (circa 7 miliardi) nel 2025 hanno riguardato l'automotive, con BMW e Volkswagen che stanno espandendo le loro attività in Cina per compensare al declino delle vendite negli Stati Uniti (Live Mint), Dall'incontro odierno nascono nuovi accordi che riguardano anche altri settori, come ad esempio l'aviazione civile, con Pechino che acquisterà 120 Airbus. Merz ha parlato di un “campo di gioco equo”, mentre il Presidente cinese ha sostenuto l'importanza di partenariati affidabili e libero scambio, in un contesto di “scenari turbolenti”. Anche altri leader occidentali hanno già visitato la Cina, cercando di bilanciare rapporti sin qui orientati soprattutto su Washington e che ha esposto i loro paesi a pesanti vulnerabilità. Il premier canadese Mark Carney, per esempio, ha visitato a gennaio Pechino con importanti intese ad ampio raggio, ad esempio riduzioni tariffarie sull'importazione di veicoli elettrici cinesi e l'esportazione d'olio di colza canadese (CGTN). E' stata la prima visita di un leader canadese in Cina da otto anni, malgrado le minacce di Washington d'elevare dazi al Canada fino al 100% in caso d'accordi con Pechino, e il premier Carney l'ha difesa ribadendo l'intenzione di portare avanti una politica estera indipendente (CNBC).
Sempre a fine gennaio, anche il suo omologo inglese Keir Starmer ha visitato Pechino, rivolgendo un invito al Presidente Xi a contraccambiarlo di una visita a Londra al più presto. Al pari della Germania e del Canada, anche l'Inghilterra ha vissuto in tempi recenti alcuni dissapori con Pechino, col premier inglese che ha parlato della necessità di “riparare legami tesi”, bilanciando i rapporti industriali europei e sfidando le ire di Trump secondo cui fare affari con la Cina per l'Inghilterra potrebbe essere “molto pericoloso” (CNBC). In precedenza, a fine dicembre, anche il Presidente francese Emmanuel Macron è giunto a Pechino, non certo la prima volta almeno per lui, in cerca di maggior cooperazione su questioni come il cambiamento climatico o l'IA (South China Morning Post). Tornando invece al mese appena trascorso, anche il finlandese Petteri Orpo e l'irlandese Micheal Martin si sono recati in Cina, testimoniando l'importante “ondata diplomatica” riscossa da Pechino in un tanto breve periodo di tempo. Più avanti, sarà lo spagnolo Pedro Sanchez a fare altrettanto, indicando la sostanziosità del pivot UE verso la Cina, una scelta realistica e consapevole finalizzata a riequilibrare rapporti internazionali sin qui troppo ripiegati verso Washington (CGTN).
Secondo Reuters, questo fenomeno, alimentato dallo status piuttosto precario degli odierni rapporti internazionali, indica da parte dei paesi interessati una loro ricerca di maggior stabilità e sicurezze, con indubbi benefici per la Cina, indicata come loro partner ideale, il cui surplus commerciale ammonta ad oggi ad almeno 1,2 trilioni di dollari. Tutti questi leader sono tornati in patria con in tasca fruttuosi accordi commerciali per settori chiave per le loro economie: dall'automotive all'agricoltura, dalla biomedicina all'IA, fino all'economia verde. Indica anche, da parte loro, la necessità d'irrobustire le relazioni con un partner giudicato solido e stabile come Pechino, molto più affidabile dell'inquieta Washington, pronta a minacciarli anche quando il loro comportamento è stato più che “collaborativo”. Non sfugge che nel periodo in cui quel pivot ha iniziato a palesarsi, l'Amministrazione Trump si stesse lanciando in una serie d'avventure tuttora non ancora finite, dalla guerra dei dazi alle mire sulla Groenlandia, dal sequestro del Presidente Maduro e di sua moglie con le Forze Speciali alle minacce, oggi nuovamente rinnovate, di un attacco all'Iran. Il disagio che in un tale contesto i fragili governanti europei provano è certamente comprensibile, e condiviso anche da molti altri loro omologhi nel mondo; che infatti non hanno tardato a far altrettanto, bussando alla porta del Dragone.
Si pensi alla visita a Pechino del Presidente uruguayano Yamandu Orsi, primo leader sudamericano dopo l'intervento statunitense in Venezuela (CNBC), ad indicare anche l'effetto boomerang del tentativo di Washington di riapplicare la Dottrina Monroe in America Latina, destinato nel medio e lungo periodo a sortire effetti contrari. In precedenza, ad agosto, anche l'indiano Narendra Modi ha incontrato il Presidente cinese, indicando la volontà di New Delhi di proseguire lungo il cammino di rafforzamento e distensione con Pechino, mentre soltanto pochi giorni fa il Sudafrica vi ha stretto un accordo di duty-free nel quadro del China-Africa Economic Partnership Agreement (Xinhua). Ancora, a fine gennaio s'è registrata la visita del Presidente sudcoreano Lee Jae-myung, volta ad approfondire la cooperazione sulle catene di fornitura dei minerali critici, nonostante i “moniti" lanciati da Washington (Live Mint). Rapportando questo fenomeno “pivotario” a quanto nel mentre in atto tra ASEAN, BRICS, APEC e BRI, appare allora davvero difficile non concordare con gli analisti della Griffith University che prevedono, per il 2026, una sempre maggior centralità di Pechino sullo scenario internazionale.
