
Ci sono voluti decenni per chiudere infinite questioni burocratiche e legali, ma alla fine la giunta (Consiglio Nazionale di Riconciliazione e Sviluppo) guidata dal Generale Mamady Doumboya è riuscita laddove tutti i governi precedenti avevano fallito: sbloccare il polo di Simandou, il più grande progetto minerario ed infrastrutturale integrato di tutto il Continente Africano, con riserve di ferro d'ottima qualità che, oltre a valere più del PIL d'intere nazioni europee, potrebbe raddoppiare pure quello del suo paese, la Guinea. Il ferro di Simandou è veramente di prima qualità, con un tenore superiore al 65% a garantirne un'ottima lavorabilità a fronte di un minor dispendio energetico: l'ideale non soltanto per ottenere acciaio e leghe speciali, ma anche per ridurre il dispendio d'energie fossili come il gas e soprattutto il carbone, alla base della siderurgia. A titolo di raffronto, basti pensare che il ferro ottenuto dalla maggior parte delle miniere al mondo non supera il 58-62%, richiedendo pertanto lavorazioni più lunghe e dispendiose. Nell'era dell'acciaio verde, poter disporre di minerali ferrosi con minori impurità significa ridurre il contributo dell'industria siderurgica alle emissioni globali di CO2, oggi pari a circa l'8%, e facilitare la transizione dagli altiforni tradizionali ad altre tecnologie più pulite. Pertanto, salvo improbabili scoperte dell'ultim'ora che possano ridurne o contenderne il primato, ad oggi Simandou si presenta come la chiave di volta per la decarbonizzazione dell'acciaio mondiale. Ed è la giunta di Doumboya, la cui politica appare ben chiara, ponendosi nel solco tracciato dal padre della patria Sekou Touré, primo esponente del socialismo panafricano, a controllare quella chiave di volta d'importanza mondiale.
Quando Doumboya ha preso il potere, nel 2021, deponendo il predecessore Alpha Condé, in molti hanno temuto per una situazione di caos che avrebbe potuto mettere in fuga gli investitori. Al contrario, il Generale ha saputo giocare abilmente le sue carte, garantendo che sarebbe riuscito per prima cosa a sbloccare proprio Simandou. Scontrandosi con lo scetticismo che prevaleva, la giunta è riuscita ad obbligare le due maggiori multinazionali del settore, l'anglo-australiana Rio Tinto e il consorzio cinese Winning Consortium Simandou (WCS) a collaborare anziché scontrarsi, e soprattutto a seguire il volere di Conakry, contraria alla proposta d'esportare il minerale estratto verso la Liberia, al confine con Simandou, per maggiori comodità logistiche. Il ferro guineano doveva passare unicamente sul suolo guineano, comportando la costruzione di una nuova ferrovia e l'ampliamento di un apposito scalo portuale. Dopo il blocco temporaneo ai lavori ordinato da Doumboya nel 2022, il governo e le due multinazionali hanno raggiunto un accordo storico di Co-Development, da cui ha oggi origine la Ferrovia Transguinéen, lunga 670 km, che taglia il paese da Est ad Ovest attraversando montagne e 200 km di tunnel e ponti, e il Porto di Morebaya, snodo marittimo capace d'accogliere le navi Capesize, gli odierni giganti del mare. Intestandosi quella coraggiosa scommessa, in sostanza, Doumboya nel 2021 ha legato il suo stesso destino politico alla ferrovia e a tutto il progetto Simandou: un fallimento l'avrebbe travolto, oltretutto con un accresciuto indebitamento, mentre il successo di oggi lo consacra a uomo che ha modernizzato la Guinea, quasi un suo nuovo eroe nazionale dopo il mai dimenticato Sekou Touré.
L'impatto di Simandou va ben oltre Conakry, raggiungendo anche Pechino e Canberra. Finora, infatti, il mercato globale del ferro è stato tutto un duopolio controllato dall'Australia, con gruppi come Rio Tinto e BHP, e dal Brasile, con Vale. La Cina, che produce oltre metà dell'acciaio mondiale, è il più grande consumatore di ferro e si trova in una posizione geopoliticamente scomoda, quella di dipendere per il 60% dal ferro australiano. Sebbene Pechino persegua una politica costruttiva con tutti i suoi partner, non sempre quest'ultimi manifestano altrettanta buona volontà, e le crescenti tensioni politiche e militari con l'Occidente espresse da dossier come l'AUKUS o le tensioni su Taiwan e il Mar Cinese Meridionale rappresentano in questo senso molto più di un semplice promemoria. L'eccessiva dipendenza dal minerale australiano, di conseguenza, viene inevitabilmente vista da Pechino come una grave vulnerabilità: ridurre l'importazione di ferro dall'Australia compensando il fabbisogno con maggiori quote da altri paesi fornitori non appare tanto insensato. Simandou si pone quindi agli occhi di Pechino come un utile fattore di sicurezza nazionale, capace di diversificare le forniture: ciò spiega molto dei grandi investimenti condotti attraverso realtà come Chinalco e Baowu Steel. Con l'entrata in funzione del polo di Simandou, prevista a pieno regime dopo il 2026, verranno immesse sul mercato fino a 120 milioni di tonnellate di ferro, con un eccesso d'offerta che potrebbe far crollare i prezzi globali e dare qualche prevedibile contraccolpo anche al tradizionale duopolio di Australia e Brasile. Se da una parte Canberra, onde contenere i danni, sarebbe a quel punto maggiormente propensa a rivedere molto del suo non sempre amichevole approccio con Pechino, scostandosi da Stati Uniti ed Inghilterra che l'hanno sin qui indotta a cercare una collisione col maggior acquirente del suo ferro, dall'altra Pechino si ritroverebbe comunque con la garanzia di poter disporre acciaio a basso costo per i prossimi decenni.
Ma è soprattutto per 13 milioni di guineani che molte cose potrebbero cambiare, e senza dubbio in positivo. Le proiezioni sono vertiginose, col FMI che vede dall'implementazione di Simandou la possibilità per il PIL di Conakry d'aumentare del 50% e più nel medio periodo. La visione del governo è che la Ferrovia Transguinéen non trasporti unicamente i minerali da lavorare, ma anche passeggeri e prodotti agricoli, permettendo loro un sicuro e diretto transito da una parte all'altra del paese. Il potenziale agricolo delle fertili regioni interne verrebbe sbloccato, con l'accesso alle popolose aree costiere e ai suoi porti, permettendo ai contadini d'accedere ai mercati regionali e globali. Senza limitarsi a sole funzioni “minerarie”, la ferrovia avrebbe al contrario positive ricadute anche per tutti gli altri settori economici nazionali. Sarebbe la fine dell'isolamento per milioni di persone che vivono nelle zone interne. Per contro, vi sono anche rischi da non sottovalutare, ovvero che un massiccio afflusso di valuta estera derivante dalle royalties faccia troppo apprezzare il Franco Guineano, rendendo più costose le esportazioni agricole e più economiche le importazioni alimentari: il danno per l'agricoltura locale, che anziché favorita sarebbe a quel punto svantaggiata, è facilmente intuibile. Il governo dovrà dunque operare affinché la Guinea non si ritrovi di fatto a dipendere solo da Simandou, guardando all'esempio di molti paesi per decenni vissuti sulla “monocultura” petrolifera e poi riusciti con successo a diversificare la loro economia, in previsione di una futura riduzione della richiesta internazionale di greggio. Paesi come l'Arabia Saudita, il Bahrein o gli Emirati Arabi Uniti rappresentano sotto quest'aspetto degli ottimi esempi a cui ispirarsi, sebbene non siano certo gli unici.
Un altro pericolo costituito dall'immenso e subitaneo afflusso di capitali può derivare dall'aumento della corruzione, di cui soprattutto molti analisti occidentali parlano con molti loro clichées riservati alla realtà africana e ai paesi in via di sviluppo: se è vero che Conakry dovrà lavorare attivamente per controllare la gestione dei fondi, evitando fenomeni che sfuggano alla trasparenza, è però altrettanto vero che ciò ricadrà unicamente nel campo dei suoi affari interni, non dovendo perciò costituire argomento per interessate ingerenze da parte altrui. Un'altra importante sfida sarò poi quella di prevenire danni ambientali, dal momento che l'area di Simandou è pur sempre un luogo simbolo di biodiversità, in cui vivono tra le ultime popolazioni vitali di scimpanzé dell'Africa Occidentale e sorgono fiumi che irrigano l'intera regione. Certamente danni all'habitat saranno inevitabili, ma anche in questo caso l'imperativo di rispettare l'ambiente a tutti i costi non dovrà costituire una scusa per rallentare la crescita di paesi sin qui vissuti nella morsa del sottosviluppo. Più volte abbiamo visto i paesi occidentali, reduci da decenni di sviluppo incurante dell'impatto ambientale, lanciare dure reprimende ai paesi in via di sviluppo, Cina e India per prima, con uno zelo ecologista dietro cui si nascondevano tutt'altre mire. Se il ferro di Simandou avesse preso, per una diversa congiuntura storica e geopolitica, la via dell'Europa e degli Stati Uniti, probabilmente simili preoccupazioni per le sorti dell'ambiente locale non si sarebbero avvertite, o quantomeno sarebbero risultate molto più contenute. Ma il problema, come s'evince, è che sia destinato a prendere la volta della Cina, creando un dualismo sino-guineano che va ulteriormente a rafforzare il già solido e crescente binomio sino-africano. Che a qualche settore politico più tradizionale ciò non vada particolarmente giù, è facilmente comprensibile: ma non rappresenta certo un buon motivo perché i guineani debbano continuare a vivere, come altri popoli del loro Continente, trascinandosi ancora dietro i danni di decenni di colonialismo e neocolonialismo occidentali.
