
A dicembre 2025, la contrapposizione tra il "partito della guerra" (favorevole alla prosecuzione del sostegno militare all'Ucraina senza concessioni significative alla Russia) e il "partito dei negoziati" (orientato ad una tregua rapida, anche a costo di compromessi territoriali e strategici) sta sempre più lacerando la NATO. Gli USA, con l'amministrazione Trump, spingono per trattative dirette con Mosca, mentre l'UE e vari leader europei resistono, con alternative ufficialmente presentate come a maggior garanzia di Kiev e della sicurezza europea. Tutto ha avuto inizio il 19 novembre, quando è trapelata una bozza USA-Russia per porre fine alla guerra, con concessioni significative a Mosca: cessione dell'intero Donbass, rinuncia di Kiev all'adesione NATO, limiti alle Forze Armate e all'industria della Difesa ucraine ed un ruolo di Washington nella gestione di parte dei fondi russi congelati, oltre al graduale ritiro delle sanzioni e al rientro nel G8. Donald Trump ha definito il piano "un punto di partenza", ponendo a Zelensky un termine per approvarlo entro il 5 dicembre, ma ha presto suscitato vibranti reazioni nel campo UE e NATO, col documento giudicato un “regalo a Mosca", “dettato dal Cremlino”.
Come noto, alla bozza americana l'UE ha infatti risposto con una controproposta dapprima di 28 punti, poi scesa nelle consultazioni con Kiev a 24 ed infine 19 punti, con gli elementi più favorevoli alla Russia sostituiti da altri di tenore nettamente più bellicista: eliminazione del controllo USA sui fondi russi, aumento del tetto alle forze ucraine, rifiuto d'ulteriori cessioni territoriali, riduzione progressiva e condizionata delle sanzioni in base al rispetto degli accordi, oltre ad una serie di oneri di sicurezza a carico di Washington. Francia, Germania ed Inghilterra hanno poi convocato una riunione d'emergenza a Ginevra il 23 novembre, dove Macron, commentando il piano USA nei termini di "un passo verso la pace, ma non una capitolazione", ha insistito che non può esservi "nessun negoziato sull'Ucraina senza ucraini od europei". Von der Leyen dal canto suo ha avvertito che prolungare la guerra "ha un alto costo per la Russia", spingendosi addirittura a proporre sanzioni globali in caso d'invasione.
Ciò non ha impedito a Casa Bianca e Cremlino di portare avanti il dialogo, rilanciando la buona intesa vista già ad Anchorage, lasciando UE e NATO all'angolo e sulla difensiva. Gli incontri bilaterali USA-Russia a Mosca del 2 dicembre hanno infatti visto Putin rifiutare la bozza ed accusare l'UE che vi aveva apposto massicce modifiche di "sabotaggio" e di stare "dalla parte della guerra", mentre gli USA hanno descritto i colloqui come "costruttivi" seppur con ancora molto "lavoro da fare". L'attuale situazione, per quanto perturbata, riflette dunque la strategia trumpiana di circoscrivere l'UE per accelerare i negoziati, come confermato anche da un inviato USA a Monaco secondo cui "Non ci saranno europei al tavolo per i colloqui su Ucraina e sicurezza europea". Dai fatti degli ultimi giorni, appare quindi evidente che Washington, col sostanziale assenso di Mosca, punti a “far bruciare” gli europei esponendone la scarsa rilevanza e costruttività sul piano diplomatico ed internazionale. Così, divise al loro interno ed estromesse dai giochi, UE e NATO manifestano ora una crescente polemicità.
Le tensioni nella NATO si sono pertanto sempre più esacerbate: al summit di dicembre, la dichiarazione finale ha infatti menzionato l'Ucraina solo brevemente, senza riferimenti alla presenza nell'Alleanza o alla sua cooperazione con l'UE, a sottolineare le "differenze crescenti" tra gli USA e i loro alleati europei. Il Segretario Generale Mark Rutte ha definito Trump "l'unico che può rompere lo stallo", ma ha anche criticato l'esclusione europea dai negoziati, manifestando il disagio di guidare un'Alleanza le cui due gambe oggi non camminano più secondo lo stesso passo. Da Mosca, Putin non sembra certo guardare con sfavore a questi nuovi sviluppi: in un'intervista del 2 dicembre, ha accusato l'UE di "azioni distruttive" per bloccare la pace, mentre l'Ungheria, membro dell'Unione ma in buoni rapporti con Mosca, ha avvertito che i piani europei "prolungano la guerra fino all'ultimo ucraino". Che a diverso titolo Mosca, e così pure in minor misura Budapest, assecondino il gioco di Washington di precludere all'UE e alla NATO un posto al tavolo dei negoziati, pare molto più di una semplice impressione. Mentre UE e NATO sembrano sempre più dibattere nell'incertezza, l'Italia rafforza l'astensione dagli impegni al di fuori dell'Alleanza, mentre la Finlandia continua ad insistere sul principio di "nessuna decisione su sicurezza europea senza europei".
Così, mentre gli USA puntano ad un accordo rapido per focalizzarsi poi sulla Cina, che vedono come materia prioritaria, l'UE insiste nel giudicare il piano come un “premio all'aggressione russa”, raffigurata come una “minaccia all'Europa”. Le fratture nella NATO, tra sponda europea ed americana dell'Atlantico, s'inaspriscono con una spirale che sposta il gioco su un piano sempre più sporco: si pensi ad esempio ai siluramenti di figure apicali ed estremamente influenti tanto in Ucraina quanto nell'UE, tra i più veementi rappresentanti del cosiddetto “partito della guerra”. Dapprima è stata la volta di Yermak e Mindich in Ucraina, ora è il turno di Mogherini e Sannino nell'UE: le inchieste che li hanno riguardati, con arresti e dimissioni dal forte peso sulla loro reputazione e su quella del “partito” che rappresentano, coincidono temporalmente con i negoziati, ancor più indebolendo e delegittimando gli “oppositori” al piano USA. Le indagini sono state gestite da autorità indipendenti (NABU in Ucraina, EPPO in UE), ma il tempismo con cui sono scattate, dal 10 novembre ad oggi, oltre a favorire il "partito dei negoziati" USA rafforza anche il “maligno sospetto” di una non casuale “giustizia ad orologeria”.
Tymur Mindich, socio d'affari di Zelensky e suo vero e proprio “creatore” con Kvartal 95, assai influente nei contratti statali, è fuggito il 10 novembre mentre scandali come Energoatom e le appropriazioni indebite pari a 100 milioni di dollari esplodevano assestando un duro colpo al “cerchio magico” presidenziale. Andriy Yermak, a capo dell'ufficio della presidenza e della delegazione ucraina nei negoziati USA, s'è dimesso il 28 novembre sempre a seguito dell'inchiesta per corruzione relativa ad Energoatom, privando Kiev del suo “falco” più intransigente. Federica Mogherini e Stefano Sannino sono stati arrestati il 2 dicembre, interrogati e poi rilasciati per accuse di frodi negli appalti, favoritismi nella gestione dei fondi UE nella formazione diplomatica e violazione di segreti professionali. Tutte queste inchieste hanno visto uffici e sedi istituzionali perquisite dagli inquirenti, un ulteriore duro colpo all'immagine del “partito della guerra” che a vario titolo queste personalità hanno sin qui rappresentato tra UE, NATO ed Ucraina.
Chiedersi se in questo susseguirsi di novità giudiziarie vi sia un'azione americana “interessata”, può apparire altamente speculativo ma non del tutto insensato: in fondo, nell'amministrazione USA il “partito dei negoziati” appare preponderante, ad esempio con figure come Keith Kellogg dimesso per divergenze a vantaggio di Steve Witkoff, favorevole ad un accordo. In Ucraina la NABU riceve una forte spinta da Washington, come pure da Bruxelles, per sostenere riforme che favoriscano l'accesso di Kiev all'UE, e gli scandali relativi a Mindich e Yermak a quanto pare sono emersi proprio durante i colloqui. Trump ha legato la fornitura di nuovi aiuti a concrete riforme da parte di Kiev, mentre il Segretario di Stato Marco Rubio ha apprezzato i primi interventi anti-corruzione del dopo-Yermak. L'indagine della EPPO su Mogherini e Sannino, lanciata già mesi fa ma entrata nel vivo il 2 dicembre, coincide invece nelle tempistiche con la contro-proposta europea, come noto poco gradita ai riceventi, visto che gli USA hanno escluso un ruolo UE nei negoziati, mentre un diplomatico di Bruxelles ha accusato Washington di voler “esacerbare le divisioni interne” per forzare un accordo. Sebbene almeno in questo caso non vi siano per il momento prove dirette di un'azione americana, appare difficile non concordare sul fatto che il susseguirsi di scandali indebolisca gli oppositori del piano americano, facilitando il raggiungimento di maggiori concessioni.
A tal riguardo, non va dimenticato poi dimenticato come il piano americano preveda per l'UE il ruolo di finanziatrice delle “garanzie post-belliche”, senza che tuttavia venga ora consultata: non solo il raggiungimento della pace, o meglio ancora della tregua, ma ancor più la gestione del dopoguerra passerà attraverso numerosi punti scritti dagli USA, e dalla Russia, che l'UE prima ancora dell'Ucraina dovrà suo malgrado accettare. Anche questo spiega molte delle forzature odierne.
