
Da almeno un mese, da quando in un suo ormai celebre discorso in parlamento la premier giapponese Sanae Takaichi ha dichiarato che il Giappone dovrà esser pronto a reagire militarmente a favore di Taiwan qualora la Cina decida di completare la riunificazione con la forza, tra Pechino e Tokyo la tensione non fa che salire. Per Pechino la riunificazione nazionale è questione vitale e lungamente attesa, fotografata dal diritto internazionale a partire dalla Risoluzione ONU 2578/1971 che indica il governo della Repubblica Popolare Cinese come unico ente legittimato a rappresentare la Cina, con Taiwan riconosciuto come parte della sua sovranità. A quella Risoluzione sono seguite le varie Dichiarazioni Congiunte Cina-Stati Uniti, a rimarcarne ulteriormente la valenza segnando il formale accantonamento del sostegno giuridico a Taipei anche da parte di Washington che aveva in precedenza agito in direzione nettamente contraria (il sostanziale “accanimento” ad imporre la presenza del governo di Chiang Kai-shek come unico rappresentante della Cina all'ONU anche dopo il 1949 era infatti fortemente dipeso dal peso internazionale degli Stati Uniti sui loro alleati, con una forzatura protrattasi fino al 1971).
Anche il Giappone, votando per quella Risoluzione, riconobbe Pechino come unica legittima rappresentante della Cina all'ONU, pertanto impegnandosi a cessare automaticamente i suoi rapporti diplomatici con Taiwan; non solo, ma dopo quel 1971 seguì pure la Dichiarazione Congiunta Cina-Giappone del 1972 che ulteriormente sottolineò l'importanza di quella profonda svolta ben più che giuridica. Dopo simili cambiamenti, peraltro avvenuti non proprio pochissimo tempo fa, non dovrebbe esserci neppur bisogno di ricordare certe questioni, men che meno a soggetti politici come il Giappone e i suoi governanti che oggi invece sembrano voler almeno in parte ritrattare le loro antiche ed irrevocabili scelte.
Forse con quel suo discorso la premier non intendeva sollevare un simile putiferio; ma questa è un'ipotesi piuttosto innocente, che tende a perder vigore dinanzi a come i fatti, nelle ultime settimane, abbiano continuato a delinearsi. Certamente il nuovo governo giapponese, guidato dall'ala più nazionalista del Partito Liberal Democratico di cui Sanae Takaichi è tra le prime esponenti, ha dovuto fornire al suo massimo alleato, gli Stati Uniti dell'Amministrazione Trump, una “prova d'amore” politica che ne misurasse la fedeltà in un momento in cui Washington porta avanti con Pechino un esteso braccio di ferro la cui portata non si limita unicamente alle questioni commerciali o all'influenza sul Pacifico. In un simile calcolo, il governo di Tokyo aveva poi sottovalutato fin dove Pechino sarebbe stata capace di reagire, aspettandosi reazioni più verbali che materiali: tuttavia, dinanzi alla vasta mole dei provvedimenti assunti dalla Cina e dalla sua opinione pubblica, e all'immediato malcontento interno sorto nell'elettorato che soltanto poco prima l'aveva votata, la premier aveva poi cercato di ripiegare su posizioni più concilianti.
La Cina non s'è infatti limitata solo alle note verbali e alle missive all'ONU e ad altri organismi multilaterali, ma ha anche sconsigliato i suoi cittadini di recarsi in Giappone rivolgendo al contempo avvisi per quelli che vi erano già presenti, mentre diverse compagnie aeree hanno cancellato i loro voli rimborsandoli; inoltre, rassegne cinematografiche, scambi culturali e flussi turistici cinesi verso Tokyo hanno conosciuto un brusco calo, con pesanti conseguenze per il settore turistico giapponese. I danni immediati per l'economia giapponese, già oggi non proprio in uno dei suoi massimi momenti di vigore, sono stati vistosi ed hanno suscitato più di una polemica tra cittadini ed operatori nei confronti del loro governo. A tutto ciò, infine, è andata accompagnandosi un'imprevista assertività di Pechino anche nel campo della deterrenza militare, con dichiarazioni da parte del Ministero della Difesa cinese sul “prezzo doloroso” di qualunque ingerenza armata nelle sue questioni interne, parole tra l'altro sottolineate da concrete e contemporanee manovre navali ed aeree nella regione.
Tuttavia, come ricordato da vari accademici cinesi, le odierne posizioni del governo giapponese non nascono da semplici casualità o disattenzioni, e nemmeno si spiegano col solo dover fornire attestati di fedeltà all'inquieto ed influente alleato americano. Sebbene la stessa Takaichi dichiari che il Giappone, a seguito della resa firmata nel 1945 e del Trattato di San Francisco, abbia rinunciato ad ogni diritto su Taiwan e a non poterne pertanto decidere lo status giuridico, il suo approccio alla questione dell'Isola di Taipei e più estesamente a tutto il Mar Cinese Meridionale resta fortemente suscettibile di “correzioni”. Da tempo Tokyo opera per una rinascita militare in violazione con le sue stesse leggi e con le norme sottoscritte dopo la conclusione del Secondo Conflitto Mondiale, vedendo proprio in Taiwan e nello Stretto che lo separa dalla Terraferma la prima e grande opportunità per asserire la sua nuova dottrina militare.
Ciò passa attraverso un'influenza che a vario titolo il Giappone tenta d'esercitare sull'Isola, ben oltre le sole leve economiche, e l'emersione al suo interno di una destra nazionalista e populista che, pur minoritaria, appare comunque molto influente. Ciò è ben avvertibile guardando soprattutto alle frange nazionaliste più giovanili, attive sulle piattaforme online ed inclini alla retorica sciovinista con cui la premier le lusinga facendone lo “zoccolo duro” del suo elettorato. E' una “minoranza rumorosa” che finisce per coprire, con le sue rivendicazioni, le richieste di un approccio più costruttivo portate avanti dalla “maggioranza silenziosa” del paese, fatta di persone più anziane ed inserite nel sistema economico, di cui percepiscono in prima persona gli enormi affanni causati proprio da posizioni tanto avventate.
Dopotutto il Giappone è da tempo uno dei paesi più anziani al mondo, con un tasso di natalità estremamente basso (circa 1,15 figli per donna nel 2024, nettamente inferiore al limite di sostituzione generazionale che è di 2,1), e già da questa considerazione potremmo comprendere quanto ambienti tanto minoritari possano finire, in situazioni come questa, per tener letteralmente in ostaggio un intero paese con la sua politica. Quel ristretto mondo giovanile, che ancora non s'è confrontato con le difficoltà economiche e lavorative causate in Giappone dall'attuale crisi finanziaria (a cui la premier Sanae Takaichi non offre una soluzione cercando al contrario vie di fuga proprio nella prosecuzione della retorica bellica), può al momento ancora permettersi di sognare. Probabilmente, più che cercare una rivincita ideale su Pechino, in nome di un passato militare peraltro già condannato dalla storia, Tokyo dovrebbe oggi pensare a quelle che sono davvero le sue guerre da vincere: la crisi demografica e quella economica.
