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Tra grandi assenti, l'ascesa del Sud Globale: il Summit G20 di Johannersburg

24-11-2025 11:30

Filippo Bovo

Tra grandi assenti, l'ascesa del Sud Globale: il Summit G20 di Johannersburg

Il 22 e il 23 novembre il Nasrec Expo Centre di Johannesburg ha ospitato una delle più complesse e frammentate edizioni della storia del G20 dalla sua

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Il 22 e il 23 novembre il Nasrec Expo Centre di Johannesburg ha ospitato una delle più complesse e frammentate edizioni della storia del G20 dalla sua fondazione nel 2008 ad oggi. Sotto la presidenza del Sudafrica di Cyril Ramaphosa, prima volta in assoluto per un paese africano, il summit ha visto celebrare l'integrazione definitiva dell'Unione Africana e del Sud Globale nell'architettura finanziaria mondiale, novità ancor più amplificata da importanti assenze che hanno finito col tracciare una mappa del potere globale davvero inedita per la pur recente storia di tale organismo. Hanno perciò pesato le nuove presenze e al contempo anche le nuove assenze, con le prime a trarre un intuibile beneficio dalla scelta delle seconde. Per la prima volta dal 2008, infatti, mancavano tutti e tre i leader delle principali potenze militari ed economiche al mondo, Stati Uniti, Russia e Cina. 

 

Quella di Donald Trump è stata probabilmente l'assenza più clamorosa, non fosse altro perché accompagnata da infinite polemiche: dapprima per il ritiro USA dalle politiche USAID per l'Africa, soprattutto per il contrasto all'AIDS, e poi per le accuse rivolte da Washington a Pretoria sulla gestione dei diritti umani, in particolare in merito alle ultime riforme sudafricane nella distribuzione delle terre arabili e alle presunte discriminazioni verso le minoranze bianche. Ma, oltre a ciò, ha ovviamente pesato pure la sempre più intraprendente politica estera del governo sudafricano, dai legami con Mosca, Pechino e Teheran alla citazione di Israele per crimini contro l'umanità alla Corte Internazionale di Giustizia (Investec, SA News); tanto che nei giorni scorsi, ribadendo il già segnato punto di rottura, il Presidente americano ha addirittura dichiarato che “il Sudafrica non dovrebbe nemmeno far parte del G20” (The Economic Times). In solidarietà col Presidente americano, anche l'omologo argentino Javier Milei ha evitato il vertice, dando un netto segnale di rottura con l'agenda sociale di Lula e Ramaphosa: a rappresentarlo ha provveduto il suo ministro degli Esteri, Pablo Quirno.

 

L'assenza di Vladimir Putin, invece, non ha destato particolari sorprese, considerando che dal 2022 anche in occasione di altri appuntamenti all'estero la sua presenza è sfumata per comprensibili ragioni di sicurezza, dovute all'incriminazione da parte della Corte Penale Internazionale dopo l'inizio della guerra in Ucraina. Il Sudafrica è infatti tra gli Stati firmatari della CPI, e proprio per tale ragione anche al Summit BRICS+ di Johannesburg del 2023 il presidente russo aveva preferito marcare visita. A rappresentare Mosca hanno provveduto pertanto dei delegati di livello inferiore, come il vicecapo dello staff presidenziale Maxim Oreshkin. Anche il Presidente cinese Xi Jinping ha stavolta disertato l'appuntamento, inviando al suo posto il premier Li Qiang, figura comunque di grande esperienza e rilievo politico. Alcuni osservatori hanno letto le scelte russa e cinese come espressione di un attenuato interesse di Mosca e Pechino per un forum già accusato in altre occasioni di scontare troppo l'ostruzionismo dei partner occidentali; per tale ragione, Russia e Cina preferiscono sempre più concentrare i loro capitali politici nei BRICS+ o nelle relazioni bilaterali dirette.

 

Dinanzi a queste quattro grandi assenze, altri come dicevamo hanno cercato di guadagnarsi il centro della scena, non sempre riuscendovi. Il nuovo cancelliere tedesco, Friedrich Merz, ha introdotto una linea politica più conservatrice e muscolare rispetto al predecessore Scholz, mentre il primo ministro canadese ha tentato di colmare il vuoto di leadership a livello nordamericano sui temi climatici; la giapponese Sanae Takaichi, prima donna a guidare il governo nella storia del suo paese, ha finito col portar con sé le polemiche derivanti dalla sua burrascosa politica con Pechino; mentre l'italiana Giorgia Meloni ha cercato di presentarsi come ponte tra Trump, del quale mira a presentarsi come principale fiduciaria a livello europeo, e il Sud Globale, forte dell'interesse nel tempo suscitato dal Piano Mattei. Malgrado il loro zelo, non hanno comunque spiccato accanto ai grandi nomi presenti al vertice, come il brasiliano Ignacio Lula da Silva e l'indiano Narendra Modi, che hanno agito da veri “co-padroni di casa”, garantendo la continuità dell'agenda del Sud Globale già vista nelle precedenti edizioni del G20, in India nel 2023 e in Brasile nel 2024.

 

Le tensioni non sono mancate, nonostante Trump, Putin e Xi si fossero tenuti a debita distanza; ma alla fine la Dichiarazione di Johannesburg, documento congiunto con cui è terminato il summit, ha portato i media locali a parlare di “una vittoria per il multilateralismo africano” (SA News), a riprova che il sabotaggio di Washington, a cui pure Buenos Aires s'è unita, non ha sortito altro effetto che di favorire e mettere ancor più in evidenza dinamiche che, al contrario, le pur assenti Mosca e Pechino hanno dal canto loro sempre assecondato ed incentivato. Insomma, tra gli assenti, alcuni non si sono visti affatto mettere in ombra dai risultati, traendone semmai un riconoscimento ed una vittoria ben più che morale; mentre non altrettanto possiamo dire per altri, e a dir il vero neppure per tanti che invece erano presenti. Pur con contenuti fortemente mediati tra le parti, così da poter passare con l'approvazione di tutti i presenti ad eccezione del ministro degli Esteri argentino, la Dichiarazione inaugura infatti degli inediti punti di convergenza tra i leader di aree del mondo che non sempre fino ad oggi avevano manifestato una simile sintonia. 

 

Si pensi ad esempio alla Tassazione dei Super-Ricchi, molto cara alla presidenza brasiliana ma su cui anche la Spagna di Sanchez ha espresso il proprio consenso, delineando un rilanciato canale di comunicazione, anche operativo, tra Europa Iberica e America Latina (Financial Times); resterà poi da meglio approfondire, e ciò costituirà il vero banco di prova di una tale affinità, l'approfondimento dei suoi più idonei meccanismi attuativi. Altro tema centrale, soprattutto per la presidenza sudafricana, la questione del Debito e della Finanza Climatica, con la necessità di riformare le Banche Multilaterali di Sviluppo (MDBs) per garantire “finanziamenti più accessibili, rapidi e sostenibili” per i Paesi a Basso Reddito (LICs). A tal riguardo è stato lanciato un appello per il rifinanziamento del Fondo Globale, con un vertice collaterale tenutosi proprio a Johannesburg prima del vertice, il 21 novembre. Ancora, la Governance dell'Intelligenza Artificiale, con la Dichiarazione che per la prima volta riconosce l'impatto asimmetrico dell'AI sul Sud Globale, impegnando i membri a trasferimenti tecnologici che evitino un digital divide neocoloniale. Il punto conclusivo, riguardante la Guerra e la Geopolitica, è rimasto invece per forza di cose piuttosto generico: senza il consenso di Stati Uniti e Russia, nel comunicato è parso difficile andar oltre al consueto seppur fondamentale richiamo alla Carta dell'ONU e all'integrità territoriale, evitando condanne esplicite che avrebbero altrimenti boicottato la firma finale. A margine dell'incontro, ed in particolare nei bilaterali europei, molta attenzione è stata dedicata poi anche al “piano di pace” di Trump per l'Ucraina, se così possiamo dire pure con una “incuriosita apprensione” (Le Monde).

 

Questa edizione del G20, in sostanza, è parsa segnare un punto di svolta, e forse anche di crisi, nella traiettoria storica di un tanto vasto organismo che già in passato ha conosciuto al suo interno profondi cambiamenti. Il primo biennio di vita, quello tra il 2008 e il 2010, l'ha visto sorgere come un “comitato di crisi” per salvare l'economia mondiale dal tracollo finanziario successivo alla crisi dei mutui subprime negli Stati Uniti, coinvolgendo quest'ultimi in una sorta di “linea diretta” con la Cina, l'altra massima potenza economica mondiale. Tra il 2014 e il 2022, è iniziata la sua progressiva disgregazione: l'annessione della Crimea da parte della Russia, dopo i fatti di Piazza Majdan a Kiev, e le guerre commerciali inaugurate soprattutto con la prima Amministrazione Trump, hanno finito col trasformare il forum in una sorta di ring. Mentre l'Occidente congiuntamente cercava, in vario modo, di isolare e/o blandire la Russia in base alle bisogna del momento, la Cina affermava sempre più la sua funzione di architrave imprescindibile per i nuovi e nascenti equilibri multipolari, sancendo giorno per giorno la sua influenza. Infine, tra il 2023 e il 2025 il G20 è entrato in un'altra fase ancora, quella della “Sud-Globalizzazione”, col trittico di presidenze India-Brasile-Sudafrica che ne hanno spostato ben più geograficamente o simbolicamente il baricentro globale. Oggi il G20 non è più, se mai è riuscito davvero ad esserlo, il “consiglio d'amministrazione dell'Occidente”, ma una piattaforma dove le potenze emergenti dettano l'agenda dal clima al debito alla fame, costringendo le vecchie potenze occidentali allo scomodo ruolo di inseguitrici; in futuro, verosimilmente, sempre più anche di comprimarie.

 

Il successo diplomatico del Sudafrica, sotto quest'aspetto, sta proprio nell'aver tenuto in piedi il vertice nonostante il boicottaggio americano. Il G20 lotta infatti con le sfide causate dai vecchi partner occidentali, che col loro ostruzionismo finiscono per ridurli ad una realtà cerimoniale troppo grande per decidere e troppo divisa per agire, mentre nuove contrapposizioni si affermano, ad esempio tra il G7 rivitalizzato dall'Occidente come suo “blocco ideologico”, e i BRICS+ ormai suo affermato contraltare economico. Così, seppur per diverse ragioni, le assenze dei quattro Grandi lo rendono oggi una famiglia progressivamente sempre più volta alle dinamiche del Sud Globale, i cui legami col mondo dei BRICS+ appaiono già oggi più significativi di quelli con l'Occidente, economicamente e politicamente. Il G20 “famiglia parente” dei BRICS+? Forse è ancora troppo presto per poterlo dire con certezza, eppure dinanzi agli sviluppi odierni pare una dinamica possibile ed affascinante. 

 

Si potrà comunque capirlo con maggior facilità dal prossimo anno, visto che per il prossimo anno la guida dell'organizzazione passerà dal Sudafrica agli Stati Uniti, dando così luogo ad uno scenario paradossale: Trump, ostile al multilateralismo, dovrà ospitare un vertice del G20 con leader con cui, in molti casi, i suoi rapporti non paiono oggi proprio “idilliaci”. Alcuni analisti prevedono per il 2026 una fine del G20 per come l'abbiamo sempre conosciuto, oppure una sua definitiva trasformazione in un forum transnazionale dagli equilibri e dagli orientamenti molto variabili (Le Monde, Investec). Difficilmente si potranno evitare contrapposizioni, presumibilmente anche più vivaci di quelle viste sin qua, senza tuttavia escludere neppure sorprendenti ma anche incoraggianti “ricomposizioni”: in fondo, tra un anno, molte cose saranno avvenute e, plausibilmente, anche la guerra in Ucraina, oggi uno dei principali “pomi della discordia” sarà terminata. Concluso il 2025, occorrerà vigilare sul 2026, perché questo sarà il vero “anno spartiacque” del futuro G20.

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