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Piano di Pace per l'Ucraina? Altra acqua dovrà scorrere sotto i ponti

22-11-2025 00:18

Filippo Bovo

Piano di Pace per l'Ucraina? Altra acqua dovrà scorrere sotto i ponti

La bozza d'accordo con la Russia calata da Trump per un'immediata pace nella guerra ucraina pare al momento ancora in alto mare, lontana dal trovare a

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La bozza d'accordo con la Russia calata da Trump per un'immediata pace nella guerra ucraina pare al momento ancora in alto mare, lontana dal trovare approdi. Importanti testate come Axios e il Financial Times ne hanno hanno dato anteprima, coi suoi 28 punti ormai appannaggio anche di altre fonti liberamente accessibili ai non abbonati. La proposta riecheggia nei contenuti quanto discusso in precedenza ad Istanbul, teatro di ben due negoziati tra parti ucraine e russe, nel marzo 2022 e nel maggio di quest'anno: generosa per Kiev la prima volta, decisamente meno la seconda. A questo giro, e non potrebbe essere diversamente, appare invece molto generosa, “sbilanciata” come detto da più parti, per la Russia, ma sempre secondo il principio del “troppo poco e troppo tardi”. Tant'è che a Mosca hanno detto di non aver avuto notizia del piano, come da dichiarazioni della portavoce degli Esteri Zacharova; ma in questi casi è possibile che a Mosca si bleffi o che, più banalmente e pure più presumibilmente, si ritenga tale documento ancora largamente “perfettibile”. In sostanza, per chiudere la guerra evitando ben peggiori conseguenze, l'Ucraina dovrebbe rinunciare a circa il 25% dei suoi territori, corrispondenti alle aree oggi sotto controllo russo, abbandonare le politiche nazionaliste come la messa al bando del russo e della Chiesa Ortodossa Russa, accettare il dimezzamento delle sue FFAA e rinunciare all'uso delle armi a lungo raggio, con l'applicazione di uno status di neutralità che vieterebbe il futuro dispiego nel suo territorio di truppe straniere, sia occidentali che russe. 

 

Oltre alla Crimea, già parte della Russia dal 2014, anche i territori del Donbass verrebbero internazionalmente riconosciuti come russi e trasformati in area smilitarizzata in conformità con le garanzie di sicurezza per l'Ucraina e l'Europa contenute nel piano, Mosca vedrebbe una progressiva revoca delle varie sanzioni e persino un rientro nel G8 da cui era stata tra l'altro allontanata proprio undici anni fa. A quel tempo, in reazione alla rivoluzione colorata di Piazza Majdan, la Crimea aveva dichiarato la secessione dall'Ucraina ricongiungendosi a Mosca, aprendo una crisi con l'Occidente che aveva visto l'avvio proprio delle prime sanzioni e dell'espulsione dal G8, tornato G7. Oggi quello stesso Occidente s'impegnerebbe a riconoscere la Crimea come parte della sovranità russa, chiudendo una pagina inauguratasi ben prima del 1991: la penisola era stata infatti trasferita dalla RSFS russa alla RSS ucraina nel 1954, in piena era sovietica, per razionalizzazioni economico-amministrative e per celebrare i trecento anni del Trattato di Perejaslav, che aveva unito i popoli russo ed ucraino. Ancora, tra i 28 punti del piano possiamo trovare altri elementi di rilievo, ad esempio l'impegno a tenere entro cento giorni nuove elezioni sotto la sorveglianza dell'OSCE che, pur senza darne espressa citazione, comporterebbero anche l'enfatica “denazificazione" dell'Ucraina o quantomeno una sua buona parte. Di quest'ultima, d'altronde, si parla più dettagliatamente anche altrove, con oltretutto l'introduzione di nuovi programmi scolastici e legislazione a tutela delle minoranze che andrebbe a far piazza pulita del “nazionalismo di Stato” ucraino visto sin qui.

 

La centrale nucleare di Zaporizhia passerebbe dal controllo ucraino a quello dell'AIEA, garantendo che Kiev non diventi mai un paese dotato di armi nucleari, e la sua produzione di energia sarebbe equamente divisa al 50% con la Russia. Sempre nell'ottica della smilitarizzazione e della neutralità di Kiev, non sarebbe contemplato un suo ingresso nella NATO ma solo nell'UE, funzionale anche alla futura ricostruzione. Proprio qua emergono nodi che presumibilmente non troveranno un facile consenso da parte di Mosca: almeno cento miliardi di dollari dei fondi sovrani russi congelati dopo lo scoppio del conflitto verrebbero reindirizzati alla ricostruzione ucraina, in iniziative gestite dagli USA che ne trarrebbero il 50% dei profitti, e l'UE che ne aggiungerebbe altri cento per favorire la futura ripresa del paese. Mosca sbloccherebbe a sua volta i fondi europei congelati dopo il conflitto e nel complesso tutta questa nuova commistione d'affari andrebbe a fornire nuove motivazioni per preservare nel lungo termine uno stato di pace. USA e Russia collaborerebbero inoltre ad un tavolo di lavoro congiunto per sovrintendere all'implementazione del piano, oltre ad accordarsi per il trattato New START. In generale i punti paiono molti e, almeno ad un primo guardare, tali da portare il lettore a vedere questo piano come una sostanziosa vittoria per la Russia; ed effettivamente, almeno sulla carta, si vede clamorosamente attribuire a livello occidentale almeno parte di quel ruolo di vincitrice che sin qui le era stato poco credibilmente negato.

 

Anzi, tanto è stata subitanea la notizia di questa bozza d'accordo da indurre più di un osservatore a comprensibili euforie, al punto da interpretarlo per un accordo bello che definito, e come tale pure firmato con tanto di baci, abbracci e strette di mano. Ma in realtà siamo ben lontani da una situazione del genere, e non a caso nel primo paragrafo mi sono permesso un forse neanche troppo azzardato “troppo poco e troppo tardi”: perché chi oggi può dettare le regole per uscire dal conflitto non si trova certo a Washington, e men che meno a Kiev chiamata solo a prenderne atto o a Bruxelles neppure contemplata nella loro definizione, ma a Mosca. Si può ben capire che a Washington vogliano tirarsi fuori da un conflitto in cui hanno pesanti responsabilità, avendovi di fatto già tirato il sasso e nascosto la mano fin dal primo giorno della cosiddetta “Operazione Speciale” del 2022, a tacer poi di tutti i fatti avvenuti non dal 2014 ma anche dal 2004 con la Rivoluzione Arancione e diciamo proprio dallo scioglimento dell'URSS. Nel declino d'influenza che accusano a livello globale, gli USA cercano di ristabilire le loro “aree d'interesse” concentrandosi su certi fronti, come ad esempio l'America Latina, vecchio “cortile di casa”, e puntellando quel che si può puntellare altrove, dal Pacifico al Medio Oriente, dal Caucaso all'Africa Subsahariana. Ecco che allora si spiegano, nell'area del Pacifico, Giappone e Filippine riconosciuti “sub-partner sinergici” atti a contenere una Cina con cui si stabiliscono intanto nuovi equilibri economici e commerciali, e le garanzie più “aggressive” per Taiwan; o il Piano di Pace a Gaza che vede i partner arabi moderati eretti a garanti degli interessi americani nell'area, con netta prelazione per Washington nel “giro d'affari” previsto per la Striscia, mentre Washington torna a trattare con Teheran per il nucleare e con Riyad per ricevere nuovi fiumi di denaro. 

 

Pertanto, anche nel caso ucraino il loro obiettivo è di capitalizzare quanto più possibile dal conflitto, con una prelazione sui fondi russi congelati in cambio di una serie di "contentini" alla Russia pure di un certo rilievo, ma comunque non del tutto esaustivi per un grande paese che, ad ora, risulta pieno vincitore non soltanto su Kiev ma persino sull'immenso apparato NATO che ha sin qui retto le sorti militari ucraine. Quattro anni di conflitto non sono riusciti a difendere l'allargamento ad est della NATO, che ora scompare dalle cronache, e men che meno a centrare obiettivi oltremodo eclatanti come portare la Russia al collasso interno, per poi procedere alla sua suddivisione in nuovi Stati sottoposti all'egida atlantica. L'immenso apparato NATO non è riuscito a tener testa ad un solo grande paese, la Russia, teoricamente svantaggiato da un'economia meno avanzata  e da una minore demografia, e che invece oggi esce dalla prova ingrandito, per nulla isolato e con un'economia in buona salute. Eppure, come vediamo dai 28 punti del piano, non scompare del tutto il già vituperato "congelamento" del conflitto in alcune aree ancora contese, di cui Mosca non aveva voluto sentir parlare neanche in precedenza; mentre anche il progressivo abbandono delle sanzioni sembra più funzionale a riavvicinarla agli USA con un “duo d'affari diretto”, distanziandola almeno in parte dal matrimonio con la Cina e gli altri poli emergenti, e ridimensionandone la pericolosa portata per il “predominio relativo” di Washington a livello globale, che a riconoscere il suo effettivo stato di vincitore. Vincitore che, in quanto tale, resta di fatto l'unico a poter però dettare le condizioni. Se oggi Washington spinge con tanta fretta per un accordo, è soprattutto perché sul campo le FFAA russe hanno in mano ben più che l'iniziativa, col fronte ucraino ormai in procinto di collassare. Urge muoversi prima che sia troppo tardi.


Ora, a Kiev un simile accordo verrà anche giudicato un tradimento, andando ad infrangere le sue "linee rosse", e infatti le facilmente prevedibili reazioni ucraine non hanno tardato a palesarsi; ma del resto le “linee rosse” non sono un lusso che può permettersi chi perde in guerra. In Europa invece si lanciano strali perché si voleva essere coinvolti, ma finora il ruolo degli europei è stato quello di "pasionari" (o se preferiamo di "utili idioti") della guerra ucraina, ed avendo perciò rinunciato a giocarvi un sia pur minimo ruolo diplomatico fin dal principio non possono ora pensare di dettar legge molto più degli ucraini. Di fatto, con quest'ultimi, condividono un triste ruolo di perdenti da cui, non appena avranno coscienza, cercheranno di divincolarsi con lo stile più misero. Per il momento, comunque, non paiono ancora aver realizzato quale sia la portata dell'immenso vuoto geopolitico in cui sono precipitati anche per proprio demerito. Quanto a Mosca, infine, che vi sia una sua fiducia o positività verso la bozza americana pare una parola grossa: basterebbe già solo andare a guardarsi la rassegna della TASS, l'agenzia di Stato russa, per rendersene conto. Non soltanto a Mosca non hanno ancora notizie di una valutazione, favorevole o contraria che sia, del piano da parte di Zelensky del piano (per quel poco che in ogni caso può contare), ma a sentire il ministero degli Esteri ad oggi non vi sono neppure le condizioni per discutere del New START. Insomma, c'è ancora un bel po' d'acqua che deve scorrere sotto i ponti.

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