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Gaza, non finirà presto

21-11-2025 16:23

Filippo Bovo

Gaza, non finirà presto

Lo scorso 17 novembre la votazione al Consiglio di Sicurezza ha visto l'adozione con 13 voti a favore e nessuno contrario della Risoluzione 2083 calde

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Lo scorso 17 novembre la votazione al Consiglio di Sicurezza ha visto l'adozione con 13 voti a favore e nessuno contrario della Risoluzione 2083 caldeggiata dagli USA a sostegno del Piano di Pace di Trump per Gaza, con un passo in avanti formale ma controverso, mentre la controproposta russa è stata superata grazie all'astensione degli stessi rappresentanti di Mosca e Pechino. Nella sua piattaforma social Truth, Trump ha celebrato la notizia come “uno dei più grandi approvazioni nella storia dell'ONU”, annunciando già le prime nomine per il Board of Peace di cui avrà la presidenza con l'ex premier britannico Tony Blair come eventuale vice. Uno degli aspetti più fondamentali e al contempo critici della Risoluzione risiede poi nell'autorizzazione alla ISF (International Stabilization Force) tenuto per due anni a garantire l'ordine nella Striscia con effettivi intorno alle 20.000 unità, tra l'altro demilitarizzando Gaza e smantellando le “infrastrutture terroristiche”. Sebbene ad un primo acchito possa a molti suonare come una vittoria americana, a garanzia di Israele negli equilibri sorti con la guerra del 7 ottobre, ad un'analisi più approfondita ci si può invece render di come il verdetto dell'ONU appaia nella migliore delle ipotesi un fragile e forzato pareggio. 

 

E' soprattutto quanto avvenuto all'esterno, fuori dal Palazzo di Vetro, a farcelo capire: ad esempio l'incontro tra Trump e il Principe Ereditario saudita Mohammad bin Salman ha visto quest'ultimo dettare la linea nella condotta americana in Medio Oriente, e non solo. Garantendo un trilione di dollari in investimenti negli USA (Adnkronos), il Principe Ereditario ha fatto capire al Presidente americano che in cambio non dovranno  esservi troppi ostacoli all'approdo ad uno Stato palestinese, con un “percorso credibile” che in tal caso vedrà l'Arabia Saudita “definitivamente aiutare” la ricostruzione di Gaza fornendo una quota iniziale di 10-15 miliardi di dollari. Mohammad bin Salman ha inoltre chiesto a Trump un'azione più incisiva per contenere le ambizioni degli EAU, che in connubio con Israele accerchiano Riyad insidiandone gli interessi regionali: dal sostegno alle RSF (Rapid Support Forces) in Sudan nella guerra civile a quello del separatismo di Somaliland e Yemen meridionale. Potrebbero aprirsi prospettive interessanti tanto per una più vicina soluzione al conflitto in Sudan, dove ormai il Darfur pare ergersi sotto l'egemonia delle RSF a nuovo Stato separatista de facto, ed un ritorno ad una maggiore stabilità nel Corno d'Africa dove le tensioni alimentate dall'Etiopia contro Eritrea, Somalia e Gibuti sono ugualmente parse in più occasioni vicine al punto di non ritorno (TesfaNews). In entrambi i casi, e in misura neanche troppo indiretta, ne beneficerebbe pure il principale partner di Riyad in Medio Oriente, pressato dalla crescente instabilità provocata dal conflitto civile sudanese al suo meridione e dalla crisi di Gaza ad est. 

 

Hamas ha rifiutato la Risoluzione, giudicandola “non neutrale” e “un mezzo per l'occupazione”, e negando un'accettazione del Piano oltre la Fase 1. Il Board of Peace continua ad esser visto come “neocoloniale”, una facile diagnosi (The Guardian, Al Jazeera), privo di un ruolo tanto per l'ONU quanto per l'Autorità Nazionale Palestinese (ANP), con un significativo rischio di poter sconfinare ben oltre gli obiettivi dichiarati (mission creep, secondo il Council of Foreign Relations, CFR). Nel frattempo circa il 75% del territorio di Gaza è ancora occupato dall'IDF, con paesi come Turchia ed Indonesia che prendono tempo prima di decisioni definitive sul dispiego di propri militari nell'ISF; con Israele che peraltro s'oppone ad un'eventuale presenza dei militari turchi. Persino media mainstream per eccellenza come il NYT, dinanzi ad un quadro del genere, finiscono per giudicare il Piano piuttosto mealy-mouthed, “insincero”, un vago compromesso per placare gli animi agli spiriti più critici, soprattutto in Medio Oriente, col risultato finale che tutti finiscono solo per vedervi in'occasione per prender tempo nella prospettiva di nuove e contrastanti mosse; un giudizio che non si discosta molto da quello della russa TASS, che vi vede un “controllo USA senza dettagli”. Nel frattempo, dal 10 ottobre le violazioni post-tregua sono state almeno 400, con un bilancio di circa 300 morti e oltre 650 feriti tra i palestinesi (ONU, Al Jazeera), e la fame che minaccia ben due milioni di civili (UNRWA). Per divenire un'effettiva realtà il Piano dovrà quindi subire ancora significative, per quanto non sempre confessate, revisioni.

 

La bozza russa, come ormai sappiamo, non è andata al voto, ma i suoi 13 punti non sono comunque svaniti nel nulla; in cambio del suo ritiro, e di un'astensione russa e cinese sul Piano Trump, per quest'ultimo gli USA hanno dovuto accettare degli imprevisti e non auspicati compromessi come il riconoscimento all'autodeterminazione palestinese. Si può quasi dire che la bozza russa, sostenuta anche da Pechino, sia uscita dalla porta per rientrare dalla finestra, rompendo al Presidente americano e all'alleato israeliano almeno parte delle uova nel paniere. Pur criticando il Board of Peace come “benedizione USA su promesse vuote”, i rappresentanti di Russia e Cina con l'astensione hanno infatti permesso l'approvazione di un documento che andava ad includere anche i loro punti di vista, col voto giudicato un “gesto pragmatico” (TASS). Ma in definitiva tutti vi vedono una vittoria tattica, in attesa di nuovi sviluppi in cui far maggiormente valere la propria voce. Forte l'enfasi soprattutto da parte di Pechino per una de-escalation, oltre che per la soluzione a due Stati, con Mosca che non esclude altre future risoluzioni in presenza di nuove tensioni, previsione peraltro piuttosto facile. I paesi del CCG (Consiglio di Cooperazione del Golfo), riunitisi a Doha lo scorso 18 novembre, parlando di “unità anti-Israele” contro le violazioni della tregua da parte israeliana, hanno guadagnato il plauso e un maggior allineamento di Ankara; mentre Algeri, già associatasi alla bozza russa e cinese, continua ad appellarsi ad un mantenimento dell'unità tra Gaza e Cisgiordania, garanzia essenziale per una prima base di Stato palestinese. In un quadro giudicato di “libanizzazione” (Al Jazeera), pare così più che condivisibile il giudizio del CFR secondo cui “Non finirà presto”. Le novità, se ne può star certi, non mancheranno.

 

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