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Crisi tra Cina, Giappone e Taiwan, nell'escalation il coinvolgimento USA

19-11-2025 16:42

Filippo Bovo

Crisi tra Cina, Giappone e Taiwan, nell'escalation il coinvolgimento USA

Dallo scorso 7 novembre tra Cina e Giappone è crisi diplomatica in crescendo, dopo che la neopremier Sanae Tajaichi ha legato un eventuale intervento

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Dallo scorso 7 novembre Cina e Giappone sono entrate in una crisi diplomatica crescente, dopo che la neopremier Sanae Takaichi ha legato un eventuale intervento armato cinese a Taiwan per completare l'unità nazionale ad una “minaccia esistenziale” per il Giappone, tale da giustificarne una reazione militare. Proprio ieri 18 novembre Pechino ha iniziato ad applicare le prime misure economiche mirate, come la sospensione delle importazioni di frutti di mare e di rilasci cinematografici giapponesi, mentre Tokyo ha emesso avvisi di sicurezza per i suoi cittadini in Cina. Parallelamente, gli USA hanno rafforzato il supporto al Giappone sulle Isole Senkaku/Diaoyu e dispiegato droni nelle Filippine, agganciando così la crisi al più ampio fronte del Mar Cinese Meridionale. Piuttosto esiguo lo spazio che vi viene dato dai nostri notiziari, con molti osservatori portati a giudicare la crisi odierna alla stregua di altre già viste in passato nell'area e poi fortunatamente scemate. Eppure la forte diversità negli interessi e nelle interpretazioni dei vari attori geopolitici coinvolti (Cina, Giappone e USA per primi, a cui ne seguono poi altri tra medi e minori) fa sì che la crisi attuale, anziché attenuarsi rapidamente, si cementi in un confronto prolungato. Non va quindi giudicata alla stregua di una banale disputa retorica. 

 

Non a caso la spirale che vede coinvolti i tre grandi paesi sta accelerando. La sospensione del pescato giapponese decisa da Pechino vale già da sola circa 100 miliardi di yuan, pregiudicando fortemente un settore che a Tokyo, non solo a causa di Fukushima, ha decisamente visto tempi migliori (Reuters). Mentre il posticipo a tempi da definire di due film giapponesi da parte dei distributori cinesi, stando a CCTV, ha determinato un crollo nelle vendite di Demon Slayer: Infinity Castle per “insoddisfazione popolare” verso Takaichi, con almeno 500mila voli per il Giappone cancellati dai cittadini cinesi (The Guardian). Nel frattempo, le pattuglie cinesi sorvegliano le contese Isole Senkaku/Diaoyu, con un drone rilevato da Yonaguni lo scorso 16 novembre. Già tutto questo può far capire che non ci si trovi dinanzi a mere azioni simboliche, a corredo di una crisi destinata presto ad evaporare. Il bisogno di tenere la situazione sotto controllo è reso comprensibile dalle costanti consultazioni diplomatiche tra le parti che, seppur ai ferri corti, si rendono comunque conto della pericolosità del gioco. Proprio ieri un inviato giapponese senior, Minoru Kihara, ha incontrato gli omologhi cinesi a Pechino: pur esprimendo la volontà di contenere le tensioni, il suo compito era comunque di ribadire “nessun cambio di policy”, indicando che i tempi per una svolta sono evidentemente ancora troppo prematuri. Se in Giappone, e così pure negli USA, vi è una parziale consapevolezza della gravità in termini di conseguenze diplomatiche delle dichiarazioni di Sanae Takaichi, in contemporanea vi è pure la volontà di non cedere tutto e subito nella linea, dal momento che la sconfitta in termini d'immagini politica potrebbe costar loro ancora più cara (NPR, Reuters). In sostanza, provocando la crisi, Tokyo e Washington hanno inteso di “sondare il terreno", per capire fin dove potesse spingersi una loro ingerenza ormai non più solo retorica prima d'incontrare una ferma reazione cinese.

 

Oggi, 19 novembre, i leader della Federazione delle Imprese Giapponesi (Keidanren) hanno incontrato Takaichi, esortandola al dialogo in nome della “stabilità economica” (Reuters). Se già le prime sanzioni cinesi vanno a toccare settori per diverse ragioni “nevralgici” dell'economia giapponese, dalla pesca che non riesce ad affrancarsi dalle sue alterne fortune nei mercati esteri al cinema che costituisce tra l'altro anche una delle storiche “armi” del soft power nipponico, la possibilità che in futuro ne giungano altre ancora a gravare su settori al momento esentati non rassicura gli imprenditori del Sol Levante. E' proprio nei momenti di crisi come questa che Tokyo scopre quanto non possa far a meno del mercato cinese, e del suo immenso mondo degli affari. Nel frattempo, Pechino ha completato la prima esercitazione della portaerei Fujian (CV-18) con J-35 stealth e KJ-600 AWACS come deterrente alle ingerenze giapponesi. E' un “avvertimento agli interventisti” (Xinhua) che trova riscontri anche tra i media giapponesi, secondo i quali la premier Takaichi “minaccia la pace” dando luogo ad una “crisi per la sopravvivenza del Giappone”. Se l'opinione pubblica cinese è schierata col proprio governo, ben ricordando anche gli orrori compiuti dall'Esercito Imperiale Giapponese nei suoi lunghi anni d'occupazione della Cina, con drammatiche vicende come gli esperimenti sui civili compiuti nelle Unità 731 o il Massacro di Nanchino, quella di Tokyo al contrario pare mostrarsi sempre più furibonda e disaffezionata verso la nuova premier. 

 

Nel frattempo gli USA, mantenendo su Taiwan un'ambiguità dietro cui non paiono celarsi propositi molto costruttivi, hanno accelerato nel supporto a Tokyo. Ieri l'ambasciatore americano a Tokyo George Glass ha riaffermato l'impegno del proprio paese sulle Isole Senkuku/Daiyou, legando la crisi alla “difesa collettiva” secondo il Trattato 1960 (EFE). Mentre oggi il Corpo dei Marines USA ha temporaneamente dispiegato droni MQ-9A Reaper nelle Filippine per ragioni di “sicurezza marittima” in risposta ai casi di disturbo nelle frequenze radio (jamming) attribuite a Pechino nei rifornimenti filippini nell'area del Second Thomas Shoal. Ciò segue al ritiro del sistema missilistico Typhon dal Giappone dello scorso 17 novembre, al termine delle esercitazioni, interpretato come parte di una de-escalation tattica che trova tuttavia una sua “compensazione” in un inasprimento del fronte filippino (Business Standard). Il tutto mentre la Casa Bianca mantiene comunque la tregua commerciale concordata con Pechino il 30 ottobre, con la Cina che ha acquistato circa un milione di tonnellate di soia americana, mentre il Pentagono ha approvato vendite di armi per 330 milioni di dollari in caccia F-16 e aerei da trasporto C-130 a Taiwan (AEI, Understanding War). 

 

Il Mar Cinese Meridionale, nella crisi scatenata dalle parole della Takaichi, torna ad essere un fronte di prima attualità, con un'escalation parallela in cui il coinvolgimento degli USA è comunque fattore primario quanto nell'altro. Il 16 novembre la Cina ha condotto nell'area il primo bomber formation patrol, con bombardieri strategici H-6K e aerei fighter, come avvertimento alle esercitazioni congiunte USA-Giappone-Filippine (The Hindu). Ieri, le Filippine hanno completato i rifornimenti al presidio di Second Thomas Shoal nonostante i casi di jamming e i cannoni ad acqua cinesi, con Manila che nega d'aver compiuto “provocazioni” ed accusa di Pechino di “barriere galleggianti” a Scarborough Shoal. Nel frattempo, proprio nel Mar Cinese Meridionale, Cina e Russia hanno avviato le loro esercitazioni navali congiunte con un chiaro “messaggio a chi alimenta tensioni”. Per Pechino, le parole della premier Takaichi costituiscono una grave “interferenza negli affari interni” che richiede ritorsioni “proporzionate” per difendere la sovranità nazionale. Da Tokyo, la premier s'appella alla necessità che si mantenga la pace nello Stretto, definendola “essenziale”, mentre media ed opposizioni l'accusano d'aver dato luogo ad una “crisi autoindotta”. In questa spirale di botta e risposta non più soltanto diplomatici, le invettive che giungono dagli USA, come quelle di Hegseth che accusa la Cina di “minare la stabilità”, sembrano tese soprattutto a rassicurare alleati più piccoli e deboli, e fortemente dipendenti, come le Filippine il cui Presidente Marcos ha infatti dichiarato “essenziale” il sostegno di Washington. 

 

Quel che seguirà ora sarà tutto dovuto al lavoro delle diplomazie. Il vertice del G20, che avrà luogo tra tre giorni a Johannesburg, potrebbe favorire un dialogo tra Cina e Giappone, con intuibili benefici per i commerci del secondo: per Takaichi si tratterebbe di subire un palpabile calo di popolarità, ma quantomeno tutto o quasi rientrerebbe come già era avvenuto con le tensioni del 2023. Altrimenti, e purtroppo ad ora pare una possibilità pari all'altra, le cose tra i due paesi potrebbero pure peggiorare, con ulteriori sanzioni soprattutto di Pechino a Tokyo, magari nei minerali critici, cosa che già di per sé potrebbe abbassare il PIL giapponese di un punto percentuale, con danni che Nomura stima in almeno 280 miliardi di dollari. Le altre possibilità, da non potersi mai escludere in nessun caso ma che paiono fortunatamente ancora lontane, sono quelle di scontri veri e propri, magari legati ad una collisione nelle Filippine o ad un intervento aperto su Taiwan, che comporterebbe il blocco dello Stretto e tutto quel che ne andrebbe a derivare. Al momento l'ipotesi su cui puntare è quella di uno status quo destinato a rimanere teso ancora per un bel po', con scontri retorici ed esercitazioni da ambo le parti, che in ogni caso ha un suo peso sia per le catene di fornitura che per la fiducia dei mercati e dei cittadini, in questo caso soprattutto giapponesi. Ritrovare il dialogo sarà importante, ma come tutte le volte non potrà sempre e soltanto dipendere dalla pazienza o dalla magnanimità di Pechino.

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