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Gaza, la fragilità del Piano Trump e la controproposta da Russia e Cina

16-11-2025 23:56

Filippo Bovo

Gaza, la fragilità del Piano Trump e la controproposta da Russia e Cina

In un Medio Oriente sfigurato assai più storico di quanto ci raccontino i fatti contemporanei, il Piano di Pace proposto dalla Casa Bianca continua a

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In un Medio Oriente sfigurato da un conflitto assai più storico di quanto visto in questi ultimi due anni, il Piano di Pace proposto dalla Casa Bianca continua a rappresentare un obiettivo al tempo stesso ambizioso e controverso, da una parte incapace di fotografare la reale situazione sul campo e dall'altra troppo gravato da interessi particolari che analogamente contribuiscono a destituirlo di molta credibilità presso i più importanti interlocutori regionali ed internazionali. Forse proprio per tutti questi motivi non ha tardato a dimostrare i tanti segni della sua debolezza, come i rinnovati attacchi di Israele a Gaza avvenuti nel frattempo hanno infatti ampiamente dimostrato. Non ci raccontiamo nulla di nuovo: molto era già stato previsto a suo tempo, come ad esempio negli articoli precedenti, e quanto oggi in corso è soltanto il verificarsi di scenari che tanti di noi, forse per un certo “pessimismo della realtà”, o meglio ancora “realismo dell'esperienza”, sono ormai soliti serbare con sé. Del resto, questi continui inciampi trovano un loro perché proprio nei più reconditi propositi che il Piano punta a raggiungere: annunciato lo scorso 29 settembre e finora solo parzialmente implementato con una tregua stabilita dal 10 ottobre, nei suoi venti punti mira a stabilizzare la Striscia, ricostruirla ed infine integrarla in un quadro di normalizzazione regionale. Ora, non è difficile dedurre cosa s'intenda, con l'idea di una Gaza “riprogrammata” in un Medio Oriente a sua volta altrettanto “riprogrammato”. 

 

L'insistenza in contemporanea manifestata dagli Stati Uniti nel riproporre i loro Accordi di Abramo, con riscontri più simbolici che pratici in Kazakistan e al momento ancora piuttosto parziali in Siria, ugualmente non appare affatto qualcosa di tanto casuale. Washington anela a rivedere un Medio Oriente in sintonia coi suoi interessi, con perimetri ben delineati in cui i paesi arabi moderati si muovano secondo direttrici mai troppo lesive di un tanto ribadito status quo. In tal modo sarebbe possibile, sempre secondo Washington, garantire una coesistenza “pacificata” tra Israele e partner arabi, ovvero “salvar capra e cavoli”, apponendo al Medio Oriente un riaffermato controllo. Non è in ballo soltanto la sopravvivenza o persino una nuova legittimazione politica ed internazionale di Israele, a cui indubbiamente si guarda rivolgendo l'occhio al medio e soprattutto lungo periodo, ma pure il controllo americano sul petrolio mediorientale, e neanche troppo indirettamente la sorte del dollaro: gli elementi a giustifica delle azioni trumpiane appaiono allora più che comprensibili. La riaffermata egemonia israelo-americana sulla regione, il ritorno ad un ruolo di “secondaria funzionalità” dei paesi arabi moderati a tale alleanza, la riproposizione del relativo “cordone sanitario” intorno ad un Iran escluso dalle dinamiche mediorientali, e la conseguente e sostanziale esclusione pure di tutti gli altri partner terzi, a cominciare dalle grandi nazioni emergenti come Cina o Russia, si pongono così come l'insieme di quei già menzionati “propositi reconditi” a cui gli Stati Uniti ambiscono forzando la mano sull'attuazione ad ogni costo del loro Piano di Pace.

 

Proprio da tutto questo insieme di fattori si può comprendere la ritrosia di quanti, a livello internazionale, pur avendo sostanzialmente accolto il Piano al contempo manifestino più di una riserva sulla sua efficacia, valutando pertanto l'adozione di proposte alternative. La tregua concordata lo scorso 8 ottobre appare tuttora piuttosto fragile, al pari dei risultati che ha sin qui permesso di raggiungere (NPR): Hamas ha liberato 20 ostaggi vivi e restituito i corpi di 28 deceduti, in cambio di 250 prigionieri palestinesi e 1700 detenuti durante le operazioni speciali israeliane, mentre Israele ha ritirato parzialmente le truppe, mantenendo ancora il controllo del 75% del territorio, e riaperto dopo lunghe pressioni l'essenziale valico di Rafah (BBC). Ma le violazioni israeliane intanto continuano, con 282 diversi incidenti tra spari e bombardamenti sostanziatisi tra ottobre e novembre nella morte di 97 palestinesi e nel ferimento di altri 230. Hamas nega responsabilità per scontri come quelli che a fine ottobre hanno visto a Rafah oltre un centinaio di vittime, attribuendoli ad Israele (The Economist), mentre 200 suoi miliziani nei tunnel di quell'importante località di transito appaiono come un altro pomo della discordia tra parti israeliane e palestinesi (The Washington Post). 

 

Raggiungere la “Fase 2” del Piano, con tali premesse, non appare proprio una passeggiata di salute: poco probabile appare, almeno per il momento, l'approdo al tanto decantato Board of Peace presieduto da Trump, con ONG ed alleati, per governare Gaza fino al 2027. Del resto, anche il piano economico a corredo di tanto ambiziosi obiettivi, volto a “ricostruire ed energizzare” Gaza con un gruppo d'esperti per creare “città-miracolo” mediorientali, non appare molto più fattibile. Tra i 50 e i 60 i miliardi stimati necessari, tra i 9 e i 12 da gettarsi subito sul piatto in forma d'aiuti militari e per la ricostruzione, in una Gaza in cui almeno il 78% delle infrastrutture e degli edifici è andato nel frattempo distrutto (BBC, The Atlantic), mentre il 92% delle scuole è in urgente bisogno di riparazioni e la fame riguarda il 91% delle famiglie (Al Jazeera). Non molto più convincente appare poi l'idea delle “Nuova Gaza”, insieme di comunità di 25mila palestinesi in aree israeliane, separate da quelle controllate da Hamas: se ufficialmente dovrebbero ridurne l'influenza nella Striscia, privandola di molti fondi, il rischio sempre per The Atlantic è che si possano creare pure “divisioni permanenti” e partizioni storiche.

 

Non più convincente appare poi la natura dell'ISF, la Forza di Stabilizzazione Internazionale che per due anni dovrebbe vedere truppe di Indonesia, EAU, Egitto, Qatar, Turchia ed Azerbaigian demilitarizzare Gaza e securizzarne i confini, garantendo un coordinamento tra Israele ed Egitto. Per comporla servono ventimila uomini, ma già grava il veto alle truppe turche avanzato da Israele per via di una “responsabilità di sicurezza perimetrale indefinita” dietro cui sembrano nascondersi anche i malumori di Tel Aviv per l'allineamento della magistratura di Ankara alle posizioni della CPI (Al Jazeera). Il rischio che si sfoci molto facilmente in un limbo di “né guerra, né pace” a suon di attacchi israeliani regolari, occupazione trincerata e ricostruzione limitata (The Guardian), non appare tanto improbabile, e non a caso alla Casa Bianca ciò genera più di un malumore rappresentando un complesso scoglio da superare per il coronamento del suo ambizioso Piano di “normalizzare il Medio Oriente normalizzando Gaza”. Tra Israele che parimenti manifesta le proprie riserve, opponendosi ad un pieno ritiro delle sue truppe  senza prima una totale smilitarizzazione di Hamas, e quest'ultima che invece chiede come primo passo per un suo disarmo l'esistenza immediata di uno Stato palestinese che il Piano peraltro cerca proprio di prevenire, mentre l'ANP leva lamentele per l'assenza di una comunità autorità per Gaza e Cisgiordania, l'attuale tregua appare destinata a reggersi su stampelle davvero molto esili (Chatham House, The Economist). 

 

Dall'esterno, le critiche che piovono sul Piano sono poi a dir poco dure, con CFR e Carnegie che ne additano l'ambiguità e l'ex negoziatore israeliano Daniel Levy che addirittura lo definisce una “frode”, pensato per evitare di porre Israele dinanzi alle sue responsabilità penali e proseguire il genocidio. Di quest'ultimo, di genocidio, parlano del resto ormai in tanti, da ONG come Amnesty International o HRW, tanto che il consenso per le azioni del governo israeliano è ormai drasticamente scemato anche tra i cittadini americani: oltre il 59%, secondo l'istituto PEW, oggi le disapproverebbe. L'elezione a New York di una figura come Mamdani, sotto questo punto, apparirebbe molto più di un casuale o temporaneo segnale di malcontento. Quanto all'UE, il cui ruolo nell'incidere diplomaticamente sulle sorti del conflitto pare ad oggi più irrilevante che mai, la spinta per una maggiore assertività invocata soprattutto da Parigi va a scontrarsi coi timori di un isolamento israeliano, che riflettono anche quelli dello stesso isolamento europeo; mentre i paesi arabi più influenti, come l'Arabia Saudita o gli EAU, premono soprattutto sull'impellenza di portare avanti la fondazione dello Stato palestinese.

 

Non appare allora tanto difficile da capire perché, ad un certo punto, sia emersa una proposta alternativa al Piano americano, con una risoluzione russa in dieci punti volta a bilanciarlo criticandone la “vaghezza” sulla questione dei due Stati e il “controllo esterno”. Pur apprezzando il risultato incarnato dalla fragile tregua, la missione russa all'ONU ricorda che il Piano di Trump ignora “principi internazionali” come la soluzione a due Stati (Pravda), inducendo la Russia a proporre lo scorso 13 novembre un'alternativa coordinata con la Cina (The New York Times). Fatta circolare tra i 15 membri del Consiglio di Sicurezza ONU, la risoluzione russa risponde alla terza bozza USA dell'11 novembre e, secondo Al Jazeera, dimostra le forti insoddisfazioni di paesi come Russia, Cina ed Algeria per la diplomazia predatoria con cui Washington punta a “pacificare” Gaza e normalizzare l'intero Medio Oriente. Non a caso proprio in questi giorni una conversazione diretta tra Putin e Netanyahu ha visto il ribadito sostegno del primo ad una soluzione completa palestinese (ANI News), col non casuale effetto di violente accuse di Washington di voler “seminare discordia” con “conseguenze gravi” per Gaza. Con la loro proposta alternativa, paesi come Russia e Cina hanno sostanzialmente rotto le uova nel paniere alla Casa Bianca, o almeno questo è il punto di vista del suo umorale ed ambizioso inquilino.

 

Eppure, riaffermando i contenuti della tregua e della Fase 1 del Piano Trump, un “impegno incrollabile” per due Stati democratici sui confini del 1967, l'unità di Gaza e Cisgiordania, sotto l'ANP, il disarmo di Hamas tramite una “diplomazia inclusiva” invece dei meccanismi unilaterali americani, la scelta delle opzioni per l'ISF delegata al Segretario Generale dell'ONU, un governo transitorio ONU/ANP con mediatori arabi in luogo del Board of Peace, una ricostruzione multilaterale con l'autodeterminazione dell'ANP, il ritiro unilaterale ed incondizionato delle truppe israeliane sotto il monitoraggio ONU, resoconti periodici sull'implementazione, e un dialogo unificato per prevenire veti, non ci sono dubbi che appaia nettamente più democratico e fedele alla situazione sul campo del tanto osannato Piano di Pace trumpiano (The New York Times, The New Arab, Reuters, Al Jazeera). La spinta russa e cinese nel portarlo avanti sembra davvero assai poderosa, se consideriamo che proprio nelle prossime ore al Consiglio di Sicurezza ONU si dovrà votare per la bozza americana, con Mosca e Pechino che minacciano il veto se non conoscerà sostanziose modifiche, pari a circa metà del testo totale (FDD). Ancora piuttosto contrastanti, per non dir proprio incongrue, le interpretazioni date dai vari osservatori, da Crisis Group che parla di “manovra tattica” russa post-Assad, pericolosa per i rischi di uno stallo diplomatico, a Israel Radar che su X parla invece di un piano russo che, coordinato con la Cina, ha soprattutto come effetto il blocco delle mire americane a Gaza e in Medio Oriente. 

 

Se il Piano di Pace americano pare ad ora fornire una fragile operatività introducendo però concreti rischi di neocolonialismo, quello russo nel suo puntare su una centralità dell'ONU appare invece più “inclusivo” e soprattutto finalizzato ad una concreta autodeterminazione palestinese. Sia come sia, a Gaza e in Palestina quel che i palestinesi da sempre aspettano non è certo un'autorizzazione americana ad agire sui loro territori e in Medio Oriente, a copertura ad Israele, ma una sovranità nazionale fin qui agognata e mai realizzata.

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