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Pokrovsk bruciata, mentre Kiev è sempre più sotto accusa

14-11-2025 11:00

Filippo Bovo

Pokrovsk bruciata, mentre Kiev è sempre più sotto accusa

L'inverno s'avvicina, portando le temperature a Kiev sotto le zero, e a sempre più frequenti blackout una linea elettrica ormai pesantemente stressata

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L'inverno s'avvicina, portando le temperature a Kiev sotto le zero, e a sempre più frequenti blackout una linea elettrica ormai pesantemente stressata dai costanti attacchi russi; ma non sono solo queste le cattive notizie per un paese che, per procura occidentale, sta ormai conducendo da più di tre anni una guerra decisamente oltre le sue possibilità. Pokrovsk, città che un tempo vantava almeno 60mila abitanti e che oggi ne conta non più di 1.300, è ridotta ad un campo di rovine dove, stando alle cronache, o ancora si combatte palmo a palmo o i russi già avrebbero issato la bandiera dei conquistatori. Probabilmente, come vedremo dai prossimi paragrafi, la verità sta nel mezzo, con scenari comunque nient'affatto rassicuranti per Kiev e chi l'ha finora teleguidata in una guerra contraria ai suoi interessi. Una situazione che appare ancor più fragile alla luce dell'inchiesta tedesca che accusa l'ex comandante Zaluzhny, oggi ambasciatore a Londra, di sabotaggio ai gasdotti North Stream e dello scandalo da 100 milioni di dollari che coinvolge figure nel “cerchio magico” del Presidente Zelensky, con sensibili rischi anche per la sua fiducia presso i partner occidentali. 

 

Da oltre tre anni in Ucraina orientale si conduce quella che per l'Institute for the Study of War (ISW) è una “guerra d'attrito ad alta intensità”, con forti mobilitazioni di uomini e mezzi, ma anche con un'impressionante dispersione del fronte. Pokrovsk, su cui si sono visti convergere circa 150mila militari russi, ne è un chiaro esempio, con combattimenti che nel corso di quattro settimane hanno portato al controllo di 165 kmq (Russia Matters). Tuttavia, sempre come ricordato dall'ISW, l'Ucraina continua a resistere, benché paia piuttosto sensato chiedersi pure fino a quanto potrà permetterselo: attacchi minori su Zatyshok e Kupyanks hanno ad esempio consentito alle sue forze di recuperare circa 59 kmq, ma al prezzo di un forte sacrificio in uomini e mezzi. Si può comprendere come simili “diversivi”, agli occhi del comando ucraino, siano funzionali a ridurre la concentrazione delle forze russe sui punti principali, facilitandone la difesa o, come ora nel caso di Pokrovsk, il ritiro dei propri contingenti dopo averne già “bruciati” fin troppi per mantenerne il presidio. 

 

E' in ogni caso una strategia che comporta costi troppo alti in rapporto ai pur sempre modesti benefici, risultando a dir poco sconveniente in un'ottica di lungo periodo: perseverandovi, per Kiev il rischio di ritrovarsi con numeri di uomini e mezzi largamente insufficienti alle sua difesa futura, nei presidi non ancora conquistati dai russi, appare più che probabile. Anche perché la fornitura da parte dei partner occidentali di armi e capitali “a fondo perduto”, o quasi, non sembra ormai più un argomento su cui davvero poter mettere la mano sul fuoco. Considerando pure le crescenti difficoltà nei reclutamenti, oltre all'aumento delle rese e delle diserzioni al fronte, si può ben capire come per Kiev gli scenari futuri non appaiano affatto rosei; ma difficilmente ci sarà chi, a fronte di tali considerazioni, cadrà dalle nuvole.

 

Insieme a Selydove, caduta lo scorso agosto, Pokrovsk componeva la penultima linea difensiva nel Donetsk orientale. Ecco perché, sempre per l'ISW, la sua presa da parte dei russi potrebbe garantire a quest'ultimi l'apertura di varchi verso Kostiantynivka e Kurakhove, due città che insieme formano l'ultima barriera fortificata prima delle pianure aperte ad ovest. Dopo quei lunghi tratti di territorio, resterebbero “solo” la Zaluzhny Line, circa duemila km di trincee da Luhansk a Zaporizhzhia, e le difese concentriche intorno a Kiev. Proprio a difesa di tutti questi bastioni viene da chiedersi quali uomini e quali mezzi Kiev potrà schierare nel caso di un conflitto protratto ad oltranza, fino alle più estreme conseguenze: per quanto contrastanti tra loro, anche le fonti occidentali più sensibili alla causa ucraina tendono a divergere nelle stime su morti, feriti e dispersi, limitandosi sempre di volta in volta a ritoccarle con molta cautela. Il tema dei caduti, già in passato affrontato anche in queste pagine, è del resto ad alta sensibilità politica: l'opinione pubblica occidentale, ormai in maggioranza stanca di un conflitto i cui costi gravano sempre più sulle proprie condizioni economiche, ancor meno sarebbe disposta a sostenerlo dinanzi un simile bilancio umanitario. Per le élites occidentali si tratterebbe di un'ulteriore perdita di legittimazione politica agli occhi dei propri concittadini, un grave campanello d'allarme per la tenuta di tante poltrone. 

 

Non sono però soltanto queste le notizie che angustiano Kiev e i suoi ambienti di potere. Lo scorso 10 novembre il Wall Street Journal, riprendendo un'anticipazione già data da Die Welt l'8 settembre, la Procura federale tedesca sarebbe decisa a portar avanti l'unica inchiesta ancora aperta sul sabotaggio del North Stream, avvenuto il 26 settembre 2022. Stando a quanto riportato, un'unità di élite ucraina avrebbe agito sotto la diretta supervisione di Valery Zaluzhny, allora Comandante in Capo e oggi Ambasciatore a Londra. Il piano, forte di un'iniziale approvazione di Zelensky ma successivamente fermato da un avvertimento dell'intelligence americano, sarebbe stato infine portato avanti in forma modificata, con circa sei o sette sabotatori a bordo del panfilo Andromeda

 

A frapporsi almeno per ora ad un maggior chiarimento dei fatti in ambito giudiziale, permangono l'estradizione di Serhiy Kuznetsov, arrestato nel nostro paese lo scorso 21 agosto, come da successiva sentenza del 16 settembre, e il rilascio di Volodymyr Zhuravlov, fermato in Polonia il 30 settembre e rilasciato il 18 ottobre con la motivazione, da parte della Corte di Varsavia, di “atto militare giustificato”, cui sono pure seguite onorificenze con titolo di “eroe” e la concessione dell'asilo politico. Mentre Berlino accusa Varsavia d'aver ostacolato le indagini in connivenza con Kiev, quest'ultima per bocca dello stesso Zelensky cerca di liquidare la faccenda come “disinformazione russa” (Wall Street Journal), con un nervosismo che ne lascia trapelare tutta l'inquietudine. Mai come ora, infatti, il Presidente appare vicino ad una defenestrazione a favore di qualche altra figura giudicata più popolare, eventualmente spendibile per dei negoziati con Mosca pur portando nel frattempo avanti la guerra ancora per un po'. Tuttavia, per Berlino, le accuse a Varsavia non si fermano alla sola assunzione di Zhuravlov, ma anche ad un'altra figura ritenuta vicina a Zaluzhny come Roman Chervinsky, accusato dal Washington Post e da Der Spiegel d'aver coordinato l'operazione col panfilo e gli altri sabotatori.

 

Tutto dipende infatti dai partner occidentali di Kiev, visto che se in Ucraina l'iniziativa militare è soprattutto nelle mani di Mosca, quella politica è invece principalmente spartita tra Washington, Londra e Bruxelles. Ognuno, a quanto pare, ha le proprie idee sul da farsi, tra chi s'aggrappa almeno in apparenza a sostenere la permanenza dell'attuale Presidente ucraino e chi invece comincia sempre più apertamente a valutarne una sostituzione, in entrambi i casi anche a suon di colpi di bassi. La guerra che i paesi occidentali hanno sin qui condotto contro Mosca, cavalcando Kiev, sembra ormai sempre più rifluire tra di loro, portandoli seppur al momento solo sotterraneamente a scontrarsi sulla scelta di quali destini riservare alle macerie politiche del governo ucraino. L'inchiesta di Berlino contro Zaluzhny, principale rivale di Zelensky, dato per nettamente favorito in caso di nuove elezioni, suona decisamente come un favore all'attuale Presidente ucraino, teso a sorreggerne le sempre più traballanti sorti. 

 

La risposta che tuttavia giunge da Londra, dove il ruolo diplomatico di Zaluzhny non è certo casuale, s'ha nell'Operazione Midas, col National Anti-Corruption Bureau (NABU) che ha reso pubbliche intercettazioni e video riguardanti un giro di tangenti del 10-15% sugli appalti per proteggere le centrali nucleari ucraine. I fondi, destinati a difese anti-drone, si sarebbero trasformati in case di lusso e conti offshore, con una nuova e rovinosa Tangentopoli ucraina: cinque gli arrestati e due i latitanti, tra cui Timur Mindich, ex socio di Zelensky nella Casa di produzione Kvartal 95 e partner dell'oligarca Ihor Kolomoisky. Licenziati pure il ministro dell'Energia Svitlana Grynchuk e quello della Giustizia German Galushchenko, ed indagato l'ex vicepremier Oleksii Chernyshov. La premier Yulia Svyrydenko ha promesso una “riforma totale” delle aziende energetiche statali ucraine, cercando di fornire rassicurazioni ai partner occidentali (Reuters). Quest'ultimi, certamente non ignari di come andassero già prima le cose a Kiev e dintorni, sono pur sempre infastiditi per la fuga di notizie, con uno scandalo che, come ricordato dal polacco Donald Tusk, non certo freddo coi suoi vicini ucraini, potrebbe costare all'Ucraina addirittura la guerra.

 

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