
Pochi giorni fa, il 6 novembre, è caduto il 55° Anniversario dei Rapporti Diplomatici tra Italia e Cina: la loro storia, documentata anche nel recente numero di Scenari Internazionali a cui con piacere ho contribuito, ha visto nel ventennio precedente un percorso ripido e tortuoso, a tratti carsico, ma forse anche per tali ragioni assai affascinante. Pare particolarmente opportuno parlarne in questo momento non soltanto per la coincidenza con l'Anniversario, a cui suggello Pechino ha inteso festeggiare estendendo di un altro anno l'esenzione dal visto per i cittadini italiani che visiteranno la Cina, ma anche perché davvero i rapporti tra i due Paesi paiono oggi avviati ad una sempre più costruttiva e promettente solidità. Mentre a Pechino si celebrano i risultati del 14° Piano Quinquennale ed inizia ad entrare a regime il 15°, che ne proseguirà gli importanti sviluppi in vari settori come ad esempio la transizione ecologica o la modernizzazione tecnologica, tra Roma e Pechino le relazioni paiono infatti arricchirsi di nuovi capitoli che spaziano dalle cooperazioni nel settore storico e culturale agli ambiti scientifici e tecnologici. Archeologi italiani e cinesi sono per esempio al lavoro nei siti di Dazu, risalenti alla dinastia Tang, mentre i recenti Saloni dell'Auto e della Moto di Torino e Milano hanno illustrato ad una platea ormai non più soltanto nazionale l'immenso potenziale derivante dalla sinergia italo-cinese in questi come in altri ambiti industriali.
Soltanto pochi giorni fa, ad esempio, l'Ambasciatore cinese in Italia, Jia Guide, ha tenuto un interessante discorso a commento dell'incontro tra i Ministri degli Esteri Antonio Tajani e Wang Yi, intitolato “Salvaguardare l'ordine internazionale e migliorare la governance globale”, in cui ha parlato ad una platea soprattutto di studenti di temi come la difesa del multilateralismo e dell'equità globale, la promozione di un commercio globale equo ed aperto, l'approfondimento della cooperazione verde e il rafforzamento della governance climatica, e la promozione del rispetto reciproco e del dialogo tra civiltà. Sebbene non siano infrequenti simili discorsi da parte di esponenti della diplomazia cinese nel mondo, è tuttavia significativo che questo sia stato pronunciato ad un pubblico soprattutto di giovani e in un Paese come il nostro, la cui propensione al multivettorialismo è fatto di per sé più che noto. Dopotutto, i giovani rappresentano il futuro e rivolgersi a loro indica una fiducia nell'avvenire e in ciò che realizzeranno, oltre a ciò che i contemporanei sono già chiamati a fare per favorirli; mentre la natura multivettoriale del nostro Paese, seppur talvolta frustrata dai deficit di sovranità accusati nei confronti degli alleati più potenti, come i casi degli odierni conflitti in Ucraina e Medio Oriente ci stanno a testimoniare, rimane comunque un pregio sancito dalla sua stessa geografia di grande penisola nel cuore nel cuore del Mediterraneo.
Proprio ripensando ad una tale natura del nostro Paese, appare spontaneo ripercorrere i rapporti tra Italia e Cina in quello che per certi versi fu il tempo della sua “nuova semina” in attesa di un germoglio che, secondo i tempi della storia umana, non tardò neppure troppo ad arrivare. Repubblica Italiana e Repubblica Popolare Cinese in quel periodo erano ancora, almeno per l'ufficialità, delle estranee: Roma in rapporti con la Repubblica di Cina di Chiang Kai-shek, quanto gli altri Paesi occidentali, Pechino coi Paesi socialisti o di recente indipendenza come in Africa e nel Mondo Arabo. Il Secondo Conflitto Mondiale, da poco spentosi, gravava con tutti i suoi nuovi equilibri e, nel caso occidentale, vedeva da parte anglo-americana un forte diniego a conceder spazi alla nuova Repubblica Popolare nel frattempo proclamata a Pechino. Eppure nella giovane Repubblica Italiana non mancava chi aveva volontà di guardare all'ancor più giovane Repubblica Popolare, trovandovi una pronta disponibilità. Il primo a ripercorrere le orme d Marco Polo fu Pietro Nenni, il vulcanico segretario del PSI, definito a quel tempo “l'unico vero rivoluzionario d'Italia”: e chissà che quella nomea non fosse in effetti vera, considerando il maggior “conservatorismo” di fondo che invece connotava il segretario dell'altra grande forza della sinistra italiana, Palmiro Togliatti del PCI, suo compagno di avventura nella breve vita del Fronte Popolare. Nel 1955 Nenni visitò la Cina, convinto della necessità di aprire ad un grande Paese socialista con un modello politico alternativo a quello dell'URSS allora ancora fortemente stalinista.
Non era tuttavia l'unico, in Italia, a pensarla così: anche figure illuminate della DC, del vasto mondo cattolico italiano, serbavano quelle medesime convinzioni. Sempre nel 1955 il sindaco democristiano di Firenze, Giorgio La Pira, invitò il suo omologo di Pechino in visita, ospitando un convegno internazionale dove ricordò quanto fosse importante coinvolgere il gigante cinese per il bene della stabilità globale. Del medesimo auspicio erano pure altre grandi figure della DC come Aldo Moro e Amintore Fanfani, esponenti di correnti diverse, più conservatrici ma al tempo stesso capaci pure di grandi e lungimiranti slanci di progresso. Sempre democristiano era poi Enrico Mattei, il visionario salvatore dell'AGIP e fondatore dell'ENI, che nel 1958 avviò i primi rapporti commerciali con Pechino: proprio quell'anno l'AGIP Chimica, filiale del neonato ma già fiorente Ente Idrocarburi, iniziò ad esportare in Cina i suoi fertilizzanti, preziosi per elevare la resa agricola. Uno degli imperativi di Mao Zedong, in una Cina all'epoca ancora in lotta con la fame, era che ogni suo cittadino potesse disporre di una ciotola di riso: potenziare l'agricoltura con la sua modernizzazione, tramite ad esempio i fertilizzanti di ultima generazione, era un fattore essenziale. Insomma, malgrado gli equilibri imposti dalla Guerra Fredda, il nostro Paese non rinunciava fino in fondo alla sua natura multivettoriale, ritrovando in Pechino una sua civiltà sorella.
Gli anni successivi alla rottura sino-sovietica del 1961 diedero un nuovo slancio al riconoscimento di Pechino tra i Paesi occidentali: a quel tempo la Cina aveva già messo a segno l'avvio di rapporti diplomatici con molte Nazioni divenute indipendenti con la fine del colonialismo tra Asia ed Africa, e il suo sostegno all'ONU ne era uscito di volta in volta notevolmente accresciuto. La prima in Europa a rompere gli indugi fu la Francia, già nel 1964, manifestando sotto la Presidenza gollista la sua volontà di rimarcare una maggior autonomia dal resto del blocco atlantico egemonizzato dagli USA e dal Regno Unito. Pian piano anche altri iniziarono ad aggiungersi, mentre in Italia il partito del riconoscimento andava facendosi sempre più fitto. Negli Anni ‘60 erano sorte varie aziende che intrattenevano rapporti commerciali con Pechino, indicando oltre al coraggio imprenditoriale anche lungimiranza e pionierismo. I tempi erano maturi per compiere un passo in più, per rendere l'informale finalmente formale. Paolo Vitonieri del PSI, proprio in quel 1964, aveva visitato la Cina incontrando il Presidente Mao: le due parti avevano discusso della possibilità di aprire dei rispettivi uffici di rappresentanza, iniziativa presto concretatasi a seguito della firma tra Consiglio cinese per la promozione del commercio internazionale ed Agenzia per la promozione all'estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane (ICE) nel novembre dello stesso anno.
Nel 1969 il nuovo governo di centrosinistra guidato dal democristiano Mariano Rumor, con ministro degli Esteri Pietro Nenni, compì quel primo ed auspicato passo, con l'annuncio in parlamento di voler riconoscere Pechino quale unica legittima rappresentante del popolo cinese; quindi, a seguito di consultazioni tra i rispettivi governi, gli ambasciatori italiano e cinese s'incontrarono a Parigi proprio per annunciare, il 6 novembre di quell'anno, la nuova realtà. Nei mesi successivi le due parti ampliarono sempre più le loro collaborazioni, con la consegna il 20 aprile 1971 da parte del primo Ambasciatore della Repubblica Popolare Cinese in Italia, Shen Ping, delle credenziali al Presidente della Repubblica Italiana, Giuseppe Saragat. Pure Saragat, socialista più moderato di Nenni, fondatore del PSDI, nel 1950 aveva invitato in parlamento il governo italiano a riconoscere la Cina: per Pechino non era proprio uno sconosciuto. Mandato a prendere l'Ambasciatore cinese con la propria auto presidenziale, nell'incontrarlo al Quirinale così aveva parlato: “Il motivo per cui l'ambasciatore deve presentare le credenziali in un periodo di tempo così breve è principalmente quello di esprimere con entusiasmo i sentimenti profondi del popolo italiano e di me stesso al popolo cinese”. Il mese dopo il figlio di Saragat, visitando la Cina nella delegazione guidata dal socialista Mario Zagari, ministro del Commercio, incontrando il Presidente Mao gli portò i suoi saluti.
Aldo Moro, da tempo subentrato a Nenni alla guida del ministero degli Esteri, spiegando la “nuova realtà” dei rapporti diplomatici tra Roma e Pechino, li descrisse "risultato della coerente politica estera a lungo termine del governo italiano”. Pochi mesi dopo il nuovo Primo ministro, il democristiano Emilio Colombo, visitò Pechino, primo di una lunga serie di viaggi. Nenni, nel frattempo recatosi in Cina, venne accolto da un ormai vecchio amico come il Primo ministro cinese Zhou Enlai, che esprimendogli tutta la gratitudine del suo Paese gli disse: “Quando beviamo acqua dal pozzo, non dimenticheremo mai la persona che scava il pozzo”. Un buon motivo perché di tutte le personalità fin qui nominate, italiane e cinesi, si serbi il ricordo, in onore delle loro grandi qualità di coraggio, saggezza e lungimiranza davvero fuori dal comune.
