
Pochi giorni fa, il Presidente Trump ha compiuto un esteso tour tra Asia e Pacifico, il più lungo dal suo insediamento. La prima tappa è stata a Kuala Lumpur, dove ha partecipato al vertice ASEAN ed incontrato il premier Anwar Ibrahim, con questi presenziando alla firma dell'accordo di pace tra Thailandia e Cambogia, entrate in ostilità alla fine di luglio (BBC). Gli sforzi di Trump per presentarsi ad ogni longitudine e latitudine come “grande paciere globale”, in grado di sanare i conflitti più disparati, dalla Palestina al Caucaso, dal Congo alla Penisola Indocinese, sono ormai più che noti: fa parte di una ben studiata strategia volta a rilanciare, insieme al suo prestigio personale a livello internazionale, anche quello non molto in salute degli Stati Uniti. Con un'immagine rafforzata, Trump e gli Stati Uniti possono così agire con maggior influenza nel perseguimento dei propri obiettivi: non a caso dall'accordo di pace tra Thailandia e Cambogia Washington ha ottenuto nuovi ed importanti accordi commerciali, oltre ad una ricandidatura al Nobel per la Pace da parte del premier cambogiano Hun Manet (Reuters, Al Jazeera).
L'evento, insomma, ha procurato un indubbio ritorno d'immagine: marketing politico, qualcuno dirà, ma pure con indubbi benefici economici, e senza mai perdere d'occhio la Cina. E' infatti Pechino il grande dominus tra Asia e Pacifico, al cui cospetto Washington si presenta in condizioni visibilmente più precarie che in passato: consapevole di tanto svantaggio, Trump ha facilmente pensato che, annunciandosi alla Cina e a Xi Jinping con un importante accordo di pace addirittura tra due suoi strategici partner regionali come Bangkok e Phnom Penh, avrebbe potuto recapitargli un messaggio politico “forte e chiaro” (BBC, Chatham House, NPR). Ma sbaglieremmo se guardassimo all'accordo di pace tra i due paesi indoasiatici solo dal punto di vista del perseguimento di una più forte immagine personale o di vantaggiose intese commerciali, o ancora dell'invio di un neanche troppo silente messaggio di rinnovato vigore internazionale a Pechino: un altro motivo risiede infatti nella ricerca, in parte pure raggiunta, di una più solida presenza all'interno della cornice ASEAN, dove Washington può pur sempre contare su alcuni alleati storici, più o meno stabilmente dalla sua parte (Filippine, Thailandia), e su interlocutori importanti ed irrinunciabili, da ingraziarsi maggiormente (Indonesia, Malaysia). E' tra Asia e Pacifico che si giocano oggi le più importanti partite globali, dall'economia alla sicurezza, con Cina e ASEAN protagonisti assoluti.
In Giappone, dove s'è diretto successivamente, Trump ha potuto maggiormente far sfoggio di muscoli, incontrando la nuova premier Sanae Takaichi. Là giungeva non soltanto forte del discreto successo riportato in sede ASEAN, ben enfatizzato dai media occidentali (Reuters, AP, New York Times), ma soprattutto godendo di un clima ancor più favorevole, con una premier espressione delle correnti più nazionaliste del Partito liberaldemocratico, la cui rinnovata volontà di potenza nipponica ben si sposa col desiderio trumpiano d'elevare nel Pacifico ulteriori “barriere difensive” contro la Cina. Non a caso i due leader hanno convenuto sulla comune volontà d'elevare i rapporti bilaterali tra Washington e Tokyo ad un livello di “nuova era”, con una particolare attenzione all'ambito militare, e siglato accordi anche su altri ambiti ugualmente molto cari ad ambo le parti come i minerali critici, la tecnologia nucleare o ancora il commercio. Pure in tale contesto, l'occhio rivolto a Pechino da parte di Trump non è mancato mai, a riprova che esattamente come al vertice ASEAN uno degli obiettivi primari di un tour tanto lungo e differenziato come questo tra Asia e Pacifico risiedeva proprio nel “serrare le fila” tra i propri partner ed interlocutori locali. Dopotutto, anche Tokyo dinanzi alla guerra dei dazi avviata dalla Casa Bianca ha manifestato sin da subito non poche inquietudini, dimostrando pure una certa qual volontà di disallinearsi dall'alleato statunitense in nome della salvaguardia dell'interesse nazionale.
Infine, l'approdo in Corea del Sud, per partecipare al vertice APEC di Busan. Proprio là Trump ha avuto l'atteso incontro col suo omologo Xi Jinping, il primo dal suo ritorno alla Casa Bianca (Politico), incentrato su temi che hanno tracciato un forte solco tra Washington e Pechino come i dazi, il commercio agricolo o ancora i minerali critici (ANSA, AGI), ma anche sulla ricerca di un rinnovato impegno da parte cinese ad aiutare gli Stati Uniti a trovare una via d'uscita al conflitto in Ucraina. Oltre alla Cina, principale obiettivo di Trump in questo suo tour, anche la stessa Seul ha costituito un altro partner con cui ricostruire un rapporto reso sempre più frastagliato dai fatti degli ultimi mesi: i dazi hanno suscitato profonde inquietudini pure nel mondo del business e dell'hi-tech sudcoreano, andandosi ad aggiungere ai contrasti già sorti all'indomani del fallito golpe dell'allora Presidente Yoon Suk-yeol dello scorso dicembre. Il Presidente sudcoreano Lee Jae-myung ha attribuito al suo omologo statunitense la massima onorificenza nazionale, il Grand Order of Mugunghwa, con una strategia di captatio benevolentiae non tanto dissimile da quella già attuata dal premier cambogiano: cogliendo la sensibilità che una figura molto attenta all'immagine come Trump nutre per ogni simbolo in grado di tributargli un maggior prestigio, e da portar poi in patria alla stregua di un nuovo trofeo con cui rafforzare la sua popolarità, i vari leader asiatici hanno di fatto dimostrato pure di sapere come meglio imbonirlo a proprio vantaggio.
Tuttavia, è il rapporto tra Stati Uniti e Cina ad interessarci di più, anche perché la stessa ricerca di una maggior cooperazione con gli altri partner asiatici indica da parte di Washington la volontà d'individuare catene del valore alternative a quelle in cui la presenza di Pechino appare ad oggi un fatto inaggirabile. L'incontro con Xi Jinping indica invece la volontà di ricostruire i negoziati dopo mesi di tensioni, seppur con significative differenze in materia di tariffe e tecnologie, e non solo. Uno dei punti forti della campagna di Trump di questi mesi era stata la crociata contro il Fentanyl, i cui componenti di base per comprensibili ragioni legate alla deindustrializzazione statunitense provengono oggi massimamente dall'Asia: con Pechino è stato uno dei nodi sul tavolo, usato soprattutto per rafforzare in un senso più ampio il valore di tutta la posta in gioco. Molto più del Fentanyl, oggi negli Stati Uniti non più soltanto pesante argomento di cronaca ma anche di politica, ciò che davvero a Trump in quella sede risultava prioritario era di poter sortire dalla Cina la garanzia del mantenimento almeno per un anno delle esportazioni di minerali critici (AP, Reuters). Nel frattempo, la rete d'approvigionamento alternativa più o meno delineata con altri partner, come in primo luogo il Giappone, dovrebbe secondo Washington entrare a regime (WhiteHouse, Reuters). Prendendo tempo, gli Stati Uniti dell'era Trump puntano dunque a consolidare un loro maggior “sganciamento” dalla dipendenza dalla Cina in fatto di prodotti e materie prime.
L'accordo tra Stati Uniti e Giappone, e la volontà cinese a non interrompere prima di un anno le esportazioni di minerali critici, indicano la possibilità che nel breve e medio periodo (tra i sei e i dodici mesi) venga a crearsi un maggior spazio per gli investimenti e le capacità d'estrazione e raffinazione al di fuori della Cina. Questo nuovo “ecosistema” finanziario e industriale andrebbe a riguardare, oltre agli stessi Stati Uniti e Giappone, anche altri poli “fertili” a tali attività per ragioni minerarie e manifatturiere, dall'Africa all'Australia. In teoria, vi potrebbe essere una maggior diversificazione delle catene del valore, ma bisognerà pure vedere quanto tempo effettivamente dovrà trascorrere prima che i prezzi possano renderle davvero convenienti. Per il resto, se gli accordi sin qui visti tra Stati Uniti e Cina possono nel breve periodo ridare fiato ai mercati, le molte incognite che continuano a rimanere sul tavolo non contribuiscono a dar loro una solida fiducia: la questione di Taiwan, i controlli tecnologici, le restrizioni sui semiconduttori e la proprietà intellettuale continuano ancora ad essere visti da Washington in modo sensibilmente diverso da Pechino, dando l'idea che quella ricercata da Trump sia soprattutto stata una tregua tattica, non destinata ad una lunga vita.
Ancora, altri punti pur sempre ammessi anche dalla stessa stampa occidentale (AP, Reuters), col suo lungo tour tra Asia e Pacifico Trump ha sì cercato di ricostruire intorno agli Stati Uniti una capacità di soft e hard power nella regione; ma alla fine dei conti le capacità di Washington d'incidere nelle scelte strategiche dei suoi partner asiatici non possono esulare dal concedere incentivi economici concreti, nella forma d'investimenti o accessi ai mercati, che richiedono nuove risorse. Infine, e qui tornano d'attualità i tanti nodi rimasti ancora irrisolti nel rapporto sino-americano: le restrizioni alle esportazioni di chip o i veti su specifiche tecnologie in futuro potrebbero venir ripresi in chiave di sicurezza regionale, col via a nuove barriere tra i due Paesi: come si può facilmente intuire, in pochi sono pronti a scommettere davvero su uno sganciamento completo, per giunta di successo, degli Stati Uniti dalla Cina (China Briefing, AP). Maggior fiducia si può invece avere guardando all'impegno cinese ad acquistare più prodotti agricoli e gas GNL dagli Stati Uniti; ma come si può facilmente intuire, ciò implica pure un analogo e simmetrico impegno per Washington a manifestare una maggiore volontà nel cercare una soluzione a tutti gli altri dossier ancora in sospeso.
