
Fino a poche ore fa Budapest avrebbe dovuto essere il palcoscenico di uno storico vertice tra Vladimir Putin e Donald Trump ma oggi, a seguito dell'improvviso ed unilaterale ritiro del Presidente americano, sembra piuttosto il simbolo di un negoziato naufragato ancor prima di nascere. Si sono così nuovamente gelate le speranze di una mediazione diretta tra le due superpotenze, mentre la guerra di logoramento in Ucraina continua e sempre più impietose emergono tutte le fratture nel fronte occidentale. E pensare che era stato proprio il Presidente americano, prima d'affossarlo, a desiderare fortemente il progetto di un vertice a Budapest per individuare una nuova convergenza con la controparte russa, e pure la scelta della capitale ungherese in tale contesto non era risultata affatto casuale. Dopotutto, Budapest è sì membro dell'UE e della NATO, ma pure piuttosto “critico” sul conflitto in Ucraina rispetto ai suoi alleati dell'Ovest, tanto da intrattenere ancora delle costruttive relazioni con Mosca; inoltre, sempre per via del governo di Viktor Orban, si presenta come punto di riferimento tanto per i sovranisti europei quanto per quelli americani.
Organizzando a Budapest un simile incontro, Trump avrebbe potuto nuovamente indossare i panni del “grande pacificatore globale”, porre termine a condizioni verosimilmente convenienti per Washington un conflitto oggi visto come il maggiore al mondo (nonostante altri di non meno annosi, dal Medio Oriente all'Africa Subsahariana), e al contempo rafforzare enormemente il prestigio a livello occidentale del “fronte sovranista” di cui è pur sempre leader numero uno. Inoltre, incontrandosi con Putin, ospite di Orban nella sua Budapest, avrebbe inviato un neanche troppo recondito messaggio politico agli alleati europei meno allineati e soprattutto a Bruxelles, nella forma di un vero e proprio schiaffo alla linea ufficiale della Commissione UE d'allineamento “totale” a Kiev. Il segnale sarebbe stato pesante anche per la Corte Penale Internazionale, vista l'oggettiva impossibilità d'eseguire il mandato di cattura a carico del Presidente russo (Budapest ha avviato il ritiro dalla CPI già dallo scorso aprile, con piena effettività da giugno 2026). Indubbiamente, tutti questi messaggi politici sarebbero piaciuti molto anche alla controparte russa, ancor più considerando che Budapest era stata teatro pure del Memorandum del 5 dicembre 1994 con cui l'Ucraina aveva rinunciato al suo arsenale nucleare, al tempo il terzo più grande a livello mondiale, restituendolo alla Russia che riconosceva come unica erede giuridica della dissolta Unione Sovietica, ed ottenendo in cambio da questa e da Stati Uniti ed Inghilterra garanzie per la sua sicurezza internazionale. Com'è noto, anche il contenuto di quel Memorandum nel corso di questi oltre tre anni di conflitto è stato spesso oggetto di numerose controversie.
Ad accompagnare i preparativi per l'incontro mai nato, le coreografiche invettive di Trump a Zelensky, addirittura minacciato di distruzione qualora non avesse acconsentito ad accordi con Mosca che prevedessero anche cessioni territoriali, e prima ancora ricevuto a Washington con una certa freddezza, senza i grandi onori di un tempo e soprattutto senza ricevere gli “agognati” Tomahawk (di fatto, più che quest'ultimi, ciò a cui Zelensky puntava era che usandoli fossero gli Stati Uniti e la NATO a farsi trascinare in un conflitto ormai irreparabilmente perso per l'Ucraina, ritrovandosi faccia a faccia con la Russia). Fino a poche ore fa, come dicevamo, molti davano per probabile una rapida fine del conflitto, se non altro a causa del diminuito impegno di Washington per un'Ucraina ormai al collasso: fatto salvo per nuove iniezioni di liquidità da parte degli alleati europei, Kiev per novembre non sarà in grado di pagare gli stipendi ai suoi dipendenti pubblici, esercito compreso, mentre quest'ultimo sta cedendo terreno lungo tutta l'ampia linea del fronte. L'intero Donbass è appannaggio pressoché totale delle forze russe, con Mirnograd e Pokrovsk in via d'evacuazione da parte delle forze ucraine; Kostantinovka, Seversk e Chasiv Yar già sono state cedute, mentre Slaviansk e Kramatorsk risultano ora troppo esposte e non a lungo difendibili. A quel punto, le forze russe si potranno più facilmente concentrare su obiettivi come Kharkov, l'oblast di Dnepropetrovsk, Zaporozhe e magari, oltrepassando il Dnepr, anche Kherson, mentre per quelle ucraine c'è seriamente da chiedersi per quanto ancora potranno resistere prima di un loro repentino tracollo.
Ad ogni modo, almeno per il momento d'incontri tra Trump e Putin per un po' non se ne parlerà. Secondo la Casa Bianca, la trattativa sarebbe saltata per “mancanza di garanzie serie” da parte di Putin per una tregua immediata: comprensibilmente al Cremlino non giudicano di buon occhio una proposta che, anziché puntare a sanare le “ragioni storiche” del conflitto (ad esempio la corsa della NATO ad Est, fino ad inglobare l'Ucraina, e lo status della stessa Ucraina orientale, le cui popolazioni dopo il 2014 sono state oggetto di pesanti trattamenti da parte delle autorità di Kiev), miri più semplicemente a congelarlo così da prorogarlo a media o bassa intensità a tempo indefinito. Inoltre, con la tregua, Stati Uniti ed alleati europei avrebbero tutto il tempo per ripristinare almeno parte del potenziale militare ucraino, continuando a godere di un governo locale che sempre per Mosca è, per la sua natura politica ed ideologica, parte del problema, ovvero delle suddette “ragioni storiche”. Mosca ha definito il fallimento anzitempo dell'incontro “un'occasione persa”, accusando Washington d'aver teso all'ultimo momento delle pretese irrealistiche, come ad esempio il ritiro immediato delle truppe russe da tutti i territori presidiati, Crimea compresa. Secondo il Cremlino, qualunque trattativa non può che partire dal “riconoscimento dei nuovi territori russi”, punto inaccettabile per Kiev e i suoi alleati (sebbene soltanto ieri, dinanzi ai costanti rovesci sul fronte orientale, Zelensky avesse cominciato a rivalutare la possibilità di negoziati basati sull'attuale linea di contatto tra forze ucraine e russe).
Hanno avuto ragione quanti supponevano che l'incontro di Budapest, lungi dal soverchiare le deludenti memorie di quello di Anchorage dello scorso 15 agosto, rivelatosi oltremodo infruttuoso e burrascoso, si sarebbe trasformato in un suo doppione: peggio ancora, è riuscito a diventarlo ancor prima di svolgersi. A Trump sarebbe certamente servito un summit politicamente e mediaticamente di successo, proprio per cancellare il ricordo di quello in Alaska, in ultima analisi più fruttuoso per Putin che per lui; ma dovrà aspettare ancora, mentre la sua base elettorale, a cui ben volentieri avrebbe voluto rivendere tale trionfo, seguita a smagliarsi. Gli alleati europei, che avevano accolto con comprensibile freddezza l'idea di un incontro a Budapest, sempre con non maggior trasporto ne hanno commentato pure il fallimento, con alcuni di loro tutto sommato sollevati dall'idea di poter continuare a premere sull'acceleratore delle politiche di riarmo e conversione bellica, dall'asse franco-tedesco (o quanto ne rimane) al paesi baltici.
Quanto alla Russia, nel frattempo ha dimostrato (anche con parziale ammissione del Presidente americano di pochi giorni fa, in netto contrasto con le uscite precedenti che le attribuivano un'economia prossima al collasso) un'elevata resilienza, riorganizzato le sue catene d'approvigionamento tramite partner come Cina, Turchia, Kazakhstan ed altri paesi terzi, e trovato sempre facili compratori per i suoi prodotti, dall'energia al grano alle altre materie prime, oggi tutte commodities sostenute da prezzi internazionali tali da garantirle ampi flussi di cassa. E, forte del positivo andamento sempre più registrato dalle sue forze militari sul campo, difficilmente potrà aver interesse a sedersi al tavolo delle trattative se non per discutere seriamente del conflitto, vale a dire riconoscendone le “ragioni storiche”. Finché gli Stati Uniti e gli alleati europei non accetteranno di prenderle in considerazione, per Mosca il conflitto non potrà che continuare; ma d'altronde anche per costoro la questione non pare porsi tanto diversamente.
