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Gaza: le difficoltà di portare avanti non una pace, ma anche solo una credibile tregua

16-10-2025 18:39

Filippo Bovo

Gaza: le difficoltà di portare avanti non una pace, ma anche solo una credibile tregua

Che la tregua, ancor meno pace, a Gaza sia a dir poco fragile e di dubbia credibilità, è un tema ormai chiaro a tutti, fatto salvo chi ancora dà credi

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Che la tregua, ancor meno pace, a Gaza sia a dir poco fragile e di dubbia credibilità, è un tema ormai chiaro a tutti, fatto salvo chi ancora dà credito ad un certa "propaganda": basti pensare che dei circa 600 tir che sarebbero dovuti entrare nella Striscia, soltanto un terzo ha potuto effettivamente farvi ingresso. Hamas ha riconsegnato ad Israele gli ultimi 20 ostaggi vivi insieme ai corpi di altri 28, ottenendo in cambio la liberazione di circa 2000 prigionieri, di cui circa 250 condannati all'ergastolo per reati mortali. Come riportato da Al Jazeera, secondo le autorità israeliane uno dei corpi riconsegnati non apparterebbe ad un ostaggio, ma ad un civile gazawi: da qui la decisione di bloccare a partire dallo scorso lunedì il valico di Rafah, interrompendo il transito dei mezzi dal Sinai settentrionale, ora incolonnati a motori spenti in attesa di nuovi ordini. Altri passaggi, come quelli per il nord della Striscia, risultano chiusi dal 12 settembre, mentre percorsi come Karem Shalom funzionano a singhiozzo senza poter coprire più del 10% del fabbisogno locale. 

 

Sebbene i primi ingressi di derrate alimentari e di aiuti umanitari abbiano contribuito in modo significativo all'abbattimento dei prezzi ufficiali, in precedenza giunti a livelli vertiginosi, il loro perdurante boicottaggio non ne velocizza ancora la discesa nei modi auspicati dalla popolazione, tornata intanto ad affollare i mercati. La situazione resta dunque tesa, sia per i saccheggi che per i colpi e le esplosioni uditi presso i punti di distribuzione degli aiuti. Hamas ha accusato l'IDF di aver ucciso altri 14 civili gazawi, continuando a violare i termini dell'Accordo, sebbene per giornali come Guardian e Times of Israel non risultino al momento significative operazioni nella Striscia. Dopo due anni di conflitto, come da fonti ONU, la Striscia versa in condizioni umanitarie drammatiche, a cui le nuove difficoltà pongono un ulteriore aggravio: l'80-90% degli edifici nel nord è andato distrutto, 565 operatori umanitari sono stati uccisi privando la popolazione di un urgente e necessario sostegno, e la malnutrizione infantile risulta “endemica”. I civili, nel frattempo, fanno ritorno alle proprie case sfidando le mine e gli ordigni rimasti inesplosi tra le macerie, ad inaugurare un nuovo e doloroso capitolo che con puntuale drammaticità sempre ricorre al termine di ogni conflitto.

 

Di là dalla questione delle salme, è soprattutto l'insoddisfazione per l'andamento delle trattative sulla composizione del Board of Peace concepito per una gestione transitoria di Gaza a motivare l'ostruzionismo israeliano. I nomi più irricevibili per Hamas, ma al contempo più graditi ad Israele (già per gli effetti plausibilmente destinati a determinare, come ad esempio il fallimento sul nascere dell'iniziativa: basti pensare all'ex premier inglese Tony Blair, al cui Istituto in ogni caso il Piano deve parte della sua paternità) hanno rapidamente perso quota a favore di altri come il Presidente egiziano Al-Sisi. Difficilmente Hamas avrebbe acconsentito a nomi tanto divisivi, avendo posto come premessa che Gaza sia guidata da figure provenienti dal suo territorio: posizione peraltro sottoscritta anche da altre sigle attive nella Striscia. Insieme all'ex premier inglese, in discesa appaiono anche le candidature dell'Autorità Palestinese, giudicata priva di credibilità politica per la sua forte dipendenza dal controllo israeliano ed americano, oltre ovviamente a quella del premier Benjamin Netanyhu, nome all'orecchio dei gazawi appare ancor più inascoltabile degli altri. 

 

Salgono invece, insieme ad Al-Sisi, le candidature di Jared Kushner e dei rappresentanti di EAU, Arabia Saudita, Egitto, Qatar, Indonesia ed Azerbaigian. Un altro nome scartato invece a priori da israeliani ed americani, quello di Yahya Sinwar, in ogni caso ostile al disarmo: una posizione, del resto, su cui Hamas e le altre sigle non intendono comprensibilmente recedere più di tanto. Il Piano prevede che a guidare il Board sia una GITA (Gaza International Transition Authority) supportata da forze di sicurezza internazionali formate da truppe di paesi arabi, musulmani ed altri ancora; ma intuibilmente una realtà amministrativa che aspira ad una piena statualità, priva di una propria forza militare in un contesto politico tanto instabile non sembra destinata ad avere un credibile futuro. Ma al momento, com'è noto anche dalle semplici dichiarazioni dei promotori del Piano, un riconoscimento a pieno titolo dello Stato palestinese risulta un tema fuori dall'agenda.

 

Inoltre, Israele vuole sì temporaneamente congelare il fronte di Gaza, ma nei suoi piani deve comunque trattarsi di un "congelamento caldo", che non ne calmi troppo le acque, per quanto difficile sia in ogni caso immaginarlo; e che soprattutto ne consenta una facile riaccensione. Del resto, già la natura incompleta del progetto in sé ha tutti i requisiti per consentirlo, e il costante boicotaggio che vediamo in questi giorni ne è pur sempre una prova. L''esigenza israeliana di mantenere caldi i fuochi si spiega innanzitutto coi problemi di politica interna: Netanyahu è a giudizio per tre gravi casi di corruzione, e non vuole perdere l'immunità politica garantitagli dal ruolo di premier; le componenti più estreme della sua maggioranza, e così pure buona parte dello stesso Likud, neanche gradiscono più di tanto l'attuale Accordo; e per finire una conclusione tanto repentina della guerra è difficile da presentare proprio alla stregua di una vittoria, aprendo una spirale potenzialmente catastrofica per i vertici e l'apparato nazionale. 

 

Di conseguenza, il proseguimento della guerra ad oltranza, per Israele, appare ora una conditio sine qua non. Non essendo però in grado di sostenere un conflitto a lungo termine (data la sua tradizione di paese strutturalmente votato soprattutto sulla guerra lampo, e date le difficoltà ad adattarsi in tempi relativamente brevi ad una nuova o diversa concezione bellica) Israele deve periodicamente rallentare il ritmo per "ricaricare le batterie", sia in termini militari che di fronte sociale interno, ancor più considerando i profondi e preoccupanti segnali di scollamento che da tempo accusano in modo crescente. Non va dimenticato che all'orizzonte si profila pure una "rivincita" con Teheran, da condursi insieme agli Stati Uniti; benché almeno per il momento ciò appaia più una mossa politica, volta magari ad elevare la tensione regionale e internazionale a fini negoziali, che un vero progetto militare. Ma ad ogni modo a Gaza, al 53% ancora occupata dalle truppe israeliane, la situazione non può certo dirsi ancora di pace.
 

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