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Raggiunta la prima fase del Piano Trump per Gaza, ma il più deve ancora arrivare

09-10-2025 18:31

Filippo Bovo

Raggiunta la prima fase del Piano Trump per Gaza, ma il più deve ancora arrivare

Israele, Hamas, FPLP e Jihad Islamica hanno firmato la prima fase del Piano di Pace avanzato dal Presidente Trump, che prevede l'immediato stop alle o

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Israele, Hamas, FPLP e Jihad Islamica hanno firmato la prima fase del Piano di Pace avanzato dal Presidente Donald Trump, che prevede l'immediato stop alle ostilità; il ritiro in 24 ore delle truppe israeliane in una linea concordata all'interno della Striscia; il reciproco scambio nelle successive 72 ore dei 20 ostaggi israeliani e dei circa 2000 prigionieri palestinesi; oltre alla riconsegna dei corpi dei caduti, una volta che l'IDF avrà completato il suo ritiro dalle aree abitative di Gaza. Inoltre l'accordo stabilisce la riapertura di cinque valichi per consentire il transito di generi di prima necessità e aiuti umanitari, con l'ingresso di almeno 400 tir nei primi cinque giorni, favorendo un progressivo rientro nella città di Gaza e nel nord della Striscia dei palestinesi sfollati nel sud. Una volta raggiunte la prima fase del Piano e la relativa tregua, le parti dovranno iniziare a discutere della seconda, con la creazione di un "Consiglio di Pace" interno per l'amministrazione e la ricostruzione di Gaza, presieduto da Trump e con al suo interno figure controverse come l'ex premier britannico Tony Blair. Questa seconda fase, se completata, potrà garantire la fine delle ostilità, sebbene al momento appaia la più ostica. Pesano ad esempio alcuni precedenti come quello del Piano di tregua dello scorso gennaio, violato da Israele nei due mesi successivi, e le contraddizioni in seno al suo governo, con le destre più oltranziste ostili al Piano ma al tempo stesso determinanti per la sua sopravvivenza, vitale per Netanyahu per sfuggire ai suoi numerosi guai giudiziari interni e persino internazionali. Quest'ultima, soprattutto, è una bella Spada di Damocle che pende sulle sorti del Piano, insieme ai tanti aspetti che ne connotano l'approccio neocoloniale, accusato da più parti. 

 

E' tuttavia uno strumento da giudicarsi per ora favorevolmente, non soltanto per le possibilità di garantire una tregua e l'invio di aiuti umanitari alla popolazione, ma anche perché, se nel lungo termine fallirà o ridurrà la situazione odierna a Gaza alla consueta impasse, rimandando a tempi incerti una concreta soluzione dei problemi che la determinano, andrà a costituire un'ulteriore fonte di delegittimazione per il ruolo residuale di quelle potenze, in primo luogo paesi occidentali, Stati Uniti ed Israele, che proprio in tal senso se ne sono avvalsi. Tra l'altro, ciò spiega pure il sostanziale assenso che gli è stato dato da varie potenze terze, sia quelle mediatrici e garanti che quelle esterne, che già guardano all'indomani con previsioni evidentemente non proprio coincidenti con quelle statunitensi o israeliane, quest'ultime peraltro neanche tanto allineate tra loro. Se giocato bene da chi se ne è fatto promotore, può legittimarlo; ma in caso contrario può tradursi in una nuova sua delegittimazione in Medio Oriente, innescandovi una serie di ricadute collaterali di cui altri a quel punto fruirebbero pressoché a costo zero. Il raggiungimento della seconda parte, col relativo seguito, anche per questa ragione va quindi giudicato come foriero di possibilità molto “interessanti”, che esprimono le tante divergenze nelle vedute geopolitiche dei vari attori regionali e globali. 

 

In fondo non sono mancate le critiche al Piano da parte di vari osservatori che ne hanno denotato la vaghezza nel garantire un pieno ritiro delle truppe israeliane dalla Striscia e la marginalizzazione del ruolo palestinese nella sua costruzione, con l'implicito rischio di consolidarvi l'attuale e sostanziale clima di haparteid. Significativo anche quanto dichiarato al Times of Israel dall'ex mediatore israeliano Daniel Levy, secondo cui tutte le fasi del Piano appaiono nel concreto troppo sbilanciate verso Israele, penalizzando la controparte palestinese. Il ruolo di una figura come Blair, inoltre, evoca la memoria del mandato britannico in Palestina, all'origine dei mali che la sfigurano tuttora, suggerendo l'impressione che dietro il pretesto di un processo di pace gli Stati Uniti pensino piuttosto a portarvi avanti i loro già più volte dichiarati interessi economici. Magari anche per questo l'Amministrazione Trump intende avvalersi di una figura oggi politicamente in declino come l'ex premier britannico, la cui memoria in Medio Oriente è assai poco lusinghiera, tra invasione dell'Iraq e successivo ruolo di mediatore del Quartetto (ONU, Stati Uniti, Unione Europea e Russia). Nei calcoli americani, Blair sarebbe un buon parafulmine su cui scaricare l'attenzione generale, sia che il Piano vada bene, col relativo perseguimento per gli Stati Uniti dei loro interessi nell'area, sia che vada male, con l'effetto di bruciar definitivamente l'immagine di un “vicerè” già di per sé piuttosto bruciato. Anche Israele ne trarrebbe un ovvio vantaggio, gradito pure a Washington, giacché l'attenzione generale sulle pressioni internazionali a cui è sottoposta si sposterebbe almeno in parte altrove. Londra, che con questa presenza in seno al “Consiglio di Pace” si vede oggi riconosciuta nel suo storico ruolo di potenza in Medio Oriente, ne uscirebbe invece con un'immagine ulteriormente deprecata, al pari del suo ex premier. 

 

Come ammesso a The New Arab anche dal dottor Nabeel Khoury, ex vice capo missione presso l'ambasciata americana nello Yemen, “Il massimo che si possa sperare dall'iniziativa di Trump è la cessazione dei bombardamenti israeliani su Gaza, in modo che i palestinesi possano riprendere fiato e trovare cibo e riparo”, e “L'altro risultato, previsto se i bombardamenti dovessero effettivamente cessare, è lo scambio di ostaggi e prigionieri”, ovvero una situazione che permetterebbe sì alla popolazione della Striscia di riprendere fiato, ma senza comunque chiudere un conflitto pluridecennale. Il punto, però, è che le ostilità nella Striscia nel frattempo continuano, con nuove azioni militari israeliane contemporanee alle trattative, sul fianco ovest della città di Gaza, nel campo di Shati e nell'abitato di Sabra, come denunciato da Al Jazeera Arabic. Se nonostante tutto in Egitto e negli altri paesi garanti prevale l'ottimismo per come procedono i negoziati, dato che la prima parte del Piano è stata pur sempre raggiunta, adesso bisognerà che dalla teoria si passi alla pratica: un salto tutt'altro che facile. Hamas non osteggia a priori l'idea del disarmo, che le viene richiesta con enormi pressioni; ma, come già avevamo scritto nell'articolo di quattro giorni fa, al tempo stesso è conscia che sarebbe pure il suo “suicidio politico”. Senza una reale ed autonoma forza armata, a disarmo raggiunto i palestinesi si ritroverebbero nuovamente esposti al rischio della potenza militare israeliana, con un drammatico ritorno al passato, come ribadito anche dal Dr. Nader Hashemi, direttore del Prince Alwaleed bin Talal Center for Muslim-Christian Understanding della Georgetown University, in un'intervista a TNA

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