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Il Piano di Pace di Trump: incognite e retroscena

06-10-2025 00:01

Filippo Bovo

Il Piano di Pace di Trump: incognite e retroscena

Molta è l'enfasi data a livello mediatico al Piano di Pace caldeggiato da Trump, ed ancor più al suo presunto successo data l'accettazione con riserva

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Molta enfasi viene oggi data a livello mediatico al Piano di Pace caldeggiato da Trump, ed ancor più al suo presunto successo dovuto all'accettazione con riserva da parte di Israele e di Hamas, al fine anche di placar gli animi di quanti in tutto l'Occidente stanno manifestando in vari modi il loro dissenso; eppure la situazione sul campo a Gaza appare ancora piuttosto lontana dal poter far vendere la pelle dell'orso prima d'averlo catturato. Il Piano è stato sì accettato da Hamas, ma per l'esattezza per quanto concerne i punti già accolti in passato, nei precedenti negoziati in Egitto e in Qatar che Israele aveva invece sempre sabotato (ad esempio persino col bombardamento di Doha di pochi giorni fa, volto all'assassinio dei rappresentanti dell'organizzazione); dunque il rilascio degli ostaggi israeliani in cambio dei prigionieri palestinesi, e l'immediato stop all'offensiva dell'IDF, ancora in atto malgrado l'imperativo successivamente rivolto da Trump a Netanyahu. C'è quindi ancora molta acqua che dovrà scorrere sotto i ponti, prima di veder qualcosa di davvero concreto. Per il momento, si cerca soprattutto di contrabbandare per “notizia” ciò che non lo era affatto, essendo semmai già da tempo un fatto più che acquisito. Non è dunque una notizia che Hamas sia disponibile al rilascio dei prigionieri, e nemmeno che Trump ogni volta minacci l'apocalisse qualora i suoi ultimatum non vengano accolti entro un preciso arco temporale: fa così sin da gennaio, allorché è iniziata la sua seconda Presidenza, con una “non diplomazia” che preferisce i post sui social ai canali diplomatici ufficiali. Il tutto mentre l'occupazione di Israele a danno dei Territori Palestinesi prosegue imperterrita, perché in ogni caso queste proposte non mirano certo a porle fine; e neanche questa, a dir la verità, è proprio una notizia, uno scoop dell'ultim'ora.

 

Hamas accetta di passare i poteri ad un governo tecnico purché formato e guidato da musulmani, pertanto non soggetto ad un'egemonia prettamente occidentale, rappresentativo delle varie componenti sociali e politiche della Striscia di cui a sua volta si fa interprete. Il resto del Piano è da affrontarsi in nuovi colloqui come quelli in Egitto, ora in via di lancio. Del resto, non è con ultimatum che ignorano la situazione sul campo che si possono concludere dei conflitti le cui cause devono oltretutto esser discusse guardandosi in faccia, seduti al tavolo. Di conseguenza, anche lo scioglimento e il disarmo di Hamas, decisa semmai a sostenere il futuro governo tecnico e musulmano della Striscia insieme alle altre sigle della Resistenza che vi operano, risultano al momento a dir poco fuori luogo. La visione del futuro governo di Gaza appare così già ora uno degli argomenti in cui si potranno manifestare tanto le distanze quanto lo spirito costruttivo delle varie parti, soprattutto se quest'ultime avranno davvero modo e volontà di confrontarsi unitamente al tavolo fino al raggiungimento di un risultato concreto. Pertanto, o il Piano sarà totalmente snaturato, considerata la sua distanza dalla reale situazione sul campo a Gaza, riscritto e trasformato in qualcosa di sensibilmente diverso, o non avrà effettivo seguito, cadendo in breve nel dimenticatoio di qualche cassetto. Basta già leggerne i venti punti per comprenderlo: alcuni ricalcano quanto già discusso nei vari negoziati passati, e ciò come già detto non è intuibilmente una novità, mentre altri appaiono ancora piuttosto fumosi e bisognosi di chiarimenti. Ma, senza soffermarsi troppo sul Piano in sé, è su ciò che due anni di guerra hanno inflitto ad entrambe le parti, e sui risultati ottenuti nel concreto da quella più forte, ossia Israele, che ci dobbiamo soffermare: giacché da lì, davvero, si capisce il perché di un Piano tanto frettolosamente calato dalla Casa Bianca, oltre al se e al come verrà discusso, affrontato ed adattato. La reale situazione sul campo a Gaza è il vero terreno interpretativo su cui seriamente ci si deve concentrare. 

 

Dopotutto, quasi due anni di guerra non hanno consentito ad Israele di prevalere in nessuno dei tanti fronti ingaggiati, non soltanto in Gaza e nella Cisgiordania, ma anche in Libano, in Iran o in Yemen. Anche le azioni intentate in Tunisia, in Iraq e in Siria hanno avuto effetti controversi, favoriti solo in parte dal fatto d'agire non contro governi od entità statali e militari organizzate, ma contro singole personalità e all'insaputa delle autorità locali o, come nel caso di Damasco, approfittando del caos politico ed istituzionale locale, peraltro stando attenta a non entrare in diretta collisione con altre potenze presenti come ad esempio l'Iran, la Russia o la Turchia. La Guerra dei Dodici Giorni contro l'Iran dello scorso giugno ha visto nella sostanza Israele in forte difficoltà, salvata solo dall'intervento "diplomatico-militare" d'urgenza dell'alleato americano, col quale da tempo tuttavia sta preparando una nuova e più decisiva spallata contro Teheran. A Gaza, malgrado l'enorme strage di civili sin qui compiuta, e le immani distruzioni infrastrutturali, l'IDF non riesce davvero a “sfondare”, con un'offensiva più volte impantanatasi e crescenti dissensi nelle fila dei militari, con crescenti rifiuti negli arruolamenti dei soldati, oltre a quelli rimasti morti o feriti o ai danni registrati dal pur abbondante materiale bellico. Il Piano di Pace prospettato da Trump è un buon modo pubblicitario, nel concreto, per venir fuori da un grave “problema” (come di fatto viene visto il conflitto in Medio Oriente dall'Amministrazione USA, a tacer dei suoi alleati europei e non solo), per giunta presentandosi al resto del mondo, quantomeno quello occidentale, come tuttora in grado di reggere le barra dei giochi internazionali, di svolgere ancora senza tema di smentite il ruolo di prima grande potenza. 

 

Ha però delle forti criticità. Il primo, nei termini della sua applicabilità, visto che implica una serie di condizioni piuttosto utopiche e che oltretutto non vedrebbero il coinvolgimento di molte altre sigle attive sul territorio gazawi; ed ancor meno dei suoi abitanti che, proprio come nel 2007, pure oggi avendone facoltà voterebbero chi è stato in grado di difenderli, ovvero Hamas (indipendentemente che ciò possa piacere o meno a Trump, Netanyahu e ai tanti miliardari arabi e non, unitisi all'iniziativa dell'ipotetico governo tecnico a guida occidentale per la Striscia). Il secondo, perché ora che vi saranno le possibilità per un confronto al tavolo, proprio come in precedenza nell'accogliere il Piano con riserva, Hamas prospetterà delle sue condizioni, anche solo per guadagnar di volta in volta tempo, e così farà pure Israele. Il terzo, perché tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare e la storia è piena di disarmi e percorsi di pace puntualmente disattesi, a cominciar proprio da quelli riguardanti il conflitto israelo-palestinese, a tacer di quelli occorsi altrove (in sostanza, c'è da dubitare che tutti gli uomini di Hamas, e delle altre sigle attive sulla Striscia, seguano il disarmo se ufficialmente accettato, consci proprio di questi precedenti, del fatto che nulla a parte le belle parole fornirebbe loro vere garanzie per il dopo e del valore riposto nella loro lotta; semmai, come già visto in altri simili precedenti storici, si vedrebbero nascere nuove sigle ancora, con un'ulteriore loro radicalizzazione dovuta al fatto di essere principalmente appannaggio di paesi ostili al Piano o di altri gruppi oltranzisti ancora). Il quarto, perché almeno per ora nulla non c'è nulla che garantisca davvero un sicuro futuro per i civili ed ancor meno per i miliziani “pentiti”, ben consapevoli che dopo l'amnistia e a riflettori spenti verrebbero nuovamente colpiti e presi di mira da Israele come prima (che del resto mai, come i suoi alleati, ha rispettato un solo accordo; e tali precedenti oggettivamente pesano come un macigno sulla credibilità israelo-occidentale in Medio Oriente). 

 

Il quinto, perché intanto pure in Cisgiordania i problemi restano dove sono, con l'ANP ridotta ad entità sempre più controllata da Washington e Tel Aviv, mentre quanto rimane del territorio in mano ai palestinesi viene giornalmente fagocitato dalle autorità israeliane, con un vero e proprio land grabbing pari a quello attuato a Gaza, in Libano o in Siria, situazione che può verosimilmente riaccendere i fuochi in men che non si dica. Il sesto, perché non sanerebbe il conflitto in Medio Oriente neanche in senso esteso, essendo un segreto di Pulcinella che Stati Uniti ed Israele vogliano chiudere questo fronte (o quantomeno tentarvi) solo per riprender fiato e rivolgere i propri sforzi altrove, sempre in quella regione, contro Teheran oltre ai suoi alleati libanesi e yemeniti. Il settimo, perché proprio in virtù del punto precedente, per altri attori regionali la guerra è tutt'altro che finita ed useranno tutta la loro influenza in Hamas affinché allunghi il più possibile i tempi delle trattative. L'ottavo, perché la reputazione dei magnati mediorientali che si sono agganciati al Piano di Trump è piuttosto chiacchierata (sono espressione di alcuni dei settori interni dei paesi che partecipano al Piano, tra quanti agiscono come agenti indiretti dei loro governi e quanti di altri ancora, oltre a portar avanti i loro personali interessi economici e speculativi). Il nono, perché le autorità che stando al Piano dovrebbero sovrintendere alla sua attuazione, fino a trasformare Gaza in una nuova “perla economica del Mediterraneo”, creando un'autorità transitoria palestinese, sono ancor più chiacchierate (si pensi al nome di Blair, proposto come sua figura apicale, che in Medio Oriente non s'è guadagnato proprio una brillante fama, tra la guerra all'Iraq del 2003 e il successivo ruolo d'inviato speciale del Quartetto negli anni seguenti). Il decimo, perché in essenza pure per i vari paesi della regione che vi partecipano, il Piano è un modo per prender tempo annacquando una grave crisi come quella che, da Gaza, andava a riverberarsi nei loro rapporti internazionali e nella loro sicurezza regionale, così da calmar un po' le acque in quel fronte almeno temporaneamente (chiuderlo, ancor meno in via definitiva, sarebbe per ora alquanto utopico).

 

Intuibilmente, i negoziati ora all'avvio per affrontare il Piano vedranno pressioni contrapposte su Hamas da parte dei paesi che la sponsorizzano. Da una parte quelli che il Piano l'hanno sottoscritto, come in primo luogo il Qatar oltre in misura minore l'Arabia Saudita e la Turchia, dall'altra quelli che invece lo hanno nettamente osteggiato come l'Iran: ciò andrà a riverberarsi soprattutto nei rapporti interni tra i vari leader dell'organizzazione, in particolare tra quelli all'estero e quelli a Gaza. I diversi approcci proposti da questi paesi, oltre ai tempi dei negoziati e al tenore delle condizioni avanzate da Hamas, ne indicheranno nel tempo anche gli equilibri nelle gerarchie interne. Al tempo stesso, peserà anche il ruolo degli Stati Uniti che in questi negoziati agiranno come mediatori non imparziali, visto il loro forte sbilanciamento militare e strategico con Israele, elemento che pure le altre parti potranno sollevare a proprio vantaggio per contrastarne l'autorevolezza. Ciò può spiegare lo sforzo manifestato in questo momento dall'Amministrazione Trump per apparire equidistante tra Hamas ed Israele, ad esempio con le pressioni su Netanyahu per fermare le operazioni militari. L'Egitto, dal canto suo, cercherà di mantenere più che mai la sua linea equilibrata per non compromettere l' immagine di tradizionale paese mediatore in Medio Oriente, mettendola così al riparo da possibili accuse di scontare un'eccessiva compiacenza verso gli Stati Uniti, suo fornitore economico e militare, e verso Israele, per non mettere a repentaglio la stabilità degli Accordi di Camp David, spesso posti sotto pressione in questi due anni di crisi in Medio Oriente. Israele, nel frattempo, sconterà i soliti problemi di sempre, legati alla forte influenza delle frange di destra più oltranziste in seno alla sua maggioranza di governo, ostili ai termini del Piano più di quanto non lo sia lo stesso Netanyahu; il quale oltretutto ha pure l'esigenza di garantirsi con la permanenza a premier l'immunità politica, essendo al centro di vari e gravi casi giudiziari (come il Caso 1000 o “Affare dei Regali”, relativo all'accusa di aver ricevuto regali di lusso come sigari e champagne da facoltosi uomini d'affari in cambio di favori; il Caso 2000 o “Affare Yedioth Ahronoth”, riguardante un presunto accordo col proprietario dell'omonimo giornale per ottenere una copertura mediatica più favorevole, in cambio di misure che avrebbero danneggiato un quotidiano concorrente; o ancora il Caso 4000 o “Affare Bezeq-Walla”, il più grave, che vede Netanyahu accusato di aver promosso una regolamentazione favorevole alla compagnia di telecomunicazioni Bezeq in cambio di una copertura mediatica positiva sul sito di notizie Walla, di proprietà della stessa Bezeq). 

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