
Le segnalazioni di presunte “incursioni aeree” russe, vere e proprie “provocazioni” con droni e caccia che avrebbero più volte violato i cieli dei paesi UE e NATO lungo la dorsale baltica ed orientale, sono ormai diventate un tema ricorrente nella narrativa geopolitica europea. L'opinione pubblica, ormai in gran parte stanca ed incredula delle tante e contraddittorie ragioni sin qui addotte per proseguire il conflitto in Ucraina, tende a reagire con ironia o indifferenza; mentre i media e gli opinionisti più filogovernativi o filo-NATO, costretti ad ineleganti arrampicate sugli specchi, sembrano conoscere una sempre più grave crisi di credibilità. L'analisi dei vari episodi, spesso amplificati dalle leadership locali, ha infatti rivelato una dinamica sempre piuttosto complessa, in cui gli allarmi iniziali vengono poi ridimensionati o addirittura smentiti dalle stesse autorità occidentali o dagli analisti militari indipendenti, quest'ultimi non a caso sempre più popolari almeno in rete. Il meccanismo è in genere sempre lo stesso: un'insolita attività aerea russa vicino o presuntamente persino dentro lo spazio aereo di un paese NATO, a cui segue l'immediata reazione d'intercettazione (il cosiddetto Quick Reaction Alert, o QRA), e soprattutto l'ovvia e ferma condanna politica.
Il primo caso, intorno all'8 settembre, è stato quello dei droni denunciati dalla Polonia nel proprio spazio aereo, con l'attivazione dei sistemi di difesa e l'invocazione di consultazioni NATO: forti nevrosi a Varsavia e nelle altre cancellerie europee, almeno finché dai primi rapporti, anche non ufficiali ma di fonti comunque specializzate, non è stata messa in dubbio la natura “deliberata” e di “incursione” dell'evento. In effetti, pure in un caso precedente come quello del novembre 2022 (a cui tra l'altro dedicammo un ormai nostro vecchio articolo), un missile o un drone caduto in Polonia venne inizialmente attribuito a Mosca, almeno finché indagini polacche e NATO non accertarono che molto probabilmente si trattava invece di un missile della contraerea ucraina difettoso o colpito dall'aviazione russa, finendo oltreconfine. Del resto, erano anche i tempi in cui, assai più d'ora, in Europa si martellava mediaticamente nel dire al pubblico che, una volta caduta l'Ucraina, Putin si sarebbe preso anche tutti gli altri paesi europei, uno per uno; e dunque quella narrazione contribuiva ad alimentare quel messaggio, risultandogli funzionale, perché serviva a trasmettere l'idea che quei droni o missili servissero ad anticipare un'invasione. La smentita rasserenò gli animi, ma scocciò non poco qualche altra cassandra atlantista nostrana. Anche nel caso di altri episodi, vari analisti hanno sollevato in seguito l'ipotesi che certi oggetti potessero essere droni difettosi, o persino un missile di Varsavia fuori traiettoria, a conferma che nessuno a Mosca avesse in mente d'invadere la Polonia o, se per questo, altri paesi UE e NATO. Gli stessi vertici NATO, addirittura, hanno occasionalmente definito simili eventi non degli “attacchi deliberati”, ma tutt'al più dei “comportamenti sconsiderati” o al limite dei “tentativi per testare le capacità di reazione" della stessa Alleanza Atlantica, derubricando quindi l'ipotesi di una reale intenzionalità ad invadere il suo spazio aereo.
Anche le ormai ricorrenti denunce di violazioni dello spazio aereo estone non hanno sin qui avuto maggior fortuna. L'Estonia ha chiesto più volte consultazioni NATO con l'invocazione dell'Art. 4 dello Statuto dell'Alleanza, come del resto fatto pure dalla Polonia, denunciando possibili incursioni da parte di caccia russi. Mosca ha sempre negato tali episodi, sostenendo che i suoi caccia sorvolassero acque internazionali, non ultimo lasciandosi talvolta pure a commenti sulla troppa isteria delle autorità baltiche ed europee. La stessa NATO, pur citando spesso caccia russi intercettati, alla fine vede il suo dibattito interno evolversi nel chiarimento che siano solo “sfioramenti” o tutt'al più “sconfinamenti” brevi e marginali, lontani dal qualificarsi come invasioni militari pianificate e prolungate. Sono eventi che spesso rientrano nelle “regole d'ingaggio” del pattugliamento aereo sul Mar Baltico: se vengono amplificati è solo per delle neanche troppo recondite strumentalizzazioni politiche. Lo stesso si può dire anche per tanti altri episodi, occorsi altrove, e che secondo vari analisti militari indipendenti possono tutt'al più presentarsi come “provocazioni” o “test di reazione” russi, condotti nella zona grigia tra spazio aereo internazionale e territorio NATO: è un'interpretazione che tende a ridimensionare la narrazione dell'invasione deliberata, a favore di una strategia di “tensione controllata” di cui Mosca si serve per monitorare la prontezza di reazione occidentale. Detto così può suonare piuttosto sinistro, ma in realtà è ciò che pure la NATO a sua volta fa con la Russia, dimostratasi molto più tollerante nei confronti di droni e aerei dell'Alleanza dal Baltico al Mar Nero, e non solo; e in ogni caso sarebbe solo la lettura più tesa che si potrebbe dare a fatti del genere.
Parlavamo delle strumentalizzazioni politiche che portano all'amplificazione di questi ed altri episodi: è un fenomeno evidente soprattutto in paesi come Polonia, Lituania, Lettonia ed Estonia, caratterizzate da un forte nazionalismo revanscista e revisionista antirusso. Sono in primo luogo proprio le leadership di questi paesi, solite presentare in tutta l'UE e la NATO i loro paesi come guardiani e bastioni del Fronte Orientale, a portarle avanti nel timore di un graduale disimpegno di Washington dagli impegni finanziari sin qui assunti sia per la loro difesa che per la prosecuzione della guerra in Ucraina. Pesano le prospettive sempre più incerte sulla durata degli aiuti militari americani a Kiev, ancor più considerando la generale stanchezza bellica e la percepibile fluidità politica interna oggi conosciuta dagli Stati Uniti; così ogni episodio viene giustappunto strumentalizzato, dai governi dei paesi baltici e da quello ucraino, come prova di un'imminente “minaccia russa”. Mantenere un'alta percezione del pericolo è fondamentale per garantirsi che i paesi occidentali, primi tra tutti gli Stati Uniti, non riducano il sostegno sin qui dato, scandendo la solita litania che dopo di loro inevitabilmente toccherebbe anche alle altre nazioni europee. Ma ancor più pesano le prospettive sempre più incerte per la loro stessa difesa, sin qui alimentata da massicci investimenti e finanziamenti che ne hanno drogato ampi settori dell'economia, non soltanto nei comparti militari. I paesi baltici hanno esplicitamente richiesto sistemi moderni di spionaggio e di difesa antimissilistica, puntualmente appellandosi ai loro modesti bilanci per la difesa nazionale in termini assoluti, aspetto di per sé più che chiaro considerando almeno nel caso del trio Lituania, Lettonia ed Estonia le loro piccole dimensioni nella cornice europea. Così le “violazioni” aeree diventano una leva politica per invocare l'aumento delle truppe NATO sul proprio territorio, l'accelerazione dei programmi di riarmo e, last but not least, maggiori finanziamenti europei ed americani per la difesa. Fomentare una falsa narrativa della minaccia russa, per invocare il riarmo NATO che l'UE sarebbe chiamata a sostenere finanziariamente è in piena corrispondenza con gli obiettivi dei loro governi: dopotutto, quei paesi sarebbero i primi a trarne beneficio.
Non a caso Kaja Kallas, già primo ministro estone, ha spesso descritto questi episodi aerei come “provocazioni estremamente pericolose” e “violazioni dello spazio aereo UE”, con un linguaggio teso alla richiesta dell'Art. 4 dello Statuto NATO. L'obiettivo perseguito, a dire il vero non sempre centrato, è anche quello di cementare maggiormente la coesione nell'Alleanza Atlantica, favorendone l'intervento. Iniziative come i “muri di droni” o la “Sentinella dell'Est”, presentate come utili al rafforzamento del “fianco orientale”, non sono ovviamente a costo zero. Tutti questi episodi, seppur poi ridimensionati per origine e dinamica, in sostanza si traducono sempre in concrete richieste di fondi e in spinte al riarmo a carico dei contribuenti dei paesi UE e NATO. Tuttavia, il vento non pare proprio andare nella direzione auspicata da queste leadership: lo provano ad esempio gli oggettivi disimpegni americani dalle spese nel Fronte Orientale, che stanno in primo luogo investendo proprio il trio baltico Lituania, Lettonia ed Estonia. Per il Pentagono è parte di una più ampia strategia, tesa a rafforzare le proprie scorte militari da tempo ai minimi storici: così rallentano le forniture di armi all'Ucraina, che comunque continua intanto a chiederne altre e di nuove; mentre il trio baltico, insieme ad altri paesi europei, si vede recapitare l'annuncio dell'interruzione dal prossimo anno fiscale del programma di aiuti militari “Sezione 333”. E' una decisione che non riguarda ancora altri programmi finanziari americani, come pure la presenza di truppe di Washington sul loro territorio; ma intanto ha sollevato preoccupazioni soprattutto nei tre paesi baltici, che vi hanno visto una parte della strategia America First, col nemmeno troppo implicito invito ad aumentar da soli i propri bilanci per la difesa.
Non diverso il caso della Polonia, seppur non ancora investita da prospettive di disimpegno tanto “inquietanti” quanto quelle riguardanti i tre paesi baltici. Il cambio di strategia militare degli Stati Uniti riguarda anche Varsavia, col Pentagono che vi ha bloccato diverse forniture di armi e missili dirette in Ucraina; inoltre, Washington starebbe pure valutando il ritiro di personale ed attrezzature dalla locale base di Jasionka, hub logistico cruciale per l'invio di aiuti a Kiev. Ancora, vi sarebbe il potenziale ritiro di migliaia di soldati americani dalla regione. Quanto basta a spiegare, insieme a quelli di Lituania, Lettonia ed Estonia, anche molti degli attuali timori polacchi.
