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L'ombrello nucleare di Islamabad sui cieli di Riyad

20-09-2025 15:00

Filippo Bovo

L'ombrello nucleare di Islamabad sui cieli di Riyad

Nell'odierno e perturbato quadro geopolitico mediorientale, l'annuncio dello Strategic Mutual Defense Agreement (SMDA) tra Arabia Saudita e Pakistan n

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Nell'odierno e perturbato quadro geopolitico mediorientale, l'annuncio dello Strategic Mutual Defense Agreement (SMDA) tra Arabia Saudita e Pakistan non può certo apparire come un fulmine a ciel sereno. Abbiamo recentemente parlato del Vertice straordinario arabo-musulmano di Doha, seguito all'attacco israeliano che ha colpito il Qatar pochi giorni prima mettendo in luce le profonde vulnerabilità dei paesi del Golfo, sinora affidatisi troppo alle garanzie difensive americane, confermatesi proprio in quel frangente quantomeno inattendibili. La perdita di fiducia e credibilità accusata dai paesi del Golfo verso l'ombrello difensivo americano, dimostratosi nei fatti inattivo qualora Washington si trovi costretta a scegliere tra loro od Israele, era già avvertibile in precedenza; ma in quel momento ha vissuto un suo drammatico promemoria. Tant'è che proprio in quell’articolo avevamo dato notizia che i paesi del Golfo erano, già in occasione del Vertice di Doha, al lavoro su nuovi meccanismi difensivi comuni, alternativi a quelli americani. 


Ricevuto con tutti gli onori a Riyad dal Principe ereditario Mohammed bin Salman, il Primo ministro pakistano Shehbaz Sharif ha con questi elevato, firmando lo SMDA, la preesistente cooperazione bilaterale tra i due Paesi al rango di completa alleanza di mutua difesa. Già nel 1951 Arabia Saudita e Pakistan avevano infatti firmato un primo Trattato di Amicizia, ponendo le basi ad una cooperazione strategica, politica, economica e militare in tempi in cui gli equilibri internazionali erano ben diversi da quelli odierni ed entrambi i Paesi risultavano alleati chiave degli Stati Uniti nella loro contrapposizione all’Unione Sovietica. Nei decenni a seguire, soprattutto sotto il regno di Re Faisal e la presidenza di Ayub Khan, quel rapporto si era evoluto col dispiegamento di militari pakistani in Arabia Saudita, nei momenti di maggior conflittualità in Medio Oriente e nella stessa Penisola Arabica, come ad esempio durante l’intervento egiziano nello Yemen, e con l’addestramento da parte di Islamabad di numerosi militari sauditi. Tuttora, in base ad un successivo accordo del 1982, in Arabia Saudita sono stanziati circa 1500-2000 militari pakistani con compiti di addestramento e di difesa dei siti sacri all’Islam, Mecca e Medina, gli Haramain Sharifain

 

Proprio sulla scorta di tale doveroso principio, la difesa dei siti sacri all’Islam, si qualificherebbe pure l’attuale SMDA, che contemplerebbe l’uso di “tutti i mezzi militari”, come annunciato da vari funzionari sauditi; ma naturalmente le sue ragioni non si esauriscono qua. Sin dagli Anni ‘80 ed ancor più ‘90 l’Arabia Saudita ha infatti largamente finanziato il programma nucleare pakistano, di cui oggi grazie allo SMDA potrà indirettamente godere. Vincolando infatti i due Paesi all’azione militare congiunta qualora uno dei due sia aggredito, lo SMDA fa sì che da oggi Riyad benefici oltre che della tutela militare di Islamabad anche del suo ombrello nucleare, con un enorme impatto nelle sue capacità di difesa e prima ancora di deterrenza. A sua volta Islamabad riceve dall’alleato saudita un ingente flusso di cassa, con prestiti di oltre sei miliardi di dollari, di cui anche il settore nucleare trarrà un intuibile vantaggio. Dietro lo SMDA, dunque, vi è una lunga storia di cooperazione strategica tra i due Paesi che li ha condotti sino agli eclatanti livelli di mutualità odierna; eppure, ciò non dovrebbe indurre a pensare che sia stata solo una sua naturale e scontata evoluzione storica. Naturale e scontata non lo era affatto, considerando i profondi mutamenti conosciuti nel corso del tempo dagli equilibri internazionali, passati dal dualismo Stati Uniti-Unione Sovietica all’unilateralismo a guida americana fino all’odierno multipolarismo, e il continuo deterioramento del quadro mediorientale, a causa del bellicismo israeliano e del suo pressoché acritico sostegno da Washington. Così, una relazione strategica nata in anni in cui appariva funzionale agli interessi americani, coi differenti equilibri odierni finisce per assumere tutt'altre vesti e direzioni.


Sebbene non indichi esplicitamente i suoi avversari ed obiettivi, globalmente lo SMDA viene interpretato come anti-israeliano, oltre che piuttosto erosivo del ruolo americano in Medio Oriente, non soltanto militare. Anche l’India, che non a caso il giorno successivo ha firmato un analogo accordo con gli Emirati Arabi Uniti, viene indicata come un potenziale bersaglio della cooperazione ad alto livello tra Riyad ed Islamabad. L’Arabia Saudita, con un bilancio per la difesa stimato in 78 miliardi, pari al 7,2% del PIL, potrà ottenere dalla sinergia col gigante pakistano un livello addestrativo per le sue truppe superiore a quello odierno, tale da consentirle di valorizzare un immenso arsenale che alla prova dei fatti non le è bastato a brillare, come ad esempio durante la guerra contro lo Yemen di alcuni anni fa; oltre a rafforzare la sua autonomia da Washington, diversificando il suo rapporto a favore non soltanto del Pakistan ma pure della prima e diretta partner di questi, la Cina. Il Pakistan, con un arsenale nucleare stimato in almeno 170 testate, e con un esercito all’80% basato su tecnologia militare cinese come i caccia J-10C o sviluppata congiuntamente come i JF-17, uscito vincente nel recente conflitto con l’India della scorsa primavera, si troverà a sua volta maggiormente integrato nel quadro mediorientale e riconosciuto nel suo ruolo di nuovo e primario garante negli equilibri del Golfo. 

 

Sotto questo aspetto vi è una naturalità nell’evoluzione degli equilibri storici, testimoniata dalla progressiva affermazione delle potenze emergenti come la Cina, o ancora l’India, nel quadro mediorientale e del Golfo, a svantaggio dei vecchi attori globali come gli Stati Uniti, con altri loro partner di rilievo come l’Inghilterra o ancor più Israele, che parallelamente declinano. Già oggi, per esempio, Riyad ha nella Cina il suo principale partner economico, a cui vende energia acquistandone beni e servizi per oltre 100 miliardi, superando gli Stati Uniti con cui il rapporto economico si mantiene cospicuo soprattutto in considerazione dei tanti fondi investiti anche al fine, perseguito del resto pure dagli altri paesi del Golfo, di garantirsene maggiormente quella tutela poi dimostratasi inaffidabile. Cina e Pakistan potenziano, grazie all’intesa con Riyad, il loro CPEC (China Pakistan Economic Corridor), con volumi commerciali di almeno 65 miliardi, mettendolo ancor più al sicuro; e al tempo stesso ne beneficia anche la Turchia, altro partner di riferimento di Islamabad, a cui è legata dal FTA (Free Trade Agreement) e fornisce droni, altro importante componente del suo apparato difensivo. Il nuovo accordo potenzia dunque enormemente la BRI (Belt and Road Initiative), che tramite il CPEC che ne è parte potrà così proiettarsi con ancor più sicurezza nell’area del Golfo ad ulteriore beneficio anche del Corridoio stesso. Col Pakistan assurto a maggiore protagonista pure nelle dinamiche commerciali col Golfo, anche il FTA con Ankara godrà di un ulteriore impulso, che oltretutto contribuirà ancor più ad integrarlo alla BRI. 

 

Nell’insieme, Riyad e la Penisola Arabica ne escono maggiormente inserite ed integrate nel quadro eurasiatico, più vicine a suoi attori primari come la Cina, il Pakistan o la Turchia. Al contempo, lo SMDA mette in maggiori difficoltà iniziative di stampo americano, come il QUAD (Stati Uniti, India, Giappone ed Australia) o l’IMEC (India-Middle East-Europe Economic Corridor), inducendo attori come Stati Uniti, India ed Israele ad un potenziale irrigidimento nelle loro posizioni nell’area. Tuttavia lo scollamento in atto tra Washington e New Delhi, seguito alla dura reazione indiana agli ultimatum americani sugli acquisti di petrolio dalla Russia, induce a pensare che l’India possa progressivamente scindere la sua tradizionale rivalità col Pakistan dagli interessi israelo-americani. Ciò allontanerebbe quella rivalità dalle strumentalizzazioni israelo-americane sin qui conosciute e trasparse anche in occasione del recente conflitto tra New Delhi ed Islamabad. Il rafforzamento dell’intesa tra India ed Emirati Arabi Uniti, sotto questo aspetto, appare dunque una loro naturale e geometrica risposta allo SMDA, destinata nel tempo a sfumare il suo legame con l’asse israelo-americano per focalizzarsi maggiormente sulla regione del Golfo, in un quadro di aumentata assertività degli attori emergenti locali.
 

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