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Tra il 9 e il 15 settembre: il grande smottamento geopolitico, non solo mediorientale

17-09-2025 15:00

Filippo Bovo

Tra il 9 e il 15 settembre: il grande smottamento geopolitico, non solo mediorientale

Dall'attacco israeliano a Doha di martedì 9 settembre al Summit d'emergenza arabo-islamico di lunedì 15, tenutosi sempre nella capitale qatariota, è t

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Dall'attacco israeliano a Doha di martedì 9 settembre al Summit d'emergenza arabo-islamico di lunedì 15, tenutosi sempre nella capitale qatariota, è trascorsa meno di una settimana, durante la quale un ordine internazionale dagli assetti storici già fortemente compromessi ha subito ulteriori e fragorosi smottamenti. Il Medio Oriente dal 7 ottobre 2023 ha visto svanire alcune certezze che sembravano ormai consolidate, provando che già in precedenza erano state sfibrate da altre novità mai debitamente considerate; e di volta in volta non sono mancate neppure brusche accelerazioni come questa, che preludono a cambi d'assetto di portata epocale. Certo, l'ordine internazionale sorto dopo la Seconda Guerra Mondiale non era mai rimasto tale e quale in tutti questi decenni, conoscendo già dei drastici cambiamenti nella forma e nella sostanza con la prima decolonizzazione africana nel 1960 o il collasso del Campo Socialista nel 1989-1991, fatto quest'ultimo che aveva traumaticamente stabilito il passaggio dal bipolarismo USA-URSS all'unipolarismo guidato dalla superpotenza superstite, inaugurato dalla mediatica Guerra del Golfo del 1990. 

 

Il Medio Oriente non era nuovo già allora a simili prove, come i conflitti israelo-palestinese ed arabo-israeliano stavano ad indicare: tra vittorie e pareggi su più avversari allo stesso tempo, Israele aveva attestato la sua predominanza nella regione, insieme a quella dell'Occidente di cui era ed è il primo rappresentante locale. Altri eventi (come l'Accordo tra Nixon e Faysal del 1971, con la nascita del petrodollaro e della protezione americana sull'Arabia Saudita e sugli altri Stati del Golfo, ancor più rafforzata dopo la Guerra del Golfo del 1990, con l'arrivo di nuove basi sui loro territori; o gli Accordi di Camp David del 1977, con l'Egitto paese guida del Mondo Arabo primo a riconoscere Israele, oltretutto sfilandosi dal suo rapporto col blocco sovietico), a maggior ragione avevano asserito la complessiva prevalenza dell'Occidente guidato da Washington in Medio Oriente, con gli attori non allineati come la Libia, la Siria o l'Iran tenuti ai margini o costretti a scendere a patti coi “dominatori”. Non senza colpo ferire, giacché i contraccolpi erano sempre ricaduti sui soli attori regionali, gli Stati Uniti erano così subentrati alla precedente influenza in Medio Oriente delle due vecchie potenze coloniali europee sue alleate, la Francia e soprattutto l'Inghilterra, con una transizione quando naturale e quando forzata.

 

Nel corso dei decenni quell'ordine ha dunque conosciuto continui aggiustamenti, che dal bipolarismo USA-URSS all'unipolarismo a guida americana si sono presentati almeno per un buon ventennio come un complessivo irrobustimento del predominio israelo-occidentale sul Medio Oriente. Non sono mancati però sintomi del suo declino: oltre alla Rivoluzione islamica in Iran, che già nel 1979 ha anticipato una brusca ripresa d'identità politica da parte di uno strategico attore locale, seppur né arabo né sunnita, gli esiti della Guerra al Terrore inaugurata dall'Amministrazione Bush dopo l'11 Settembre e delle Primavere Arabe guidate dalla successiva Amministrazione Obama hanno finito col ritorcersi contro i vecchi “dominatori”. I quali, per giunta, s'erano pure visti in qualche modo “indotti” a procedere in tal senso, onde fronteggiare la riemersione dei loro nuovi competitori globali. 

 

Il nuovo millennio ha infatti visto la costante crescita di quei grandi e medi paesi presto riunitisi in organismi come i BRICS o la SCO: dalla Cina, con una sbalorditiva progressione economica dove il Partito Comunista, senza lasciarsi blandire dalla globalizzazione a guida americana, ha finito invece per cavalcarla, aprendola ad una gestione globale più comune; alla Russia, uscita dalla traumatica transizione post-sovietica con una ritrovata unità e sovranità politica ed economica, in precedenza date per definitivamente compromesse; fino all'India o al Brasile, gravati ancora dai duri contrasti interni legati a retaggi coloniali e neocoloniali non ancora del tutto debellati. La grande crescita economica e manifatturiera cinese e indiana attirava i paesi mediorientali, che potevano trovare nei nuovi colossi emergenti dei preziosi clienti per le loro risorse energetiche e delle buone alternative ai beni e servizi forniti dall'oligopolio dei “dominatori” occidentali. L'invasione dell'Iraq e l'abbattimento programmato dei governi arabi repubblicani, secondo gli Stati Uniti, sarebbero serviti a riaffermare per un lungo periodo di tempo il vecchio predominio in Medio Oriente, sempre più in pericolo con l'arrivo di nuovi concorrenti; e invece ha finito, come in realtà più d'uno anche tra i vecchi yesmen aveva avvertito, con l'accelerarlo.

 

Poco prima che scoppiasse la guerra del 7 ottobre, era avvenuto un fatto epocale, benché sottaciuto in Occidente: grazie alla mediazione di Pechino, Iran ed Arabia Saudita, quest'ultima portando dietro di sé gli altri Stati del Golfo, avevano chiuso con la loro pluridecennale rivalità, aprendo pure al risanamento della storica Fitna tra sciiti e sunniti. Ben pochi in Occidente sottolinearono che, portando a stringersi la mano degli attori fino ad allora contrapposti, ma pure con interessi ormai sempre più comuni (tra i quali il crescente rapporto economico coi paesi emergenti era solo uno dei tanti), anche i fino ad allora tanto decantati Accordi di Abramo diventavano solo carta straccia, fumo negli occhi per una certa propaganda occidentale. La guerra del 7 ottobre, scoppiata pochi mesi dopo, ha messo alla prova quei nuovi equilibri, senza tuttavia riuscire a scalfirli e persino fornendo nel lungo periodo nuove motivazioni a portarli avanti. 

 

Con gli Stati Uniti, garanti sempre più dichiarati e generosi degli interessi di Israele nella regione, i paesi arabi hanno preferito temporeggiare, muovendosi coi piedi di piombo per sfuggire al rischio di contrapposizioni insostenibili; mentre i loro legami politici ed economici con la Cina e gli altri colossi crescevano sempre di più e, nel clamore del conflitto, la loro “neutralità positiva” con l'Iran spiccava in modo non meno manifesto. L'attacco di Israele a Doha, non il primo per la storia dei paesi arabi, ma certo tale per quella di uno del Golfo, più che un fulmine a ciel sereno è stato la conferma ad una consapevolezza che già da tempo serpeggia tra tutti gli attori del CCG (Consiglio di Cooperazione del Golfo, organismo sorto nel 1981 per riunire le  monarchie della Penisola Araba, ovvero Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Baharain, Emirati Arabi Uniti ed Oman): malgrado i tanti investimenti nell'economia americana, gli affari miliardari, le costose garanzie sulla sicurezza finora pagate, e per concludere anche le basi USA sui loro territori, se il gioco dovesse farsi duro gli Stati Uniti non sceglierebbero mai loro ma soltanto Israele.

 

Sotto quest'aspetto, l'attacco a Doha del 9 settembre è stato uno spartiacque tra un vecchio ordine, che ai paesi mediorientali non conviene più e comporta loro crescenti minacce alla sicurezza e agli interessi, ed uno nuovo a cui maggiormente impegnarsi per velocizzarne la realizzazione. Se l'ossequio all'agenda strategica di Washington, meno rigoroso che in passato ma pur sempre ben sovvenzionato, non è bastato a garantire una minima protezione ai cieli qatarioti, con nessun aereo o missile israeliano rilevato dai sistemi radar gestiti dal personale americano di stanza nel paese, il problema che ne deriva non è più solo del Qatar ma pure di tutte le altre monarchie del Golfo; che, scoprendosi esposte alle medesime vulnerabilità di tutti gli altri attori mediorientali, arabi e non, comprendono a questo punto di dover affrettare il passo. Riunendo i 22 leader della Lega Araba oltre ai 57 dell'OIC (Organizzazione per la Cooperazione Islamica), i paesi del Golfo hanno così inteso candidarsi alla costruzione, col resto del mondo musulmano, compresi molti loro ormai ex avversari regionali, di una nuova architettura di sicurezza collettiva alternativa all'inaffidabile sistema di protezione occidentale. Un primo nucleo s'avrebbe proprio nel CCG, già impegnato ad "attivare un meccanismo di difesa congiunto" (come riportato da varie fonti, da Al Jazeera a PBS News). 

 

L'emiro del Qatar, sceicco Tamim bin Hamid Al Thani, ha ribadito la determinazione del Qatar a “preservare la propria sovranità e contrastare l'aggressione israeliana", puntando l'indice sui pericoli della “visione espansionista” di Israele. Israele non vuole rapporti alla pari coi suoi vicini, neppure con gli attori moderati del Golfo, e alla prova dei fatti anche per gli Stati Uniti solo queste sono le gerarchie ammesse in Medio Oriente. Per anni i paesi arabi hanno pazientato, rinunciando alla loro reale politica in cambio di un'apparente sicurezza, ma oggi i tempi sono cambiati: pure l'Iniziativa di Pace Araba, con cui i paesi arabi offrivano ad Israele una piena normalizzazione in cambio del ritiro dai territori occupati, approvata nel 2002 ma sempre puntualmente disattesa, è stata un'ulteriore dimostrazione di cosa realmente fosse la Pax Israelo-Americana in Medio Oriente. 

 

Sebbene in Occidente oggi molti tendano a qualificare il Summit di Doha dello scorso lunedì soprattutto come uno sterile esercizio di retorica, in realtà ciò che ha segnalato è stato un ampio slittamento d'attori chiave del Sud Globale come quelli del Golfo al di fuori dagli accordi di sicurezza guidati dall'Occidente. Ulteriori prove si potranno in futuro avere dal rafforzamento di una piattaforma finanziaria comune dei paesi del CCG, che già oggi dispongono di grandi fondi sovrani con relativi investimenti internazionali, immense risorse energetiche e strategiche rotte di trasporto per terra e per mare. Quello visto tra il 9 e il 15 settembre sarà davvero ricordato come ben più di un grande smottamento geopolitico.

 

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