
Ieri, 9 settembre, con un'operazione definita “storica” dai vertici di Tel Aviv, nota col nome in codice di Fire Summit, l'aviazione israeliana ha solcato i cieli di Doha colpendo un edificio residenziale in cui si riteneva fossero riuniti i vertici dell'ufficio politico di Hamas, in Qatar per i negoziati di pace. L'operazione è parsa inizialmente coronata dal successo, con la morte di tutti gli obiettivi inizialmente data per certa e poi smentita; tra questi, figure di primo piano come Khalil al-Hayya, capo negoziatore e vice di Yahya Sinwar, o ancora l'ex leader Khaled Meshaal. Qualche vittima vi è comunque stata, come ad esempio un figlio di al-Hayya e una guardia di sicurezza qatariota; ma in generale sulle personalità giudicate di secondo piano i dubbi continuano a restare. Assai meno dubbi si hanno invece sul fatto che, scatenando ad una vasta crisi diplomatica andata ben oltre il Medio Oriente, l'attacco abbia portato allo sbandamento dei negoziati, compromettendoli seriamente anche in una prospettiva futura; sollevando oltretutto seri interrogativi sul reale livello di sovranità del Qatar, sulla sicurezza che è in grado di offrire ai suoi ospiti ed esiliati, e sul coinvolgimento avuto dagli Stati Uniti. Israele avrebbe avviato l'operazione in risposta all'attacco di Hamas a Gerusalemme di pochi giorni fa, ma l'ampiezza della posta in gioco rivestita da un'eventuale decapitazione dell'organizzazione porta a pensare anche a tanti altri obiettivi meno confessati. Il tutto, tenendo conto che l'operazione è parte di una più vasta serie d'azioni intraprese da Israele nelle ultime 72 ore, in cui oltre a Gaza e Cisgiordania ha colpito anche Libano, Siria e Yemen. A tal proposito non andrebbe dimenticato che proprio a fine agosto, in un altro ciclo d'operazioni analoghe, Israele ha provocato la morte del Primo ministro yemenita Ahmed al-Rahawi e dei ministri degli Esteri e dell'Informazione, Jahmal Ahmed Amer e Hashem Ahmed Sharaf Al-Din, insieme ad altri ministri e funzionari.
Gli Stati Uniti non erano ignari dell'operazione, per quanto molte fonti non confermino ancora un loro supporto attivo o un utilizzo da parte di Israele della locale base di Al Udeid: le ricostruzioni tecniche suggeriscono che i caccia israeliani, per coprire i 1800 km di distanza dal Qatar, abbiano effettuato rifornimenti in volo, dando l'idea di un'azione materialmente autonoma. Del resto, un volo partito dalla qatariota Al Udeid, senza l'autorizzazione di Doha, che pertanto doveva prima esserne informata, si sarebbe tradotto nella sua compromissione nell'episodio; ovvero con una perdita di credibilità politica e diplomatica persino peggiore di quella americana, soprattutto se quell'episodio Washington lo avesse tanto scopertamente avallato e favorito. Ma, stando invece alle versioni ufficiali fornite da Doha, quest'ultima sarebbe stata avvisata dell'attacco ormai di fatto già in corso proprio dagli Stati Uniti, con una tardiva telefonata. Volendo quindi dar credito ai bollettini tecnici e a quelli ufficiali, gli stessi Stati Uniti sapevano dell'operazione e per ovvi motivi, condividendo la visione di Israele della leadership di Hamas come ostacolo al raggiungimento degli obiettivi in Palestina, non l'hanno scoraggiata. Del resto, sarebbe piuttosto difficile immaginare che nell'odierno quadro di conflitto in Medio Oriente gli Stati non seguano i movimenti, anche quelli di cui non hanno ricevuto informazione, senza i loro apparati satellitare e d'intelligence. Doha ha recisamente smentito d'aver ricevuto informazioni preventive dell'azione, fornendo così una ricostruzione dei fatti che a livello diplomatico le permette di poter esprimere con più efficacia il suo risentimento per la violata sovranità. Ciò ha poi coerentemente permesso al Qatar di protestare con Washington chiedendo perché la base di Al Udeid non sia stata usata dall'aviazione americana per impedire una tale violazione ai suoi danni, visto che ufficialmente le basi nel Golfo servirebbero proprio a questo; dal Presidente Trump è giunta per l'Emiro al-Thani la vaga rassicurazione che “una cosa del genere non si ripeterà”.
Tuttavia le tempistiche con cui il Qatar è stato informato da Washington, forse addirittura dieci minuti dopo che l'operazione israeliana aveva avuto inizio, hanno aperto un solco che il passare delle ore, anziché contenere, ha contribuito persino ad aumentare. Se l'ipotesi di un'espulsione del personale militare americano appare al momento ancora piuttosto remota, per quanto ventilata, quella di rivedere dei contratti con Washington per il valore di 1,5 miliardi di dollari suona invece per Doha decisamente più pratica ed immediata, e senza dubbi con un impatto poco gradevole per le non rosee finanze americane. Anche la reazione piuttosto coordinata degli altri partner arabi e musulmani indica la volontà di una “risposta collettiva”, come definita dallo stesso Qatar, con l'Arabia Saudita che punta l'indice sulla “brutale aggressione israeliana” e l'Egitto che vi indica “un pericoloso precedente”. L'eventualità di un ritiro di Doha dal ruolo di mediatore, o anche solo di una sua temporanea autosospensione da tale ruolo, rafforza poi l'ipotesi di un possibile collasso dei colloqui, che del resto in un quadro internazionale tanto convulso non sarebbero neppure connotati dell'adeguata fiducia tra partner per poter andare avanti. Il Pakistan, infine, ha proposto una riunione straordinaria dell'OIC, l'Organizzazione della Comunità Islamica, che riunisce tutti i paesi musulmani al mondo, nelle cui opinioni pubbliche l'insoddisfazione per quanto in corso in Medio Oriente è più che palpabile. I paesi arabi del Golfo, riuniti nel Consiglio di Cooperazione del Golfo, il CCG, vedono nelle ambiguità americane e nelle azioni corsare di Israele degli elementi destabilizzanti, contrari ai loro interessi regionali, politici ed economici. Finora le basi americane erano state viste come una garanzia per la loro sicurezza, soprattutto contro l'Iran e l'influenza sciita con cui in seguito si sono riappacificati, mentre Israele appariva bene o male come un tollerabile seppur non ideale vicino di casa, a sua volta funzionale a contenerla insieme ai governi repubblicani e socialisti del Mondo Arabo, oggi scomparsi o con cui sono cospicuamente entrati in affari. Dinanzi ad un tanto drastico cambiamento del quadro geopolitico mediorientale, con Israele trasformatosi in potenziale minaccia nei loro confronti e gli Stati Uniti ambiguamente più dalla sua parte che dalla loro, malgrado i fiumi di petrodollari con cui cercano di mantenerne la vicinanza, si vedono indotti a delle nuove e gravi riflessioni.
Forse anche tutto ciò spiega perché Trump, seguitando nel dire di non aver ricevuto informazioni preventive da Israele, si dichiari “molto turbato” e “non entusiasta” per gli esiti dell'operazione israeliana, che giudica come “sfortunato incidente”; per quanto l'accidentalità, in tale quadro, appaia un elemento piuttosto lacunoso. D'altronde, che la sincerità sia una delle prime vittime delle dieci bombe piovute sull'elegante edificio residenziale colpito dai caccia israeliani, appare un fatto più che chiaro. Anzi, se volessimo dar credito alle versioni ufficiali, nemmeno sarebbe stata preavvisata Hamas, i cui vertici sono invece scampati al pericolo. Si possono comprendere anche in questo caso le smentite governative date da quanti, in un primo tempo, erano stati indicati come autori delle “soffiate”, ovvero Egitto e Turchia. Quest'ultimi, associatisi al coro di condanne diplomatiche piovuto su Israele e sulle complicità americane, hanno preavvisato i vertici di Hamas, salvandoli così da un attacco a sorpresa destinato ad avere altrimenti ben altro esito. Non intendono però massimizzare il rischio di una ritorsione israeliana per il procurato fallimento dell'operazione Fire Summit, che peraltro Tel Aviv ha già “giurato”. Sappiamo però che il MIT, l'intelligence turco, ha intercettato informazioni sull'attacco israeliano allertando per tempo il Qatar; i vertici di Hamas hanno potuto così evacuare l'edificio in cui si trovavano, pochi minuti prima che fosse bombardato. L'Egitto ha invece informato direttamente gli interessati, ai quali aveva dato ospitalità solo pochi giorni prima per un altro giri di negoziati. Altri avvisi erano stati notificati da Egitto e Turchia anche in passato, ma sempre sottovalutati come falsi allarmi: solo i solleciti dell'ultimo minuto hanno fatto sì che venissero debitamente rivalutati. In attesa d'azioni ritorsive da Israele, date per certe, Egitto e Turchia lanciano già i primi moniti diplomatici, con un crescendo nei toni che sopravanza quello già di per sé tutt'altro che tiepido dei paesi del Golfo, e che indica soprattutto una montante allerta dei loro apparati militari e d'intelligence.
Un'azione ritorsiva di Israele all'Egitto, magari con modalità riconducili al terrorismo, può apparire in questo momento complessa da immaginare, a meno che non prenda di mira altri obiettivi già piuttosto permeabili e teatro di una certa instabilità come il deserto del Negev, dove peraltro già si registra l'azione di gruppi islamo-fondamentalisti in cui l'intelligence israeliano risulta giocare un ampio ruolo. Anche i recenti accordi sul gas relativi allo sfruttamento del giacimento Leviathan, dal valore di 35 miliardi, potrebbero conoscere nuove pressioni israeliane oltre alle tante già esistenti, e per un paese dalla situazione economica alquanto fluida come l'Egitto ciò potrebbe incarnare un condizionamento piuttosto gravoso. Per quanto riguarda la Turchia, invece, le possibilità di un'azione ritorsiva israeliana potrebbero essere piuttosto varie, data l'estensione degli interessi turchi sia dentro che fuori i confini nazionali. Se non sono da escludere azioni dirette, anche in questo caso sono molto più probabili quelle indirette: a tal proposito la macchina dell'intelligence israeliano può attingere a numerosi “tramite” a cui incaricare azioni più mirate. Tra gli esempi che si potrebbero fare, Cipro nord, dove la Repubblica Turca Cipriota sembra già ora subire la pressione di una crescente OPA israeliana su tutta l'Isola, e che ha nella parte sud la sua manifestazione più espressa. Le locali basi inglesi sono già oggi usate con disinvoltura da Israele per le sue operazioni, fatto che le consente di potenziare la sua profondità strategica in Medio Oriente e nel Mediterraneo Orientale, con un ulteriore “retroterra esteso” garantito da altri paesi come in primo luogo la Grecia. Inoltre Cipro sud conosce anche una sempre maggior lottizzazione di suoi terreni da investitori israeliani, con un processo di “neocolonialismo silente” che ha iniziato a destare i primi allarmi in occasione della Guerra dei Dodici Giorni, quando almeno 12.000 cittadini israeliani evacuarono dal loro paese trovandovi più sicuro riparo. Un'altra possibile pista per un'azione ritorsiva israeliana alla Turchia è quella che l'intelligence israeliano possa nuovamente far ricorso alla sua longa manus nella galassia curda, dove soprattutto tra YPG e SDF regna un certo dissenso verso il piano di disarmo avviato dal PKK col governo di Ankara. Dopotutto proprio da lì, lo scorso ottobre, partì l'attentato alle sedi di Baykar di Ankara, mentre il Presidente Erdogan partecipava al BRICS Summit di Kazan.
