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Pechino, 3 settembre 1945-2025: la Giornata della Vittoria

04-09-2025 12:24

Filippo Bovo

Pechino, 3 settembre 1945-2025: la Giornata della Vittoria

Il 3 settembre è una giornata davvero importante per la Cina e il popolo cinese, e non soltanto per la grandiosa parata con cui viene celebrata. Propr

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Il 3 settembre è una giornata davvero importante per la Cina e il popolo cinese, e non soltanto per la grandiosa parata con cui viene celebrata. Proprio il 3 settembre 1945, con la resa incondizionata del Giappone firmata il giorno prima, anche in Cina terminava ufficialmente il più cruento e duraturo, ma in Occidente anche meno conosciuto, capitolo della Seconda Guerra Mondiale. Quel capitolo, iniziato in tempi in cui l’Europa godeva ancora di una relativa pace, era iniziato dapprima con l’occupazione giapponese della Manciuria nel 1931, dovuta al pretestuoso casus belli dell’incidente del Ponte di Mukden, e quindi con l'aggressione su più vasta scala del 1937, legata all'incidente del Ponte Marco Polo. La Guerra Sino-Giapponese aveva impegnato contro l’Esercito Imperiale Giapponese le forze militari del KMT e del PCC, reclamando secondo peraltro caute stime la vita di non meno di venti milioni di cittadini cinesi tra civili e militari. Gli occupanti giapponesi non avevano manifestato alcuna pietà verso la popolazione: esempi come il massacro di Nanchino e le Unità 731, ancora troppo poco studiati in Occidente e che provano le tante responsabilità della stessa Casa Imperiale giapponese, tuttora ce lo stanno dolorosamente a ricordare.

 

Ma oggi è soprattutto la poderosa parata in Piazza Tienanmen a catturare l’immaginario degli osservatori occidentali, e non soltanto il loro. E' stato celebrato l’80esimo Anniversario della Vittoria, con un evento di tale imponenza da soverchiare addirittura le non proprio minimali parate del passato. Un tale, continuo crescendo in organizzazione, mezzi e presenza d'invitati stranieri testimonia la parallela progressione della Nuova Cina come grande potenza a livello globale, punto di riferimento per ben più del solo Sud Globale. E’ un dato che, per quanto molti nostri media cerchino d'occultare, seppur tra le righe si trovano poi a lasciar di fatto trasparire: talvolta il troppo zelo sortisce effetti contrari. Oltre diecimila i soldati dell’Esercito Popolare di Liberazione hanno sfilato per circa novanta minuti tra la Chang’an Avenue e Piazza Tienanmen, accompagnati da un vasto dispiegamento di centinaia di veicoli militari, aerei, droni e missili. Il Presidente Xi Jinping, a bordo dell’auto presidenziale, ha ispezionato e salutato le truppe, al grido di “Serviamo il Partito e il Popolo, otteniamo la vittoria in battaglia, serviamo con onore ed orgoglio!”. Tra le nuove armi notate all'evento, a testimonianza dell’impressionante sviluppo tecnologico conosciuto dal Dragone, missili ipersonici, sistemi laser, droni navali, robot da combattimento come i “lupi robot”, il missile balistico intercontinentale DF-5C in grado di trasportare testate nucleari multiple, il razzo JL-3 lanciato da sommergibili, il drone stealth GJ-11, il lanciarazzi PHL-16 indicato dagli esperti militari come diretto concorrente dello statunitense HIMARS, oltre a vari caccia stealth come i J-20 e J-35 che in tempi recenti, dopo le brillanti dimostrazioni d'efficienza dimostrate nel recente conflitto indo-pakistano, dopo l’aviazione militare di Islamabad hanno conquistato il gradimento anche di quella di Teheran.

 

Tra i leader presenti, accanto al Presidente cinese, anche altri 26 suoi omologhi tra cui spiccano nomi di indubbia risonanza: dal russo Vladimir Putin, seduto alla sua destra, al nordcoreano Kim Jong-Un, seduto alla sua sinistra e per la prima volta presente ad un grande evento internazionale, con la figlia Kim Ju Ae ad accompagnarlo. Ancora, l’indiano Narendra Modi, il bielorusso Alexsandr Lukashenko, il serbo Aleksandr Vucic, l’indonesiano Prabowo Subianto, l’iraniano Massoud Pezeshkian, lo slovacco Robert Fico, unico leader di un paese UE, il pakistano Shehbaz Sharif, l’azero Ilham Aliyev, il malese Anwar Ibrahim, il nepalese Sharma Oli, il singaporiano Gan Kim Yong, oltre a rappresentanti da Cuba, Venezuela ed altri paesi. In Occidente, prevedibilmente, una presenza tanto folta di personalità spesso demonizzate dai nostri media è stata vista con occhi non proprio benevoli: persino le letture più caute non si sono mai troppo discostate dall'idea di una sorta di “sfida” cinese agli Stati Uniti e all'Europa, in aggiunta alla già tanto declamata e fantomatica “minaccia russa”. La presenza di leader europei come Fico, proprio come in passato è stato per l’ungherese Viktor Orban nei suoi tentativi diplomatici con la Russia nel pieno della guerra in Ucraina, del pari ha alimentato in molti osservatori occidentali di stampo euro-atlantista tali ed improbabili “teorie della cospirazione”. Eppure il fatto di riunirsi da pari in un mondo multipolare non dovrebbe mai essere interpretato come chissà che cosa di “minaccioso”, nei confronti di nessuno.

 

Nel discorso di apertura, il Presidente Xi ha sottolineato la “scelta dell’umanità tra pace o guerra, dialogo e confronto, cooperazione win-win o gioco a somma zero”. Descrivendo Pechino come “grande nazione” impegnata nel portare avanti pace e sviluppo, ha avvertito che “la rigenerazione della Cina è inarrestabile” e non si lascerà “intimidire da bulli”. Secondo il detto per cui “si dice il peccato, ma non il peccatore”, i riferimenti fatti dal Presidente sono parsi più che chiari: certi paesi con cui la Cina non rinuncia al dialogo, dando al contrario segno di credervi più di loro, nonostante gli sforzi e la disponibilità sin qui manifestate continuano ancora a portare avanti una condotta non costruttiva e dannosa, oltre che per i loro cittadini, anche per il resto della comunità mondiale. Proseguendo nel discorso, Xi Jinping ha celebrato la memoria della Guerra di resistenza contro l’aggressione giapponese come prima vittoria totale della Cina moderna, nel 1945, enfatizzando soprattutto il coraggioso contributo allora dato dai combattenti del PCC. Ciò non ha risparmiato, da oltremare, critiche a Pechino per il fatto di non aver sufficientemente ricordato anche gli sforzi del KMT e i contributi statunitensi alla guerra di liberazione cinese contro l’occupazione giapponese, con alcune note piuttosto polemiche espresse soprattutto dalla Casa Bianca. Tuttavia, ricordando pure quel contributo, seppur con le sfumature di un dovuto tono politico, il Presidente cinese ha anche detto che “L’umanità vive sullo stesso pianeta; dovremmo aiutarci a vicenda e vivere in armonia, e non tornare mai alla legge della giungla, dove i forti predano i deboli”. I moniti della storia, dunque, devono servire oggi per prevenire nuove “tragedie storiche”.

 

Le reazioni internazionali, come in parte già accennato, vedono Donald Trump che nel suo social Truth, pur polemizzando con Pechino per non aver adeguatamente elogiato il contributo statunitense alla vittoria, riconosce la portata “impressionante” della parata ed augura al popolo cinese una “splendida giornata”; salvo poi accusare Vladimir Putin e Kim Jong-Un, presenti alle celebrazioni, di “cospirare contro gli USA”. I media statunitensi, venendo presto emulati da quelli europei, hanno descritto la parata per la Giornata della Vittoria come un segnale di sfida, da non sottovalutare. Ad alcuni di loro, come pure agli analisti che alla Casa Bianca che assistono l’Amministrazione nel tracciare le sue strategie, probabilmente non dev’essere sfuggito che la Giornata della Vittoria, consolidando il ruolo nazionale del PCC e sottolineando il grande contributo dei comunisti nella Guerra di liberazione contro gli occupanti, implicitamente collega la vittoria del 1945 anche alla riunificazione di Taiwan. Quest’ultima, dopotutto, era territorio occupato dal Giappone fino alla vittoria cinese, e poi restituito con gli accordi di pace a Pechino; almeno finché, persa la guerra civile nella Cina continentale, le truppe del Governo nazionalista del KMT non vi avevano riparato facendone il proprio nuovo quartier generale. Ricollegandosi perciò alla Dichiarazione del Cairo del 1943, che giudica Taiwan come parte integrante del territorio cinese al pari delle altre regioni allora sotto occupazione giapponese, e sostanziatasi proprio all'indomani del 3 settembre 1945 nonostante la guerra civile scoppiata di lì a breve tra KMT e PCC, non aver enfatizzato più del necessario il contributo statunitense per la Vittoria potrebbe non essere un dato tanto casuale. Ma è soltanto un’ipotesi, una retrolettura, seppur maliziosa.

 

Per il resto, a livello europeo, sono state lanciate pronte critiche per la presenza a Pechino di Robet Fico e dell’ungherese Péter Szijjarto, giudicata come una sorta di “tradimento” dei valori dell’UE ed un’esplicita legittimazione di “regimi autoritari”. L’inglese BBC, commentando la parata e gli ospiti presenti, ha parlato di un “chiaro messaggio a Trump”, dandone dunque una raffigurazione minacciosa  per l’asse euro-atlantico. Dal Giappone sono piovute ovvie rimostranze per l’enfasi data ai crimini di guerra giapponesi, per quanto largamente provati anche dai molti processi dei Tribunali di Tokyo. Ma, come già ricordato, tali fatti continuano tuttora a ricevere scarsa conoscenza ed attenzione sia in Giappone che in Occidente, per ragioni spesso piuttosto “interessate”. Altre letture mediatiche occidentali invece, scindendo la Giornata della Vittoria dal suo fondamento storico e valoriale, tendono a ridurla soprattutto ad esibizione di forza contro gli Stati Uniti e i suoi alleati, monito di nuove e più grave tensioni militari future: sostanzialmente, l’obiettivo perseguito dai loro autori è come sempre quello di motivare alleati ed opinione pubblica interna a serrare le fila contro un'ovvia e futura minaccia cinese che per forza di cose verrà. Alimentare ad Occidente la sfiducia verso i propri partner, come in questo caso la Cina, descrivendoli alla stregua di nemici da cui diffidare perché inevitabilmente propensi a volere il nostro male, è una tipica tattica con cui far pressione psicologica sulle masse, largamente utilizzata nel mondo dei media. 

 

Altre letture ancora, infine, puntano nel sostenere che la grandiosità della Giornata della Vittoria a Pechino non possa che andare a beneficio di quanti a Taiwan caldeggiano l’indipendentismo, anche in questo caso sostenendo o mettendo comunque in buona luce delle politiche perturbative degli equilibri non soltanto regionali ma anche internazionali. In generale, la panoramica offerta dai vari media occidentali appare, salvo poche ma lodevoli eccezioni, sempre alquanto sterile e deludente. Ma, come già dicevamo, spesso il troppo zelo nel voler dire una cosa porta di fatto ad ammettere, seppur nascostamente, proprio il suo esatto contrario: sortendo così ben altro effetto.

 

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