
Finora, una tenue costante nei rapporti tra Stati Uniti ed India è stata riposta nel comune intento di dar vita, con Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita ed Unione Europea, all'IMEC, quella Via del Cotone che nei piani dei suoi promotori avrebbe un giorno potuto scalzare la concorrenza della BRI, la Nuova Via della Seta. Eppure, quanto visto dai primi di agosto ad oggi pare aver bruscamente sovvertito una tale dinamica, con implicazioni che potrebbero non rientrare in tempi e modi tanto propizi per Washington. Dopo l'annuncio americano di voler portare al 50% i dazi sulle merci indiane dalla fine d'agosto, con un vero e proprio ultimatum a New Delhi a ridurre le importazioni di greggio russo, il governo indiano ha reagito con un atteggiamento di fierezza, in linea con la sua identità nazionalista. Ma i suoi movimenti sono parsi inizialmente piuttosto incerti, complici le spaccature politiche interne e la fluidità nei rapporti coi propri vicini, in primo luogo il Pakistan con cui soltanto pochi mesi fa New Delhi ha ingaggiato uno scontro dagli esiti piuttosto controversi ed in cui la longa manus degli interessi americani non è affatto mancata. In seguito hanno però acquisito velocità e solidità, con un effetto probabilmente al di là di quanto probabilmente Washington avrebbe potuto immaginare nelle sue meno positive previsioni. Così l'IMEC, già fiaccato dall'andamento della guerra in Medio Oriente e dalla non facile prova di Israele dallo scontro ingaggiato con Teheran, pare oggi in cattive acque più che mai.
Già lo scorso 7 agosto il premier indiano Narendra Modi ha annunciato con soddisfazione gli esiti nella sua conversazione col Presidente russo Putin ringraziandolo, oltre che per gli aggiornamenti sugli ultimi fatti relativi al conflitto in Ucraina, anche per i progressi nell'agenda bilaterale, in cui campeggia la rafforzata volontà indiana ad approfondire la partnership strategica speciale e privilegiata tra i due paesi. Con ottimismo, l'India si prepara ad accogliere a breve il capo di Stato russo, sancendo un nuovo strappo alla vecchia “relazione speciale” indo-americana, che Trump puntava a perfezionare innanzitutto correggendone il forte squilibrio nella bilancia commerciale. Nel 2024, a fronte d'esportazioni americane in India pari a 41,5 miliardi di dollari, le importazioni sono state pari a 87,3 miliardi, in aumento rispettivamente del 3% e del 4,5%: dati importanti ma pur sempre lontani da quelli nel frattempo registrati dagli Stati Uniti con la Cina, pari rispettivamente a 143 e 439 miliardi, con un deficit commerciale di 295 miliardi a favore di Pechino. Se sanare il deficit commerciale con la Cina pare per gli Stati Uniti un obiettivo a dir poco utopico, anche con l'India, con cui ammonta a 45,8 miliardi, non sembra molto più facile. Ma gli Stati Uniti, più che centrare un simile obiettivo in tempi per giunta brevi come quelli di un paio di mandati presidenziali, mirano semmai ad alterare i rapporti coi loro vari partner economici, sempre più accomunati da una sinergia che li lega dal Brasile all'India, dalla Cina all'ASEAN, fino alla Russia. Secondo Washington, quell'interazione economica vanifica i suoi sforzi per isolare ed indebolire la macchina bellica russa, aiutandola a reggere il confronto militare con la NATO in Ucraina.
Prima dello scoppio del conflitto in Ucraina, l'energivora economia indiana importava dalla Russia solo lo 0,2% del suo fabbisogno petrolifero, dato presto salito al 40% del 2024, per una spesa nel biennio pari ad almeno 16 miliardi di dollari, all'interno di un più vasto commercio bilaterale giunto ormai a quota 68,7 miliardi di dollari. A batterla nel record d'acquisti, solo la Cina, con acquisiti di petrolio russo per 62,9 miliardi di dollari, di gas metano per 8,09 miliardi e di GNL per 4,99 miliardi. Molti osservatori hanno visto nelle nuove azioni di Washington un rinnovato tentativo di Trump d'indebolire il rapporto tra i paesi BRICS+, in costante lievitazione, e non è una considerazione sbagliata; ma d'altronde anche dal 2022 in avanti questo è stato l'atteggiamento americano, e del pari europeo, quando a suon d'accuse, quando di blandizie. Ma tutti questi tentativi, condotti col bastone e con la carota, non hanno sortito effetti allora, allorché la loro integrazione economica e strategica risultava ben meno consolidata di oggi, ed ancor meno possibilità possono dunque avere adesso. Non a caso, il consigliere di Modi per la sicurezza nazionale è volato a Mosca per firmare un protocollo d'intesa per l'espansione industriale e tecnologica, mentre New Delhi ha bloccato l'acquisto del nuovo lotto di F-35. Anche con la Cina i vecchi dissapori per le frontiere hymalaiane sembrano ormai sulla strada di un positivo risanamento, come provato ad esempio dal 23° incontro tra rappresentanti speciali indiano e cinese, il primo dopo cinque anni: ne è prova anche l'incontro tra Modi e il ministro degli Esteri cinese Wang Yi di queste ore.
Le continue spallate americane puntualmente rispedite al mittente non giovano neppure alla credibilità internazionale del dollaro, a cui certamente Washington tiene più di molti altri dossier che ha comunque a cuore. Per via della sua costante e montante aggressività, i BRICS+ e i partner terzi possono sempre più vedersi indotti a valutare nuove alternative al biglietto verde e a sistemi come lo SWIFT per le loro transazioni commerciali internazionali; già in parte molti di loro lo fanno, nei propri commerci bilaterali, dalla Russia alla Cina all'Arabia Saudita, e via dicendo. Più Washington vuole dividerli, implicitamente sancendo l'affossamento anche di tale loro iniziativa, più la loro reazione ad unirsi comporta il rischio che essa acquisti sempre maggior attualità; tant'è che già al Summit BRICS+ di Kazan dello scorso ottobre l'idea di un sistema di pagamenti alternativo allo SWIFT è stata introdotta con una sentita partecipazione. Un indebolimento del dollaro, con un minor ricorso ai sistemi di pagamento maggiormente controllati dagli Stati Uniti, renderebbe meno credibile ed appetibile in futuro anche l'ipotesi di una Nuova Via del Cotone; sebbene ad oggi la valuta americana, a livello internazionale, vanti tuttora un uso nelle transazioni superiore al 50%. Un primato che ha però davanti a sé tutte le sfide del tempo.
In generale una maggior integrazione tra Russia, India e Cina, i cui bisogni tra l'altro appaiono giorno dopo giorno sempre più complementari, non suona in generale come una buona notizia per Washington: non solo da un punto di vista economico, energetico e commerciale, ma ancor più strategico. Si pensi alle prospettive che, in una simbiosi tanto crescente, possono porsi per il QUAD (Stati Uniti, Giappone, Australia ed India) con cui Washington ha sin qui basato parte della sua strategia di “contenimento” della Cina nel Pacifico. Per Washington non è certo più sacrificabile dell'IMEC, ma per i vecchi alleati indo-pacifici sempre più lontani dalle sue posizioni evidentemente il destino d'entrambi i progetti è già segnato. Anziché dividersi tra loro ed avvicinarsi agli Stati Uniti nell'isolare la Russia, insieme i paesi terzi sulla scia del triangolo sino-russo-indiano sembrano così oggi prepararsi paradossalmente al rafforzamento dell'isolamento americano.
