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Dopo Washington: in Ucraina, Russia e Stati Uniti giocano ancora da soli

20-08-2025 19:00

Filippo Bovo

Dopo Washington: in Ucraina, Russia e Stati Uniti giocano ancora da soli

Quando scoppiò il conflitto in Ucraina, con l'intervento delle truppe russe descritto da Mosca come “operazione speciale”, non tardò a crearsi un coro collettiv

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Quando scoppiò il conflitto in Ucraina, con l'intervento delle truppe russe descritto da Mosca come “operazione speciale”, non tardò a crearsi un coro collettivo, tra Washington, Kiev e le capitali europee, d'intimazioni al Cremlino affinché ritirasse le truppe ponendo termine alle ostilità e permettesse il ripristino di quel fragile status quo. Uno status quo, quello dell'Ucraina precedente al 24 febbraio 2022, che vedeva estenuanti ed infruttuose trattative tra i rappresentanti russi, ucraini, americani ed europei sulla situazione nelle regioni orientali ucraine in cui Kiev stava intanto conducendo una vera e propria pulizia etnica, peraltro nella piena acquiescenza degli alleati atlantici. Gli strali di Kiev e dei suoi alleati non si limitavano alla sola Russia, ma anche a tutti quei paesi indicati come suoi maggiori partner ed interlocutori, a cominciare ad esempio dalla Cina verso cui l'approccio adottato apparve sin da subito schizofrenico: da una parte l'invito, anzi l'ordine a costringere Mosca al ritiro delle truppe, dall'altra l'accusa di collaborare a vario titolo al suo sforzo bellico. Se quest'accusa implicava quella di una cobelligeranza che rompeva con le regole della politica di Pechino, argomentazione piuttosto infamante anche perché rivolta da attori come quelli atlantici che nel mentre sostenevano realmente all'armamento e al rifiuto della diplomazia di Kiev, l'altro invito appariva invece una grottesca e maldestra richiesta d'aiuto affinché un paese terzo, come in questo caso la Cina, togliesse loro le castagne dal fuoco. La risposta di Pechino, che in ogni caso non venne mai meno al dovere di sostenere la pace, come indicato ad esempio dal suo piano che proprio i paesi atlantici sabotarono in più occasioni, fu in quel momento molto chiara: “Spetta a chi ha messo il sonaglio al collo della tigre, andare a toglierlo”.

 

L'arrivo di Donald Trump ha inizialmente offerto, dopo l'oltranzismo della precedente Amministrazione Biden, la speranza che potessero crearsi migliori condizioni per un raggiungimento della pace, di fatto possibile soltanto se gli Stati Uniti, primi beneficiari della guerra in Ucraina, avessero in qualche modo maturato un'adeguata assunzione di responsabilità e, di conseguenza, costretto gli alleati dell'area atlantica a gettare la spugna. In fondo, non è un mistero che gli oltre tre anni di guerra in Ucraina ne abbiano mascherato anche un'altra, più sotterranea e non dichiarata, degli Stati Uniti all'Unione Europea, in termini strategici, geopolitici e finanziari. In un colpo solo, non soltanto Washington è riuscita dal 24 febbraio 2022 a rompere il crescente rapporto energetico, economico e commerciale tra Unione Europea e Russia, ma anche ad ostacolare con maggior efficacia i suoi interscambi con la Cina e con altri partner. Mai come da quel giorno Washington ha potuto trovare in Bruxelles e nei paesi europei dei partner tanto docili e malleabili. Tra corse al rialzo dei tassi d'interessi, acquisti di scisto ed armamento americani, e continue donazioni economiche per la causa della “vittoria”, il “giardino europeo” s'è visto sempre più drenato di preziose risorse senza soluzione di continuità. Ma presto anche Trump ha dimostrato di non voler sposare approcci migliori verso i suoi pur indeboliti alleati, semplicemente puntando a portar avanti il medesimo obiettivo di razzia con nuovi e diversi mezzi: ed ecco dunque i dazi, coronati da accordi commerciali tra il Presidente americano e la sua omologa Ursula von der Leyen a dir poco “sbilanciati”, o ancora il piano di riarmo in grande stile per la NATO, ovvero per l'apparato militar-industriale americano assetato di nuovi capitali e maggiori masse critiche, sottoscritto a suon di miliardi e miliardi di euro. Anche oggi, a maggior ragione alla luce degli incontri appena tenutisi a Washington tra Trump, Zelensky e i partner euroatlantici, la musica non pare affatto esser cambiata.

 

Se tanto clamore aveva destato l'incontro tra Trump e Putin ad Anchorage, per la grande accoglienza data al Presidente russo, riapparso in pompa magna sulla scena occidentale dopo più di tre anni di gelo, e per l'insolita familiarità che i due avevano manifestato davanti alle telecamere, anche nel caso degli appuntamenti a Washington dello scorso 18 agosto non parrebbe esser andata diversamente; eppure il clima è sembrato molto più fosco, con una stanchezza ed un'aleatorietà che i resoconti ufficiali non sono stati del tutto capaci di fugare. L'obiettivo, che sembrerebbe implicare una pur vaga volontà americana d'assumersi finalmente la responsabilità di favorire la fine del conflitto in Ucraina, obbligando gli alleati a far altrettanto, in teoria pareva esserci; ma nell'insieme, cosa che varrebbe pure per l'incontro con Putin, non è stato uno degli elementi predominanti. Se non altro, s'è caratterizzato per la maggior ospitalità che il Presidente americano ha riservato al suo omologo Zelensky, che proprio in quello stesso Studio Ovale soltanto pochi mesi prima insieme al suo vice Vance aveva trattato in modo piuttosto incerimonioso: non è un caso che, soprattutto in Italia, molti analisti dell'area atlantica abbiano puntato proprio su quest'aspetto, vedendolo come una sorta di ravvedimento trumpiano nel volere la guerra a tutti i costi, in pieno sposalizio con la linea zelenskiana. Ma se questo è stato l'aspetto su cui più hanno puntato, forse su tutto il resto non avevano molto altro da dire, sia a proprio favore che della causa bellica. Dopotutto, se l'intera area atlantica, da Washington a Bruxelles fino all'alleata Kiev, sembra oggi mostrare una maggior unità d'intenti, cosa peraltro di per sé certo non nuova, non necessariamente ciò dovrebbe preludere ad una decisiva svolta a favore delle forze ucraine, che non a caso proprio in questo momento, dinanzi al rafforzamento dell'offensiva russa, appaiono invece più indebolite che mai. Lo può testimoniare, ad esempio, il bilancio delle loro perdite: per quanto dibattuto dalle varie fonti, è tuttavia ormai ampiamente asserito che i numeri forniti dalle autorità di Kiev siano a dir poco irrealistici, se non proprio moralmente inaccettabili.

 

Lasciandosi momentaneamente alle spalle mesi di posizioni a dir poco contraddittorie, Trump ha parlato della necessità di una soluzione rapida e della sua volontà d'agire da mediatore. Appurato, già nei colloqui con Putin, che perseguire una tregua sia un obiettivo ad oggi irrealizzabile, stante il buon andamento dell'azione russa sul campo e l'ovvia riluttanza di Mosca a far “regali” alle controparti ucraina ed atlantica ancora arroccate su posizioni diplomatiche giudicate irricevibili, il Presidente americano s'è prontamente rimangiato quel traguardo; ed ha sostanzialmente sposato la stessa linea del Cremlino, ovvero negoziati diretti finalizzati ad un accordo di pace a lungo termine. Tuttavia, dinanzi a Zelensky e agli alleati europei, ha parlato anche della disponibilità americana a fornire garanzie di sicurezza per l'Ucraina, ipotizzandone almeno in parte lo status postbellico: una sorta di promessa ai governanti ucraini, a dir poco agitati dalla prospettiva di un abbandono americano e dalle conseguenze della pace, che Washington e la NATO saranno comunque sempre al loro fianco. In termini ufficiali, gli Stati Uniti sarebbero pronti ad “aiutare” l'Europa nel fornire queste garanzie, ma senza andar troppo sui dettagli, giacché l'aiuto comporterebbe pur sempre ulteriori nuovi costi che i paesi dell'area atlantica si dovrebbero sobbarcare, in aggiunta ai precedenti; mentre l'Ucraina ancora una volta si vedrebbe comunque preclusa l'agognata entrata nella NATO, oggi ancor più inopportuna che mai vista la rafforzata posizione di Mosca e gli equilibri politici e militari che ne sono derivati. Altra cosa non nuova, da parte di Trump, la convinzione che una soluzione si possa trovare in tempi brevi, forse “in una settimana o due”; decisamente inedita invece, ma pur sempre in linea con la volontà di rimarcare il suo ruolo di mediatore, la scelta di chiamare direttamente Putin, per aggiornarlo sui progressi nei colloqui. Tuttavia, finché le proposte americane, e pertanto europee, saranno quelle che Russia ed Ucraina procedano ad esempio a reciproci scambi territoriali, difficilmente si potranno immaginare effettivi passi in avanti. Zelensky, pur continuando ad invocare nuove armi ed aiuti per fronteggiare il nemico, ha ringraziato per le promesse e s'è dichiarato pronto ad incontrare Putin non appena il vertice sarà stato concordato. 

 

Hanno poi partecipato anche la Presidente della Commissione UE, Ursula von der Leyen, e il Segretario Generale della NATO, Mark Rutte, oltre ai leader d'alcune nazioni europee che nel conflitto si sono maggiormente “distinte” per iniziativa e disponibilità alla spesa. I Presidenti francese e finlandese, Emmanuel Macron ed Alexander Stubb, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, e i primi ministri italiano ed inglese, Giorgia Meloni e Keir Starmer, senza sorprese hanno confermato il loro tradizionale allineamento alle volontà americane, cercando per l'occasione di distinguersi con qualche considerazione o rivendicazione di merito. Trump ha escluso l'impiego di truppe americane sul campo, come garanti della sicurezza ucraina, proponendo semmai che siano gli europei a farlo con le proprie; ma anche questa ipotesi, intuibilmente, non troverebbe il gradimento del Cremlino. L'idea che a presidiare l'Ucraina, perlomeno nelle aree smilitarizzate, siano forze di paesi terzi, non NATO e soprattutto non coinvolti nel conflitto, pare la più sensata, benché implichi implicitamente un pieno status di neutralità del paese, a soddisfazione russa, e una sua oggettiva sottrazione all'influenza atlantica. Si potrebbe concepire allora un'Ucraina sostanzialmente frazionata in tre aree: una più occidentale, a presenza europea, una centrale con forze terze, ed infine una orientale, corrispondente alla zona oggi a presenza militare russa, pari ad un buon 20% del suo territorio. In quel caso l'area occidentale, soggetta ad una garanzia di sicurezza NATO che la renderebbe suo “partner ombra”, e beneficiaria del tanto invocato Art. 5 dello statuto dell'Alleanza Atlantica, potrebbe in futuro anche verosimilmente entrare a farne parte, e così pure entrare nell'Unione Europea. Le forze ucraine ivi presenti, uscendo da un conflitto che le vede già oggi decimate in numero crescente, necessiterebbero chiaramente di una cura ricostituente a suon di capitali ed armamenti finanziata dai paesi europei, stante il rifiuto americano a versare altro denaro per la “causa”. 

 

In sostanza, se nell'incontro tra Trump e Putin il Presidente americano sembrava aver riportato la peggio, in quello con Zelensky e gli alleati europei s'è preso invece la rivincita, ponendoli dinanzi alla prospettiva di nuovi oneri e rinunce. Continuando a massimizzare i guadagni dalla guerra in Ucraina, Washington ne scarica sempre più i costi sugli alleati europei, al contempo accentuando a passi rapidi il proprio disimpegno. Gli Stati Uniti non vogliono, per ovvie ragioni di prestigio e di profitto, gettare totalmente e repentinamente la spugna, preferendo così obbligare gli indeboliti alleati europei a prendersi quella che ormai giudicano alla stregua di una “patata bollente”. Che il conflitto non sia affatto destinato a concludersi in tempi brevi, ancor meno tanto rapidi come quelli vagheggiati da Trump, appare ormai più che chiaro; e proprio la sostanziale volontà americana di non prendersi concrete responsabilità per un suo termine è, in ultima analisi, quanto davvero emerso da quest'incontro. Del resto, oltre alla scarsa consistenza delle proposte da gettare sul tavolo, pure il tira e molla sulle sedi dove tenere il trilaterale tra Trump, Putin e Zelensky lascia capire che non sarà facile per le varie parti coinvolte nel conflitto raggiungere un'adeguata fiducia reciproca per compendiarle insieme. Nel conflitto in Ucraina, ognuno continua a giocare da solo, con qualcuno che nel frattempo s'è anche giocato il "tutto e per tutto".

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