
Forse non sarà a tutti sfuggito che il tanto atteso incontro tra Donald Trump e Vladimir Putin in Alaska sia capitato proprio in quegli stessi giorni in cui, nell'agosto 2020, le forze a guida americana evacuavano in tutta fretta da Kabul, lasciandola in appannaggio ai Talebani che, ovunque vittoriosi, completavano così la conquista del paese mentre il governo filoccidentale di Ashraf Ghani evaporava nel clamore delle tante risorse sino ad allora spese per garantirne il sostegno. Quell'anniversario, neanche tanto cronologicamente lontano, è stato volutamente dimenticato da molti, come in parte è avvenuto pure per un altro ancora, quello del ritiro americano dal Vietnam del Sud nel 1975. Forse, notando la coincidenza tra l'anniversario afghano e l'incontro in Alaska, qualcuno tra Kiev e Bruxelles, qualora se ne sia rammentato, avrà fatto pure i dovuti scongiuri; certo, non è mai troppo saggio lasciarsi superstiziosamente influenzare da simili casualità, ma a prescindere dalle date concomitanti sono invece le dure lezioni della storia, grande maestra purtroppo con pochi scolari, a rimanere.
Dopotutto, sia per il disimpegno americano dall'Afghanistan che dal Vietnam del Sud occorsero lunghe trattative, spesso condotte in campo neutro e col coinvolgimento non soltanto dei diretti avversari ma anche dei loro sostenitori, oltre ad altri con un ruolo di mediatori più o meno coinvolti nei due conflitti. Ora, non si venga a dire che anche nel caso della guerra in Ucraina non si siano sin qui viste mediazioni o tentativi di portarne avanti, dai primissimi approcci a Liaskavichi in Bielorussia già il 28 febbraio 2022, con l'incontro diretto tra le delegazioni russa ed ucraina, a quello ad Antalya in Turchia il successivo 10 marzo, dove si ebbe il faccia a faccia tra i Ministri degli Esteri Sergey Lavrov e Dmytro Kuleba. Seguirono poi gli incontri ad Istanbul sempre alla fine di quel mese, con risultati giudicati come nei casi precedenti molto promettenti, se non fosse stato per i puntuali richiami che le autorità inglesi, europee ed americane fecero a Kiev, intimandogli di rifiutare ogni accordo. Proseguire la guerra, dunque, appariva già allora più una volontà degli alleati di Kiev che di quest'ultima: ma si trattava, allora come oggi, di “un segreto di Pulcinella”. In seguito s'aggiunsero altri negoziati e tentativi, persino del governo italiano nel maggio 2022, con una proposta in quattro punti presentata all'ONU e giudicata irricevibile da Mosca, tanto da non aver seguito; oltre a quelli del Vaticano, con Papa Francesco, della Cina con un piano di pace in dodici punti più volte respinto dagli alleati di Kiev per questioni di lana caprina, del Brasile e di vari paesi africani. Alcuni paesi come la Turchia o l'Ungheria, nel mentre, non hanno rinunciato ad avanzar nuove proposte, sempre scontrandosi con la riluttanza soprattutto di Kiev e dei suoi sponsor, e ciò che abbiamo visto sin qui non è di conseguenza andato oltre lo scambio dei prigionieri e dei feriti, e delle salme dei caduti.
Negli ultimi mesi, nonostante l'evidente stallo diplomatico, con le posizioni americana e russa sempre più divergenti e cronicizzate, le volontà di una ricomposizione che porti alla fine del conflitto hanno cominciato comunque a farsi sempre più notare. In campagna elettorale Trump ha promesso di concludere un conflitto di cui ha attribuito ogni responsabilità alla precedente Amministrazione, sostenendo che se fosse stato Presidente non avrebbe mai avuto inizio. Pertanto, oggi molta della sua credibilità tra i suoi elettori e concittadini dipende proprio dalla capacità di poter mantenere questa promessa. I colloqui telefonici con Mosca e Kiev si sono intensificati, e così pure le consultazioni diplomatiche, con l'azione di vari inviati. In questo percorso di rinnovata colloquialità tra le parti non sono mancati momenti conflittuali, dovuti all'imprevedibilità della condotta del Presidente americano, come provato dai nuovi incontri ad Istanbul dello scorso maggio, sabotati dal terrorismo militare di Kiev. Questa dinamica suggerisce che i vari incontri sin qui tenuti, compreso l'ultimo ad Anchorage e quelli futuri, non siano da giudicare come immediatamente risolutivi del conflitto, o quantomeno tali da garantirlo in tempi rapidi. Non a caso, ad Anchorage Trump ha sì definito l'incontro come “estremamente produttivo”, ma senza che ciò abbia sortito accordi concreti ed ancor meno una tregua; mentre Putin, concordando sul fatto che i colloqui siano stati promettenti e lascino la porta aperta a futuri confronti, ha preferito parlare soprattutto di un'atmosfera “rispettosa e costruttiva”. Insomma, le posizioni restano ancora lontane mentre in Ucraina le forze russe, soprattutto nel settore di Pokrovsk, stanno avandando con un'offensiva che coinvolge città strategiche come Kostiantynivka e Kramatorsk, nonché Lyman e Toretsk, il settore di Chasiv Yar e la regione di Sumy. Una tale offensiva, cominciata proprio pochissimi giorni prima dell'incontro ad Anchorage, è certamente stata un forte segnale che Putin ha voluto porre sul tavolo negoziale, per indicare chi, tra Russia e NATO, abbia davvero il coltello dalla parte del manico.
Non a caso, molti osservatori concordano nel dire che Putin sia uscito rafforzato dal confronto, senza rilasciare concessioni significative. Tant'è che, parlando per primo, ha posto come premessa i “fattori alla radice” del conflitto in Ucraina, su cui già da tempo la parte americana non sembra molto disposta a convenire. Trump, che evidentemente non puntava ad accontentarsi soltanto di un colloquio “costruttivo”, ha ammesso che “molti punti sono stati concordati”, ma pure che “non siamo arrivati al traguardo”. Chi prima di quest'incontro aveva nutrito forti aspettative sarà rimasto deluso, a riprova che ogni situazione vada sempre valutata col dovuto realismo; basti solo pensare che è durato meno di tre ore, contro le sette inizialmente previste. Insieme ai due Presidenti hanno partecipato per la parte russa anche i Ministri degli Esteri Sergey Lavrov e della Difesa Andrey Belusov, ed altri ancora; mentre per quella americana i Segretari di Stato Marco Rubio e l'inviato speciale Steve Witkoff. Con tutto che l'appuntamento non sia parso soddisfacente come inizialmente previsto, sono stati comunque toccati vari punti, con nuove possibilità di dialogo anche su materie come la cooperazione bilaterale nella tecnologia, nello spazio, nel commercio e nell'Artico o il rinnovo del trattato nucleare New START in scadenza nel 2026. Insomma, è stato comunque un incontro da valutarsi con cauto ma complessivo ottimismo, perché pur sempre nuovo e più marcato segnale di “disgelo”. Senza infine contare che, con quest'occasione, il Presidente russo è oltretutto riapparso sulla scena occidentale con grande clamore.
Putin, ricordando la tragicità della guerra in Ucraina e la fratellanza tra popoli russo ed ucraino, ha ribadito che solo affrontando le “cause alla radice” e le “minacce fondamentali alla sicurezza” le ostilità potranno avere un reale e credibile termine. Il riconoscimento della sovranità russa sulla Crimea, nonché su Donetsk, Luhansk, Zaporizhia e Kherson, la demilitarizzazione e la neutralità ucraina, e nuove elezioni a Kiev senza interferenze straniere rappresentano di conseguenza condizioni minime per poter avanzare in una concreta trattativa. Se Trump, dal canto suo, intenderà indossare ancora i panni di mediatore, dovrà allora ammettere il coinvolgimento americano nel conflitto e l'influenza sin qui impressa sui paesi europei per fare altrettanto: non sarà, seppur nei modi più sfumati possibili, un passaggio tanto indolore per la sua Amministrazione e i suoi alleati. E, sebbene i tempi appaiano ancora prematuri per una simile evoluzione dei fatti, le occasioni per il confronto non mancheranno: Putin ha indicato Mosca come futura sede per nuovi colloqui, mentre Trump ha preso impegni per discuterne con Volodymyr Zelensky alla Casa Bianca ed invitarlo a favorire un accordo, oltre a pressare gli alleati europei perché facciano altrettanto e ad indire un incontro trilaterale tra Stati Uniti, Russia ed Ucraina. Siamo quindi ben lontani dalle speranze, o promesse, del Presidente americano di risolvere il conflitto in 24 ore, tanto da indurlo a riconoscere la situazione come “più difficile del previsto”; ma quantomeno, anche per questa ragione, risulta oggi più chiaro e politicamente ufficializzato che solo sostituendo la retorica col realismo si potrà tracciare davvero una seria road moap per la fine delle ostilità.
Non a caso i precedenti afghano e sudvietnamita, che tanti come sappiamo s'ostinano a non voler interessatamente ricordare, si conclusero con seri negoziati dove le parti in causa con realismo concordarono sull'insostenibilità di quelle situazioni. In entrambi i casi, gli Stati Uniti e i loro alleati si trovavano a sorreggere regimi che soltanto il loro accanimento terapeutico a suon di armi e denari riusciva a mantenere in vita, inefficaci sul campo militare ed osteggiati dal malcontento popolare. Se in Ucraina non vi è una presenza militare americana diretta, nella formula di vero e proprio boots on the ground, è soltanto perché finora la Casa Bianca e gli altri alleati di Kiev, tutti inseriti nella cornice NATO, hanno saggiamente preferito evitare di trovarsi faccia a faccia con le forze militari di un'altra grande potenza nucleare, con tutte le implicazioni che ne sarebbero potute derivare. Non sono comunque mancati momenti di alto pericolo, con attacchi al cuore della Russia e dei suoi interessi ed obiettivi, dai ripetuti attentati a Mosca al sabotaggio del North Stream, fino alle recenti azioni di terrorismo militare ucraino dello scorso 1° giugno, dove a venir in parte colpita è stata anche la “triade nucleare” russa con un pur celato coinvolgimento dei paesi NATO. Ma oggi, dinanzi ad un paese che affonda nella corruzione e nella perdita insostenibile di propri soldati, la vecchia formula di protrarre la guerra “fino all'ultimo ucraino” per gli Stati Uniti non è oggettivamente più credibile. Accettare seri negoziati, per quanto finora aggirato da Washington e dagli altri alleati di Kiev, è l'unica soluzione per uscire da un conflitto che si sta rivelando un'inarrestabile emorragia non soltanto per l'Ucraina ma anche per gli arsenali NATO e i conti pubblici americani, col debito pubblico fuori controllo.
Gli Stati Uniti sono ancora in condizione di poter seppur tardivamente trattare, per concentrarsi poi sulla loro situazione interna ed altri temi ritenuti geopoliticamente prioritari per la loro agenda, ma non possono più permettersi il lusso di temporeggiare. Men che meno possono farlo gli europei, i cui margini di trattativa risultano però assai meno credibili, dovendo piuttosto sperare nella magnanimità soprattutto russa e non solo. Quanto a Kiev, trascinata in un conflitto a cui è stata sinora forzata oltre le sue oggettive capacità, non ha più margini su cui contare; con un sacrificio di vite, risorse e territori che, alla luce di quanto visto sin dal 2022 a tacer del prima, appare oggi più gratuito e vano che mai. Sono le dure lezioni di quella grande maestra purtroppo con pochi scolari, ma che puntuale aspetta sempre tutti al varco, la storia.
