
Qualcuno lo chiama Corridoio di Zangzeur e qualcun altro di Syunik, mentre qualcun altro ancora TRIPP, Trump Route for International Peace and Prosperity. Nel Caucaso non nuovo all’instabilità, è stato uno degli argomenti che hanno diviso falchi ed élites, trovando una certa risonanza anche in Europa. Ma, anche se non è mancato chi ha paventato il peggio, le acque paiono ormai tornate alla tranquillità. Attraversando l’Armenia meridionale, consentirebbe all'Azerbaigian continentale di congiungersi con la sua exclave autonoma di Nakhchivan, nel Caucaso occidentale: dunque, né più e né meno che un buon collegamento regionale, certamente utile per consolidare la riunificazione di un paese come Baku, privo di continuità geografica e per giunta reduce da una lunga stagione di privazione di propri territori sovrani a causa dell’occupazione armena nel Nagorno-Karabah, durata fino a pochi anni fa. Proprio questi nuovi vantaggi, evidentemente, non hanno incontrato il favore di certi ambienti meno comprensivi verso le istanze azere e più legati agli antichi sogni di una Grande Armenia, in quel Caucaso dove anche molti europei s’affacciano con lo spirito dei tifosi da stadio, ovvero sedendo in opposti schieramenti in cui si sposa il completo trionfo di una parte con la totale distruzione dell’altra, o viceversa.
Ciò di cui il Corridoio è stato accusato è di poter, magari in un prossimo futuro, congiungere Baku non soltanto congiungere Nakhchivan, ma anche alla Turchia, evidentemente vista da tali detrattori alla stregua di un paese ferocemente filoamericano e filoisraeliano e pertanto inevitabilmente antiarmeno, antiraniano, antirusso ed anticinese. La logica dello scontro binario, del “con noi o contro di noi”, sembra una costante immancabile nelle analisi degli animi più faziosi. Secondo costoro, con un adeguato ampliamento, il Corridoio consentirebbe alla Turchia di raggiungere il Caspio e i paesi dell’Asia Centrale ex sovietica, con cui in realtà le reazioni da oltre trent’anni sono solide ed in crescita, mentre i collegamenti infrastrutturali non mancano affatto. Consigliamo a tal proposito un articolo di qualche settimana fa, relativo alla Guerra dei Dodici Giorni tra Israele ed Iran, dove ne sono elencati i più significativi. La crescente ed ultratrentennale sintonia tra Ankara e molte nazioni dell’area caspica e centroasiatica non entra in conflitto con quella che al contempo costoro hanno con altri grandi e medi attori continentali, dalla Russia alla Cina fino all'Iran, all'India o al Pakistan. Tutti questi paesi hanno una politica estera molto votata al multivettorialismo, e a vario titolo operano in meccanismi interregionali e/o intergovernativi comuni, dalla SCO (Shanghai Cooperation Organisation) ai BRICS, o partecipano a progetti altrettanto comuni come ad esempio la BRI (Belt and Road Initiative) promossa proprio in Kazakistan da Pechino dal 2013. La loro natura, quindi, è sempre più di cooperare ed integrarsi nel tempo, progressivamente lasciandosi alle spalle le eventuali ruggini del passato attraverso l’uso di strumenti politici.
Dopotutto lo stesso Accordo di tregua trilaterale firmato tra Russia, Armenia ed Azerbaigian, dopo la Seconda Guerra del Nagorno-Karabakh del 2020, prevede all'articolo 9 lo sblocco di “tutti i collegamenti economici e di trasporto nella regione”. Con quella guerra è venuta meno, nel Nagorno-Karabakh, l'autoproclamata Repubblica di Artsakh, filoarmena ma mai riconosciuta neppure da Erevan, anche perché posta in un territorio comunque da sempre internazionalmente riconosciuto come soggetto alla sovranità azera. Pure ciò prova il progressivo e lento processo di ricomposizione nell'area, nel rispetto del diritto internazionale e dell'interesse dei vari Stati ad integrarsi tra loro mettendo da parte le vecchie ed infruttuose ostilità. Non dovrebbe però sorprendere che altri invece possano guardare con minor consenso a tali novità, preferendo trarre vantaggio dalle contrapposizioni locali e dal divide et impera; ed è proprio questa la ragione di certe asprezze e sospetti con cui alcuni ambienti politici regionali ed extraregionali hanno accolto la notizia del nuovo Corridoio. Il pomo della discordia è stato dato dal fatto che nell’Accordo il Corridoio non sia esplicitamente nominato, subito suscitando opposte letture geopolitiche sulla sovranità e il controllo delle aree coinvolte. In pratica, uno scontro tra interpretazioni formali e sostanziali di quel dispositivo giuridico, con tutte le immediate ricadute diplomatiche del caso: telefonate tra Mosca, Erevan, Baku e Teheran, ma anche con altri garanti internazionali della pace nel Caucaso, come Francia e Stati Uniti. Proprio questo ha preparato la strada alla situazione odierna, compresa la soluzione finale volta a salvar la faccia a tutti quanti.
Le vie di collegamento create nell’era sovietica, a cominciare dalle ferrovie, univano l’Azerbaigian a Nakhchivan attraversando l’Armenia, ma allora non c’erano problemi: l’Unione Sovietica appariva ben solida e i confini tra le varie repubbliche poco più che mere suddivisioni amministrative. I problemi sorsero dopo, dal 1990-1991, col crollo della sovrastruttura sovietica: la Prima Guerra del Nagorno-Karabakh vide l’Armenia occupare l’omonima regione, con la nascita della Repubblica di Artsakh e il blocco di quelle importanti ferrovie. Successivamente i rapporti di forza sono cambiati e con la Seconda Guerra del Nagorno-Karabakh l’Azerbaigian ha recuperato i territori ancora controllati dall’Armenia con presenza quando diretta, quando indiretta. L’Accordo di Tregua ha posto così le basi per il successivo Accordo di Pace tra i due paesi, mediato dagli Stati Uniti che nella storica crisi del Nagorno-Karabakh sono pur sempre tra i mediatori con Russia e Francia fin dal Gruppo di Minsk del 1992. Firmato lo scorso 8 agosto alla Casa Bianca, l’Accordo di Pace viene sbandierato da Washington e da alcuni dei più chiassosi analisti dell’area atlantista come un grande trionfo che potrebbe sottrarre influenza agli avversari regionali, Russia ed Iran per primi, oltre a garantire degli ambiziosi diritti esclusivi di sviluppo. Ma in realtà tanto l’Azerbaigian quanto l’Armenia tendono a vederlo più come un utile passo verso la normalizzazione dei propri rapporti, a possibile benché indiretto beneficio anche dei vicini. Inoltre, sia la riapertura dei vecchi canali logistici che la messa in esercizio di nuovi consentirebbe una necessaria ripresa all’economia armena, nota per non navigare proprio in buone acque. L’acronimo TRIPP, insomma, resta soprattutto un artificio retorico.
Tuttavia quell’acronimo è riuscito a suscitare non soltanto le più rosee fantasie di certi atlantisti ed ancor più trumpiani, ma pure le più cupe paure di molti altri che in Occidente per le loro analisi fanno solitamente fede ai falchi e ai settori più nazionalisti russi ed iraniani. Difficilmente l’interpretazione americana del Corridoio di Zangzeur, come arteria per contrastare i concorrenti russi, cinesi ed iraniani, risulterà mai credibile nel tempo: basterebbe già solo l’esempio dell’IMEC, la Via del Cotone promossa dagli Stati Uniti per far concorrenza alla BRI, partendo dall’India e passando per i paesi del Golfo ed Israele, su cui oggi gravano nubi fosche a causa dei rapporti tra Washington e New Delhi entrati in crisi dopo il fallito diktat contro l’acquisto indiano di petrolio russo. A Teheran invece sono stati gli ambienti delle Guardie della Rivoluzione a manifestare le principali inquietudini per il nuovo progetto, ma solo fintantoché non sono giunti i chiarimenti diplomatici con Baku ed Erevan: inizialmente lo vedevano come un potenziale strumento con cui Israele, che con l’Azerbaigian ha una partnership per lo sviluppo della difesa, potesse usare il territorio azero per spiare e destabilizzare il loro settentrione. Il guadagno, insomma, è soprattutto per gli attori caucasici: l’Azerbaigian ottiene un collegamento diretto a Nakhchivan consolidando i risultati della sua recuperata sovranità territoriale, con un potenziale cargo iniziale fino a 15 milioni di tonnellate, alternativo ai vecchi collegamenti sovietici che l’Armenia comunque riaprirà e così pure al Corridoio Aras proposto dagli iraniani, analogamente destinato a vedere la luce. I benefici non sono tutti qui, se consideriamo che finora per collegare Baku a Nakhchivan bisognava passare per il territorio georgiano, con un percorso di ben 250 km; mentre il nuovo Corridoio sarà invece di soli 43 km, con minori tempi di transito e costi energetici ridotti almeno del 10-15%. Inoltre, poiché andrà ad integrarsi col Middle Corridor (TITR, Cina-Europa via Caspio-Caucaso-Turchia), non allontanerà di certo Pechino; a maggior ragione considerando che già oggi quel corridoio, congiungendosi con la BRI, permette di fatto anche agli altri attori dell’area di recitarvi una presenza neppure troppo indiretta, Russia per prima.
La vigilanza dei vari attori locali resta dunque alta, ma nessuno guardando al lungo termine ha davvero molto da temere. Il Corridoio Aras, salvaguardando il ruolo iraniano nella regione, avrà il suo disco verde anche se quello di Zangzeur non dovesse fallire, implementando così la progressiva integrazione tra Mosca e Teheran, Baku ed Erevan. Il Middle Corridor, al momento affaticato dalle sanzioni alla Russia, non cadrà di certo nel dimenticatoio, e nemmeno il North-South Corridor (INSTC, Russia-Iran-India, via Armenia o Azerbaigian) perderà mai d’attualità. Quanto alla BRI, che già include il TITR, dopo dodici anni di massiccio sviluppo ed un volume economico e commerciale alle proprie spalle a dir poco vertiginoso, nessuno potrà mai seriamente farne a meno, semmai facendo carte false pur d’integrarvi i propri progetti logistici ed infrastrutturali. Chi ha visto nel TRIPP, presto destinato a ritrovarsi incluso in tutto questo immenso sistema logistico euroasiatico, una pugnalata israeliana ed americana ai rapporti russo-armeno-iraniani, a solo vantaggio dei legami panturchi, non ha probabilmente tenuto conto di tutti gli attori in campo. Ma tali interpretazioni affondano, come già raccontavamo, proprio in quelle logiche manichee del “con noi o contro di noi”, di cui certo non v’è bisogno in un’area in cui piuttosto la tendenza nel lungo termine è piuttosto all’integrazione e alla cooperazione. Certo, soprattutto in Occidente le diaspore caucasiche, in particolare quella armena, hanno un forte peso, agendo come vere e proprie lobbies su alcune aree del mondo politico e mediatico. Ma è anche del tutto normale che mirino a fare la loro politica, mentre è dovere del cittadino e soprattutto dell’analista non restarne mai troppo influenzato.
Le diaspore armene ed azere sono sparse non soltanto tra Russia ed Iran, ma anche tra Europa e Stati Uniti. Mentre le diaspore armene ed azere in Russia, e russa in Armenia ed Azerbaigian, sono state fonte di dissapori nelle recenti relazioni diplomatiche tra i tre paesi, in Europa e Stati Uniti la loro azione ha puntato sulla guerra in Ucraina per suggerire a Washington e Bruxelles nuove dinamiche nei rapporti con le loro patrie d'origine. Così, facendo leva sul fragile governo di Nikol Pashynian e sulle ancor più fragili condizioni economiche armene, oltre che sul risentimento per l’esito della Seconda Guerra del Nagorno-Karabakh, l’area atlantica è riuscita ad attenuare i rapporti di Erevan con Mosca e Teheran, entrambi storicamente buoni. Mentre, visto che il gas russo era sotto sanzioni, l’Europa in cerca d’alternative energetiche dopo le sue imprudenti scelte geopolitiche ha fatto ponti d’oro per ogni paese fornitore terzo, dall’Azerbaigian all’Algeria, dal Mozambico alla Nigeria, e via dicendo. Nulla d’insolito: è gioco politico, e necessità economica. Gli approcci troppo ideologici, in certi casi, è meglio lasciarli da parte.
